giovedì 24 agosto 2023

Dell’antico palazzo vescovile di Feltre

Ad est della cattedrale di Feltre, oltre la salita che conduce alla Pusterla, presso l'imbocco di Via Nassa, si trova l'edificio che fino a pochi anni fa e prima dell'attuale abbandono, ospitò le Sorelle Figlie della Carità Canossiane con il loro istituto scolastico. 
Il sito ha avuto in passato una grandissima importanza per la città di Feltre e per il suo territorio. Fu, certamente, un monastero femminile della regola di Sant'Agostino, ma prima ancora di essere un monastero, in quel luogo sorse l'antica Domus Episcopi feltrina.
Lo testimonia il Cambruzzi, il quale scrive che, nel 781, il vescovo di Feltre Endrighetto da Corte dispose un lascito di 380 lire e 13 ducati onde far edificare, presso il complesso della cattedrale, una Domus Episcopi. Era forse la prima casa vescovile di Feltre?
La collocazione del vescovado accanto alle basiliche era cosa del tutto ordinaria in quei secoli, tanto che per "cattedrale" si doveva intendere non come oggi "semplicemente" una chiesa, bensì un vero e proprio complesso edilizio, articolato in più edifici aventi ciascuno una o più funzioni diverse: alcune strettamente liturgiche, come le basiliche: la maggiore e la minore e il battistero, altre con funzioni abitative come il vescovado e la "domus canonici". Altri edifici ancora avevano particolari funzioni o pastorali o cultuali, come il cimitero e la sua cappella in genere dedicata a san Michele 

A Feltre sono riconoscibili quasi tutti gli elementi di un "quartiere cattedrale" altomedievale.
La basilica maior, ovvero l'attuale chiesa basilicale di San Pietro, la minor dedicata a San Lorenzo pochi metri a nord est della maggiore, e la sua gemella intitolata a Santo Stefano, edificata per ragioni di comodità dei canonici e dei cittadini stessi "intra moenia" cioè in piazza Maggiore. 
La cappella dedicata a San Michele, distintiva dell'area cimiteriale, costituisce ancor oggi la base della torre campanaria.
Il battistero, di regola dedicato a San Giovanni, si trovava di fonte alla basilica maggiore tanto che di esso sono visibili le basi proprio nell'area archeologica antistante la cattedrale. 
Della casa dei canonici sappiamo che ebbe ragione di esistere solo in seguito all'adozione anche a Feltre della "Regula canonicorum", regola che fu istituita nel 742 da Crodegango di Metz. I preti secolari aderenti alla regola conducevano una vita semi-monastica che prevedeva, fra le altre cose, la coabitazione e la recita corale delle ore canoniche, e dunque abbisognava di un edificio adeguato e autonomo che li ospitasse e l'uso (probabile) della basilica minore. Possiamo pensare che l'edificazione della basilica minore di Santo Stefano intra moenia sia un indizio dell'avvenuto trasferimento della domus canonici come del resto del vescovado stesso, all'interno della cinta muraria principale. Stando tuttavia alle informazioni del Cambruzzi essa doveva ancora trovarsi presso la cattedrale al tempo dell'esiziale incursione trevigiana, nel 1220. 

Tornando all'episcopio, tale edificio costruito nell'VIII secolo con il lascito del da Corte sarebbe poi stato concesso nel 1177 dal vescovo Drudo da Camino "in uso" al capo dei guelfi Rambaldo da Romagno. Un uso personale o di partito?
L'investitura del bene al Da Romagno ci fa pensare che in tal periodo la residenza dei vescovi non fosse già più situata nella casa voluta dal vescovo Andrighetto. Asserisce, infatti, don Antonio Vecellio che, abbandonata la domus episcopi di Andrighetto da Corte, “sino al 1197 i vescovi di Feltre avevano la propria residenza nel centro della città. E fu il vescovo Drudone da Camino che a sue spese ve la trasportò presso la cattedrale. Prima del 1197 troneggiava nella contrada di Mezzaterra, di faccia alle scalette nuove.

Probabilmente per mere ragioni economiche la cinta muraria più interna che difendeva la città medievale non aveva potuto inglobare il sito della cattedrale il quale, secondo lo storico Daniello Tomitano, si trovava compresa fra una prima cerchia di mura più esterna ed una più interna e doveva essere protetta da mura e da torrioni propri.
Quando nel 1220 i Trevigiani assediano la città, non riuscendo nell'intento di penetrarvi, si accaniscono sui borghi e sul complesso della cattedrale dandoli barbaramente alle fiamme.
Scrive il Cambruzzi: "ma trovandosi i Feltrini ben preparati alla difesa, riuscì vano agli aggressori ogni attentato. Sdegnati però i Trivigiani, non vollero partire senza lasciare qualche segno di rigorosa vendetta contro de' Feltrini; onde a' 25 di marzo, che fu il mercoledì santo, attaccato il fuoco al vescovado, che era vicino alla chiesa cattedrale, ove di presente si trova fabbricata la chiesa col monastero di San Pietro; quasi del tutto fu consumato assieme col castello delle canoniche. Indi entrato il fuoco nella chiesa maggiore, si abbruciò in buona parte, restando in quest'incendio divorate molte reliquie di santi, che ivi si conservavano con grande venerazione."

Sarebbe stato il vescovo Adalgerio da Villalta, che resse la diocesi dal 1257 al 1290, a far trasferire la sua dimora in un luogo più alto e più difeso, ossia nella posizione di Via del Paradiso.
Nel 1268, in seguito ad un forte terremoto verificatosi il 3 di novembre e forse proprio a causa di esso, il Villalta fece edificare, dice il Cambruzzi, "qualche fabbrica per aumento ovvero per ornamento del suo vescovado in Feltre".
Il sito di Via Nassa non viene però del tutto abbandonato visto che, ricostruito con la sua chiesa di San Pietro in Vincoli, diventa, come abbiamo detto, prima un monastero delle agostiniane e poi un convento delle canossiane.
Nella sua sede primitiva, presso le basiliche, la Domus Episcopi aveva ospitato le prime strutture del potere comunale: i consoli, il maggior consiglio delle famiglie e, ovviamente, le prime forme di autorità comitale del vescovo. Vi avrebbe inoltre soggiornato, stanti le cronache, anche l’imperatore Federico I° il Barbarossa nel 1162.
Divenuto un monastero, il sito inizia ad avere un'esistenza e una funzione che lo discostano vieppiù dalla sua originaria natura episcopale. Ciò fa sì che vada scemando nel tempo tanto l'importanza diocesana del luogo quanto la sua connessione con le vicine basiliche vescovili.

Il titolo di "San Pietro in Vincoli" (divenuto solo in seguito di “Santa Croce” in sostituzione del demolito oratorio dei Battuti) si collega inopinatamente a quello della basilica maggiore che sorge appena qualche metro più a ovest, titolo di "San Pietro Princeps Apostolorum" (unitamente al titolo principale di "Santa Maria Assunta"). Questa coincidenza dei titoli è un chiaro indizio che i due edifici erano originariamente parte di un unico ed organico sistema edilizio, anche tenendo conto del fatto che Pietro è l'apostolo e il vescovo per eccellenza, erano direttamente connessi alla funzione episcopale.



mercoledì 23 agosto 2023

della cappella della Maddalena nel castello di Feltre

Presso il castello di Feltre si trovava una cappella dedicata a Santa Maria Maddalena.
Ne dà notizia il Cambruzzi, in una descrizione del territorio Feltrino del 1677, compilata per ragioni amministrative da una deputazione di consiglieri, cittadini e distrettuali e ne scrive anche il Vecellio che riporta uno documento di Jacopo Dei.
La cappella castrense era ad uso del capitano e della sua guarnigione, ma per qual motivo la scelta di questo titolo?
L'appellativo "Maddalena", indica la provenienza di Maria dalla città di Magdala, e in ebraico/aramaico migdal o magda significa "torre": pertanto "maddalena" si può sostanzialmente tradurre con "dalla Torre" o "turrita". San Girolamo scrive che Maria di Magdala «per il suo zelo e per l’ardore della sua fede ricevette il nome di "turrita" ed ebbe il privilegio di vedere Cristo risorto prima degli apostoli»
Questo riferimento alle torri, spiega piuttosto bene la abitudine diffusa ne medievo di intitolare alla Maddalena le cappelle dei castelli. 

martedì 22 agosto 2023

del nome Port'Oria

Ai castra romani si accedeva da quattro porte: la porta praetoria (porta principale) e la porta decumana che si trovavano rispettivamente alle estremità orientale e occidentale della via praetoria (il decumano massimo), la porta principalis destra e la porta principalis sinistra poste invece ai due estremi settentrionale e meridionale della via principalis (il cardo massimo). 

Poiché la porta chiamata "pretoria", la principale del castrum, guardava in direzione del sole nascente, era ritenuto di buon auspicio far uscire le truppe da quella parte. A conferma di questa simbologia solare, la porta occidentale, guardando il sole morente, sarebbe stata riservata all'uscita dei condannati a morte.

Due pertanto sembrano essere le radici lessicali, ben intrecciate e inseparabili, dalle quali derivare il nome "port'oria", ovvero:

1. da praetoria aggettivo singolare femminile derivato del sostantivo praetor, che sta per prae - itor ossia per "colui che precede nella marcia, che va davanti".

2. da oriens (oriens - orientis: oriente) participio presente di orior che significa "nascere, sorgere, levarsi" soprattutto riferito al sole, anche per affinità con aurum (oro) che sta per splendente, luminoso. 

cfr. bilbl.: J. C. Fredouille, "Dizionario della civiltà romana", Torino, 1973. S.E.I.   

della chiesa di Santo Stefano di Feltre

A Feltre, fin dal medioevo, sorgeva in Piazza Maggiore l'antica chiesetta dedicata al protomartire santo Stefano.
Il ruolo di questa piccola chiesa va letto alla luce di ciò che sappiamo sulle cattedrali medievali. 
Lo storico Yves Esquieu, nel suo "Quartier chatédral", dimostra come per "cattedrale" si debba intendere nel medioevo una vera e propria cittadella intraurbana. Essa, non di rado protetta da sue proprie mura di difesa, comprendeva diversi spazi ed edifici: gli edifici di culto veri e propri erano: la basilica maggiore, la minore e il battistero, vie arano poi il coementerium, ovvero il luogo delle sepolture, le abitazioni del vescovo (domus episcopi) e dei canonici (domus canonici), nonché degli altri chierici, diaconi e presbiteri addetti al servizio liturgico e pastorale. 
Gli edifici di culto erano pensati per soddisfare le funzioni necessarie alla vita liturgica della comunità: il baptisterium riservato al battesimo, la basilica maior dedicata alle messe solenni soprattutto pasquali, lbasilica minor alle riunioni di preghiera e al canto corale dei salmi. Il coementerium, infine, destinato al culto dei morti.

I titoli che si attribuivano agli edifici erano generalmente indicativi del loro ordine gerarchico-funzionale. Più precisamente il titolo Santa Maria, spesso in unione con San Pietro e/o i Santi Apostoli, indicava la basilica maggiore destinata alle grandi celebrazioni pontificali, in particolare quelle del triduo pasquale; San Giovanni Battista era il titolo assegnato al battistero, che a Feltre sorgeva di fronte all'ingresso occidentale della basilica; a san Michele Arcangelo (psicopompo) la era dedicata la cappella che sorgeva nel cimitero; non di rado i titoli di Stefano e san Lorenzo erano assegnati alla basilica minore. A quest'ultima poteva essere assegnata la funzione di chiesa canonicale e dei chierici, particolarmente per tenervi l'ufficio dei salmi.

A Feltre questi spazi sono ancora piuttosto riconoscibili: la basilica maggiore, intitolata a Santa Maria Assunta e a San Pietro, le fondamenta del battistero (area archeologica) quasi certamente dedicato a San Giovanni Battista, la cappella di San Michele che sta alla base del campanile, la basilica minore di San Lorenzo accanto all'abside della maggiore e il vescovado antico, poi trasformato in convento di San Pietro in Vincoli, all'imbocco di via Nassa. E infine il cimitero che circondava le basiliche. Non è individuabile invece la primitiva casa dei canonici, che avrebbe potuto sorgere in prossimità di San Lorenzo. 

Nel 781 il vescovo Endrighetto da Corte aveva disposto un lascito di 380 lire e 13 ducati per far edificare, presso il complesso delle basiliche, la domus episcopi, in analogia con le coeve sedi episcopali di altre città. Tuttavia il sito, per ragioni da chiarire, rimase esterno alle mura cittadine, ed evidenziò la propria debolezza nel 1220 durante un assedio dei Trevigiani. Questi ultimi, infatti, vedendosi incapaci di penetrare la cinta urbana, prima di ritirarsi incendiarono il vescovado e la cattedrale insieme ai borghi. Potrebbe essere stato per questo drammatico episodio che l'episcopio fu poi trasferito definitivamente sul colle, forse all'epoca di Adalgerio da Villalta, vescovo dal 1257 al 1290. Ma la domus episcopi non fu il solo edificio del complesso ecclesiale a riparare entro le mura più interne: negli ultimi decenni del Trecento vi troviamo, infatti, sia una nuova basilica minore, gemella di San Lorenzo, e cioè Santo Stefano, sia attigua ad essa la casa dei canonici. Le menzionano entrambe gli statuti cittadini del 1388 come punti di riferimento per la definizione dei quartieri cittadini.

Nella posizione originaria extra moenia rimangono da allora la basilica maggiore e l'originale basilica minore di San Lorenzo. Distrutto e mai più ricostruito l'antico battistero, passano a San Lorenzo anche la funzione battesimale e l'annesso titolo di San Giovanni, col nuovo fonte del 1399.  

Nel 1404 Michele Villabruna dispone nel suo testamento di costruire in Santo Stefano un altare dedicato a san Giacomo e nel 1431 Gaspare Fonzasio vi fa edificare l'altare di san Lorenzo, singolare richiamo al titolo gemello della basilica minore extra moenia. 
Nel 1460 il cavaliere Giovanni Teupone nel suo testamento dispone di lasciare duecento ducati d'oro alla comunità per istituire in Santo Stefano una cappellania con messa quotidiana. [C. V.] L'onere è di far celebrare una messa quotidiana a Santo Stefano in suo suffragio e un'altra in duomo presso l'altare di san Giovanni Battista. Dispone inoltre di essere sepolto presso San Lorenzo nella tomba di famiglia e che l'altare di san Giovanni sia trasferito da san Lorenzo al duomo. Nel 1473 Giovanni Teupone muore; il suo sepolcro sarà realizzato presso l'altare di San Giovanni portato da San Lorenzo alla quarta cappella meridionale del duomo. Oggi il suo sarcofago è parzialmente visibile all'esterno della porta della basilica verso il campanile.
In seguito alla distruzione di Feltre, nel 1515, i sindaci della Comunità ottengono dal papa di poter ricostruire Santo Stefano in modo da rivolgerne la porta verso la piazza. L'abside con l'altare maggiore che si trovava orientato, viene perciò demolito per lasciar posto all'ingresso, e una nuova abside è costruita in piazzetta di Santo Stefano (oggi "Della Legna"). La chiesa è rivoltata quindi con la facciata ad oriente e l'abside a occidente, all'opposto della sua forma originale. La nuova facciata aveva cornici in pietra e vi si vedeva il martirio di Stefano dipinto dal Luzzo. La porta principale era di marmo, di buona fattura e aveva ai lati gli scudi della città e del podestà Foscarini con le iscrizioni incorniciate a maniera di cartello "Aere Pubbl. restitutum sacellum" e Ant. Foscarini Praet. opera MDXV". L'altare della chiesa aveva un altro dipinto del Luzzo con la Vergine e il Bambino tra i santi Stefano e Vittore.

Nel 1525 la Comunità, ottemperando alle disposizioni testamentarie dal cavaliere Teupone, cui erano legati duecento ducati d'oro, si dette l'obbligo di far celebrare una messa quotidiana nella chiesa all'ora terza.

L'11 settembre del 1578 il vescovo Filippo Maria Campegio visita la chiesa:
"
a lui si fecero incontro coloro che, a qualsiasi titolo, avevano responsabilità nella gestione [...]. A verbale è riportata una lunga serie di interventi. Bonifacio Pasole, Hieronimo Bellato e Vincenzo Cantono rispondono delle entrate e dell'amministrazione delle messe all'altar maggiore perché a questo sono delegati dalla Magnifica Comunità Feltrina. [...]. Il 13 settembre Filippo Maria Campegio volle visitare ogni singolo altare". Giunto davanti all'altare di san Giacobo si informa di chi vi celebri la messa [...].
(Giuditta Guiotto in Amico del Popolo 24-02-96). La cura di officiare nella chiesa era data alla scola di S. M. del Prato? (sic Giuditta Guiotto)

Nel 1638 è eretta presso la chiesa la confraternita del suffragio delle anime del purgatorio: ha l'obbligo di continuare la già avviata pratica di celebrare ogni mercoledì una messa per le anime purganti. Il 30 luglio Giovanni Mezzano, decano della cattedrale e vicario generale del vescovo Difnico, conferma la confraternita. [C.V.]

Nel 1808 gli invasori francesi rendono la chiesa demaniale. In tale occasione si può ancora per poco officiare in Santo Stefano essendo dichiarata "sussidiaria della Cattedrale parrocchiale situata fuori della mura, con gran comodità degli abitanti e dei pubblici funzionari." Imposta tuttavia la scelta tra San Rocco e Santo Stefano i cittadini scelgono di mantenere in vita la prima e di perdere la seconda che sarà poi venduta e infine demolita. [ASBFC marzo-aprile1933]

Secondo Mario Gaggia la chiesa di Santo Stefano "era una delle più antiche della città e doveva risalire al secolo XIV e forse anche prima.". Il Gaggia si riferisce al sopracitato testamento di Michele Villabruna (1404) che imponeva agli eredi di erigere un altare dedicato a san Giacomo Maggiore, il cui jurispatronato sarebbe poi passato nella chiesa di san Giacomo. Come già detto, al 1431 risalirebbe l'altare di San Lorenzo voluto da Gaspare Fonzasio e, agli stessi anni l'altare di San Vittore voluto dai Villalta. Era l'unica chiesa centrale della città avente carattere pubblico fino all'edificazione di San Rocco.
[ASBFC marzo-aprile1933]

In conclusione
La definizione di chiesa sussidiaria della cattedrale calza perfettamente con il ruolo di chiesa gemella di San Lorenzo. Del resto, a ben guardare, Santo Stefano oltre ad essere stata la chiesa più antica sorta entro le mura, era l'unica ad avere le caratteristiche necessarie per la funzione accennata: San Rocco è una semplice chiesa votiva di recente costruzione, San Giacomo con tutta probabilità apparteneva all'omonima confraternita ed era legata o alla classe dei cavalieri o a quella dei pellegrini e, forse, deriva essa stessa dall'altare di san Giacomo in Santo Stefano, la Trinità poi era una sorta di cappella funeraria dei dal Corno. Per il "comodo della popolazione" Santo Stefano era stata costruita sdoppiando l'antica San Lorenzo. In tal modo, se la città aveva escluso dalle mura l'antica chiesa cattedrale, almeno una parte di essa vi era rientrata al servizio della comunità.
La basilica minore, quindi, dedicata ad un santo diacono (o Stefano o Lorenzo) nel caso di Feltre fu sdoppiata per meiosi: San Lorenzo rimase accanto alla basilica maior di Santa Maria, e Santo Stefano fu collocata al centro della città murata e usata per le liturgie dei canonici e per le funzioni parrocchiali.




Quartier chatédral" (R.E.M.P.ART. Parigi 1994)

della pieve di Cesio

Delle circostanze e degli scenari in cui si venne a fondare la pieve di Cesio, sappiamo veramente poco; possiamo azzardare l'ipotesi che tale istituzione indichi la presenza, di un pagus di epoca tardoantica e possiamo ritenere che la pieve di Cesio abbia avuto, fin dalla sua fondazione, una relazione particolare con le antiche chiese di Formegan, e di Vignui,  relazione imposta, se non altro, dalla confinanza dei rispettivi territori. Poiché il piviere  di Cesio raccoglie una parte dell'agro feltrino d'epoca romana, si ha ragione di pensare che la chiesa di Cesio sia appartenuta fin dall'inizio alla diocesi di Feltre. Da quanto è noto, la prima citazione della pieve apparirebbe nella medievale bolla di Lucio III.  

Il piviere comprendeva, ancora nella prima età moderna, Lasen ad occidente, Marsiai ad oriente, Castel San Tomaso, Castel San Giorgio, Busche e Pont a meridione, mentre a settentrione era limitata dalle vette.  Era dunque un territorio discretamente vasto, segnato da un'orografia ora dolce ora profonda, che rimase pressoché integro fino al Novecento. L'istituzione plebana, direttamente originata dalla cattedrale senza mediazione alcuna, era retta da un pievano che, dal punto di vista pastorale, liturgico e sacramentale non era sottoposto ad altre autorità che a quella del vescovo.  Dal medioevo alla caduta della Serenissima, la pieve, con il suo clero ed il suo apparato rituale, simbolico ed amministrativo, fu il centro della comunità. Inizialmente l'istituzione doveva comprendere la sola comunità ecclesiale,  ma, in epoca tardomedievale e moderna, quando la comunità umana e quella cristiana finirono col coincidere, il concetto di pieve si sovrappose esattamente a quello di comunità. L'istituzione divenne, così, l'artefice e la garante stessa dell'unità, della memoria e dell'identità collettiva. Per più di settecento anni la pieve ha mantenuto una posizione di assoluta centralità presso la comunità e ciò le ha permesso di determinarne profondamente il volto storico e identitario, a partire dai simboli  che sono nati dentro e attorno ad essa. 

Alla centralità della pieve corrispose ovviamente quella del clero e della romanità cristiana. Si spiega così il motivo per il quale l'apparato simbolico della comunità cesiolina è tanto ricco di elementi "romani". 

A prova della forza eccezionale con cui le pievi hanno rappresentato le comunità rurali, vi sono ancor oggi molte località che portano nel nome il termine pieve.  Se questo per Cesio non è avvenuto, si deve, tuttavia, ricordare che nel Trecento la località fu indicata come plebe Cesi  e, ancora in una descrizione del Feltrino del 1677, appariva col nome di "Cesio maggiore Pieve".  

L'istituzione della pieve ebbe qualche scossone nel Seicento, quando la chiesa di Arson divenne una parrocchia autonoma e dovette concedere la chiesa di Pont alla nuova parrocchia di Nemeggio.  In quel periodo fu eretto, forse per consolazione, l'alto campanile attuale, ma il la comunità doveva ancora sentirsi solida e unita.

Lo stato delle cose non variò molto nei secoli che precedettero la rivoluzione francese, ma con il dominio napoleonico e con i fatti del Risorgimento il panorama sociale e culturale italiano si trovò cambiato. In seguito allo svilupparsi delle polemiche anticlericali, s'incrinò anche il sistema di valori e di riferimenti istituzionali che avevano dato forza e coesione alla vecchia pieve. 

Il crollo avvenne nel Novecento quando, dalle curazie e dalle cappelle frazionali, giunsero al vescovo richieste di autonomia. Nel 1922, il vescovo Cattarossi istituì a Pez, presso la chiesa di San Pietro, una parrocchia intitolata a San Rocco. Nel 1944 il vescovo Bortignon elevò a parrocchia la chiesa di Soranzen, con il titolo di San Pietro. L'antica pieve di Cesio era ridotta così al rango di semplice parrocchia di campagna.  

La cosa non fu indolore, vi furono proteste e opposizioni di molti fedeli contro il nuovo assetto parrocchiale. Nel febbraio del 1923 il vescovo Cattarossi si era dovuto occupare della questione di Anzaven: egli rilevava il disagio dei frazionisti, ma non concedeva loro che una certa libertà di sepoltura. Nel 1944, in seguito allo smembramento di Soranzen dalla pieve, il vescovo Bortignon cercava di tranquillizzare i fedeli di Pullir circa il servizio liturgico nella loro cappella.  Le coraggiose reazioni dei fedeli furono inutili: la storica madre della loro identità unitaria era irrimediabilmente aggredita dallo sgretolamento.

Alla decadenza della pieve, fece da contrappunto il crescendo del giovane Comune. 

Vale la pena di soffermarsi a considerare con attenzione la figura principale della storia della pieve, ossia il pievano. Una figura in continuo movimento  che, secondo una precisa etichetta, andava da un villaggio all'altro, da una chiesa all'altra per unire, nella sua persona, le "membra del corpo comunitario". Dal suo agire s'intuisce persino quale fosse la dignità e la posizione gerarchica di ciascuna delle chiese e delle sottocomunità del piviere. Il prete era, in definitiva, la personificazione della comunità stessa. Ciò traspare con assoluta chiarezza, per esempio, dal rapporto che intrattiene con i parroci di Arson e di Nemeggio nel corso della liturgia pasquale.  In occasione della veglia, il parroco di Arson indossa i panni del diacono e quello di Nemeggio fa da suddiacono ponendosi entrambi al servizio del pievano di Cesio. Ragioni storiche  impongono ai due di essere presenti, per le loro comunità, presso la pieve di Cesio e di assumere un ruolo subalterno rispetto al pievano. Ad un'umile richiesta dei preti, il pievano consegna loro gli oli santi e concede l'autorizzazione di amministrare il sacramento del battesimo.  È inequivocabile il senso del rito: la gerarchia è, in questo caso, soprattutto una "gerarchia della memoria". La comunità di Cesio s'incarna nel suo pievano ed altrettanto fanno le comunità di Nemeggio e di Arson. nella rappresentazione liturgica, i preti impersonano le comunità e la gerarchia presente nel rito evidenzia piuttosto l'originale rapporto tra le chiese. Quello che, a prima vista, potrebbe sembrare una mera questione di gerarchia e di "vassallaggio" tra i membri del clero, è invece un atto di anamnesi delle comunità. In tale rito si perpetua l'antico legame che, pur superato dagli eventi e nelle istituzioni, si sente ancora il bisogno mantenere in vita. Ancora nel Novecento, la chiesa madre di Cesio conservava ed offriva alle comunità, ritualmente, la memoria dell'antica appartenenza e i legami che ne derivavano.

La chiesa pievana.

La prima tra le numerose chiese del territorio è, senz'altro, quella di Cesio Maggiore. È l'antica sede della pieve, madre o matrice delle chiese minori del Cesiolino, e madre dei fedeli in essa battezzati. L'idea della maternità pervade la pieve di Cesio e bene si esprime anche attraverso l'intitolazione della chiesa alla Madre di Dio.  La prerogativa della pieve è la presenza del fonte battesimale che è legata, infatti, alla nascita, ma non è l'unica dell'edificio. Esso è anche la concrezione monumentale dell'istituzione, e la comunità vi trova una "casa comune", basilica e mausoleo in cui ritualizzare i principali eventi della vita individuale e sociale: quelli della nascita, come già visto,  e quelli della morte, con il funerale e la sepoltura dei defunti nel sagrato, quelli che rinsaldano o che creano i legami sociali tra le famiglie e tra i villaggi, come i matrimoni; quelli, infine, del lavoro e della vita agreste.  Nella pieve, la comunità celebra i santi, che sono gli eroi celesti e i simbolici interpreti delle istanze individuali e collettive, celebra i miti e gli eroi umani della comunità.  Vi si svolgono le preghiere quotidiane, le sante messe domenicali, che sono, nella vita del gruppo, le principali occasioni d'incontro sociale, e le solennità per le quali l'intera comunità si raduna, anche dai villaggi più lontani, ed apprezza la comune appartenenza. In tali momenti attorno alla pieve si consolidano i rapporti, si verificano le presenze, si preparano i congiungimenti futuri.

Non da ultimo, la chiesa è il luogo della memoria, dove si conservano le cose della propria storia e non è un  caso se il cippo romano fu, non solo collocato presso la chiesa, ma addirittura integrato in essa.  

Il fonte battesimale.

Nella chiesa di Cesio si conserva un antico fonte battesimale. È il primo tra i simboli sacri della comunità, l'oggetto che evidenzia l'autonomia e il "rango" della pieve e, per la cui presenza, la chiesa di Cesio maggiore, fu la prima tra quelle del piviere. Si tratta di uno splendido monolito a forma di coppa o di calice,  datato sulla cornice 26 marzo 1483.  È senz'altro la copia minore di quello della cattedrale feltrina,  che "amplia" ed "espande", avendo come effetto quello di creare una sorta di coincidenza tra le due chiese. Per analogia, infatti, l'innesto del fonte in quello di Feltre rende la comunità ed ogni suo singolo membro, innestati nella chiesa diocesana e universale. 

La presenza del battistero è rilevata anche dalla figura del san Giovanni Battista, dipinta presso l'altare maggiore, che evidenzia il ruolo battesimale della pieve e ne conferma l'autorità sulle cappelle. 

Per il rito sacramentale che vi si svolge, il fonte ha un valore simbolico naturalmente connesso con l'idea della nascita e, poiché tutti i membri della comunità sono ritualmente nati in esso, rappresenta l'origine, sia individuale che collettiva. Tale funzione totemica può essere accostata a quella del cippo romano e, tuttavia, il fonte non assurge al ruolo di feticcio del mito di fondazione, cui il cippo è elevato in età moderna. 

Il campanile.

Il campanile della pieve è barocco e fu eretto nel 1669.  Nel Seicento la pieve aveva perduto sia Arson che Pont. È possibile che la comunità di Cesio, in un clima di "assedio" e di mutilazioni, abbia sentito il bisogno di riaffermare la propria autorità e la propria integrità e di risarcire psicologicamente le perdite subite. Si potrebbe allora interpretare l'atto di erigere un campanile di siffatte dimensioni, come l'assolvimento simbolico di tale bisogno. 

Il campanile è un manufatto semplice. Ricca e complessa è invece la sua capacità simbolica. Al già sterminato orizzonte di sensi e di significati del simbolo torre,  il campanile aggiunge un ulteriore elemento, la campana,  grazie al cui suono può sfidare e fugare i diavoli e le tempeste, ritmare il tempo del lavoro e del sacro e richiamare all'unità i compaesani dei villaggi vicini. L'altezza del campanile, che a Cesio è davvero notevole, rende riconoscibile il villaggio da grande distanza ed è il distintivo dell'autorità gerarchica della pieve sulle chiese vicine. A dispetto della logora idea del campanilismo, che connota in senso negativo questo simbolo, il campanile di Cesio è stato, piuttosto, un indispensabile strumento di coesione, cui spetta il merito di aver rappresentato, non la divisione, bensì l'unità della pieve. 

Cappelle, chiese minori.

Attorno a Cesio vi sono numerose chiesette "minori", che sono prive "di cura d'anime", ma che rivestono, nonostante ciò, un ruolo di prim'ordine dal punto di vista simbolico. Sono i luoghi della devozione: i fedeli delle frazioni vi si raccolgono per celebrare Dio e i santi e per invocarne l'aiuto nelle molteplici difficoltà della vita. La devozione religiosa è sempre stata nel mondo rurale, più che altrove, una dimensione fondamentale; lo era nel periodo pagano e, pur coi cambiamenti di forma e di sostanza, lo è ancora nell'età cristiana. Non c'è miglior conferma della presenza di una chiesetta in ogni più piccola frazione, o di quella dei tempietti patronali posti in luoghi assolutamente impervi. La chiesa è un "presidio" del territorio: lo protegge dal male e lo consacra, segnandone, insieme, l'appartenenza alla cristianità universale e a alla comunità parrocchiale. A questo proposito, la pieve è distante dalle frazioni e le chiesette suppliscono per quanto possono alla funzione della chiesa maggiore; in tal senso sono parti della stessa pieve che si protende a raggiungere ogni angolo del piviere per dare unità al corpo comunitario. Qui s'intuisce l'importanza che ogni chiesetta ha dal punto di vista della coesione comunitaria. I frazionisti vedono in essa il fulcro della propria comunità frazionale, ma anche il vincolo con la comunità parrocchiale.

Vi è, in realtà, un aspetto contraddittorio delle cappelle e delle chiese minori: il loro ruolo di supplenza nei confronti della pieve si è prestato, in modo fisiologico, anche ad un'interpretazione diversa. La supplenza, infatti, si è spesso mutata, nel sentire popolare, in sostituzione. La rivalsa, che da sempre contraddistingue ogni periferia rispetto ad ogni centro, e il desiderio di autonomia, che bilancia il bisogno di appartenenza, hanno in parte trasformato le cappelle e le chiesette in "contraltari" della pieve. Le chiese minori, nell'ambivalenza del loro senso, sono diventati simboli di unità e di divisione al tempo stesso e, paradossalmente, hanno visto rafforzato il loro valore simbolico.

Le più importanti, tra le chiese minori del territorio, hanno finito proprio col sostituirsi del tutto alla matrice e col diventare parrocchiali a loro volta. La prima è stata quella di San Michele Arcangelo di Arson, resasi autonoma ancora nel Seicento, poi, nel Novecento, sono diventate parrocchiali quella di Pez e quella di Soranzen. Un'osservazione particolare si può fare su queste ultime due: la loro intitolazione a san Pietro e la loro successiva evoluzione in parrocchia, suggeriscono che esse abbiano avuto, fin dal loro sorgere, un ruolo privilegiato di appoggio alla pieve. 

Alcune chiesette sono nate per intervento dei nobili, che vollero dotare i "loro borghi" di un minimo luogo di culto; tra queste: il Priorato di san Gabriele a Pez, della famiglia Anzaven, e la chiesetta di Col San Vito della famiglia Muffoni. Altre cappelle, per le virtù taumaturgiche e protettive dei santi venerati, sono diventate d'interesse comune per i fedeli dell'intero piviere. E' il caso delle chiese di santa Lucia di Can e di Sant'Eurosia in Valle di Canzoi. Tra i tempietti più importanti si devono citare quello di Sant'Agapito al Monte e la cosiddetta Madonneta di Pez , veri e propri santuari del Cesiolino. Ad essi si recavano annualmente in processione i fedeli dell'intera parrocchia ed erano luoghi che attraevano i pellegrini anche di altre località.  Interessante è la chiesetta di San Pietro in Vincoli di Marsiai, che, singolarmente, l'amministrazione comunale finanziava con diciotto lire l'anno perché vi fossero celebrate otto messe.  

[1] S. Maria di Formegan è l'antica pieve divenuta poi, con mutazione di sede, di Santa Giustina. Vignui appare invece come cappella, forse direttamente dipendente dalla cattedrale.
[2] Il piviere è il territorio di pertinenza della pieve.
[3] Il documento è del 1184: la pieve di Ces vi sarebbe menzionata con quella di Formegan.
[4] Si evince dal verbale di visita pastorale del vescovo Rovellio.
[5] Per l'appartenenza alla Degania de Flamina et Bolpere, si veda quanto scritto più avanti a proposito del Comune.
[6] Fino alla totale conversione degli abitanti la chiesa cristiana era solo una "sottocomunità".
[7] Sono quelli menzionati nel Lessico.
[8] Alcuni esempi: Pieve di Soligo, Pieve di Cadore, Pieve d'Alpago, Pieve Tesino..
[9] Cfr. in E. Bonaventura, B. Simonato, C. Zoldan: p. 159 […in villa de Dorgnano de plebe Cesi districtus Feltri…].
[10] Cfr. A. Cambruzzi, A. Vecellio vol. III° c. VI 4_6, pp. 297.
[11] Nel 1611 fu istituita la parrocchia di Arson che nel 1613 aveva già un suo fonte battesimale. Nel 1689 fu creata la parrocchia di Nemeggio. In memoria della cessione, la parrocchia debitrice provvedeva a far benedire il cero pasquale nella pieve di Cesio. Si evince dalla prima visita pastorale del vescovo Renier (1857). Cfr. G. M. Dal Molin.
[12] Al parroco di Cesio spettò il titolo di arciprete, senza tuttavia prerogative di intromissione negli affari pastorali o economici delle nuove parrocchie.
[13] Cfr. Lettera del vescovo Cattarossi per il caso di Anzaven; e Lettera del vicario generale all'arciprete per il caso di Pullir.
[14] Cfr. Messe_Legati_Funzioni e Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima. In appendice.
[15] Cfr. Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima in appendice.
[16] Sono quelle già citate a proposito di Arson e di Nemeggio.
[17] Il pievano si comportava come longa manus del vescovo. In antico, infatti, il battesimo era prerogativa episcopale, e così anche l'atto di concedere ai presbiteri di amministrarlo.
[18] Menzionata nella Bolla di Lucio III (1184) e descritta nel verbale della visita pastorale del vescovo Rovellio (1585).
[19] N.B.: La madonna e santa Giuliana condividono il patronato sulle partorienti. Vedi anche le note agiografiche in appendice.
[20] Vedi alla voce fonte battesimale.
[21] Il calendario liturgico ancor oggi recupera alcuni "grandi momenti astrali": solstizi ed equinozi, momenti di grande importanza per il modo agreste. Cfr. A Cattabiani.
[22] Il monumento ai caduti della guerra sorge presso la chiesa.
[23] Vedi alla voce relativa nel Lessico.
[24] La forma rende inevitabile l'accostamento con il denso simbolismo del calice e della coppa di Cristo (il Graal).
[25] "M CCCC · LXXXIII · DIE XXVI · MARCIJ".
[26] L'originale, datato 1399, è molto più grande ed è conservato a Feltre presso l'antica chiesa di San Lorenzo. Era l'unico fonte battesimale della città. Cfr. L. Bentivoglio.
[27] Vedi anche i santi e chiese minori.
[28] È dunque precedente la costruzione del campanile di Belluno che risale solo alla prima metà del XVIII secolo. Pare che la compagnia di lavoranti provenisse da Milano e che in tale occasione avesse anche operato alla fabbrica della villa delle Centenere; cfr. Il Grillo del focolare. "L'alpigiano", 1892-3. In appendice.
[29] La torre è un simbolo di forza e di stabilità, di difesa e di elevazione. Asse del mondo, Albero della vita, condivide molti degli aspetti simbolici della colonna. Compresa l'interpretazione freudiana che dà alla torre un carattere fallico, e, a suo modo, ne sottolinea il ruolo simbolico. Mito universale è la Torre di Babele. Celebri la Tour Eiffél, simbolo di Parigi e della Francia, la Torre di Londra e quella di Pisa. Torri erano chiamate le due costruzioni di New York, distrutte l'undici settembre del 2001 dai terroristi islamici. Di torri, campanili, fari, minareti e grattacieli dal carattere simbolico è irto il mondo. Cfr. H. Biedermann.
[30] Le campane, capaci di fugare gli esseri del male, sono addirittura "battezzate" con un rito specifico: La loro dignità di voce degli angeli che respinge il demonio e convoca i fedeli […] meritava una benedizione solenne. Cfr. D. R. Le Gall e H Biedermann.
[31] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni e M. Pagno.
[32] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni.

Della chiesa di Sant’Agapito di Cesio Maggiore

La chiesetta di Sant'Agapito è documentata dal 1530; l’attuale forma è settecentesca, ma la fondazione dell’abside farebbe risalire l’edificio almeno al XIII secolo. Non trattandosi di una pieve, di una cappella castrense, padronale o di villa, può essere un eremo, una chiesa rupestre, un tempietto votivo, o un residuo religioso di una rocca militare o di un posto di avvistamento...

Data la posizione e data la singolarità del titolo, la dedicazione al santo romano può derivare dalla volontà di un eremita o di un presbitero devoto, oppure a un patronato attribuito al martire (giovani, tempeste estive, coliche e mal di ventre), oppure ad un complesso devozionale locale preesistente al quale il santo è legato, o ancora ad una particolare devozione di gruppo.

Una possibile lettura della titolazione porta a considerare l’influenza delle signorie della Pedemontana sul versante settentrionale del Piave e sul Feltrino tra i secoli XI e XIII. In particolare, alla presenza della dinastia dei da Collalto e alla loro devozione familiare.

Un complesso devozionale locale e una devozione dinastica

A Cesio è già anticamente diffuso il culto per sant’Eustachio[i], santo soldato, patrono dei cacciatori e protettore dal fuoco. Il piccolo santuario di sant’Agapito è rupestre e silvano, la qual cosa suggerisce una devozione legata al mondo boschivo e venatorio che è proprio di San’Eustachio. Anche l’ipotetica natura militare ben si accompagna con il culto per lo stesso Eustachio, come pure la funzione di postazione di avvistamento sulla valle (si pensi al guardiano del fuoco a San Michele di Fonzaso). A questo punto è bene precisare che uno dei figli di sant’Eustachio porta appunto il nome di Agapio o Agapito e che questi, come Agapito di Preneste, sarebbe stato tormentato con il fuoco.

Un punto fondamentale di irraggiamento del culto di San’Eustachio in terra veneta, si trovava a Nervesa, dove già dall'XI sec., era stata edificata un’abbazia benedettina dedicata a questo santo e presso la quale, fino al 1373, si conservava un braccio del martire. L’abbazia era stata eretta per volontà dei primi conti di Treviso, i Collalto, signori feudali della pedemontana. Dopo una prima distruzione, l’abazia aveva conosciuto una rinascita nel 1358 grazie a un abate di nome Agapito.

I Collalto, signori di origine longobarda, estendevano la loro influenza con feudi e allodi sia verso la città di Treviso, di cui erano in origine stati investiti del comitatus in età franca, sia verso le alpi, oltrepassando in molti casi il corso della Piave. Da un ramo dei Collato sarebbe sorta, presso Fregona, anche la dinastia dei Montanara (Montaner) detta poi dei Da Camino, i signori che dominarono la scena della Marca per un periodo compreso fra il XIII e il XIV secolo. Durante l’ascesa del ramo Da Camino, la dinastia Collalto fu sulla scena dell’Alta Marca esercitando un ruolo di secondo piano senza tuttavia mai svanire.

I Collalto coltivavano la devozione per San’Eustachio (che comprende i familiari Teopista, Teopisto ed Agapio-Agapito), devozione che fu diffusa e rafforzata grazie alla ricostruita abazia di Nervesa, voluta dall’abate Agapito. Pur essendo solo una flebile traccia, al più una suggestione per una futura ricerca, l’ipotesi che il culto per sant’Agapito a Cesio sia un residuo dell’influenza dei da Collalto in destra Piave ha una sua sincera legittimità. Ricordando che il titolo dela menzionata dinastia comitale era di conti di Collato e di San Salvatore, dai nome dei due castelli principali, nel medesimo quadro devozionale e dinastico potrebbe trovare spazio anche la chiesetta di Cullogne (“Colonie”) recante appunto il titolo di San Salvatore. A rafforzare questa suggestione sulle origini del culto di sant’Agapito va infine la figura di santa Giuliana, la cui omonimia con la beata Giuliana da Collalto non può di certo essere sfuggita.

Agiografia

Sant’Agapito da Palestrina.
Agapito nacque a Præneste (Palestrina) nel Lazio nel 259; ancora quindicenne nel 274 subì il martirio. Il giovane sarebbe stato esposto invano alle fiere, poi tormentato con acqua bollente e fuoco[ii] , infine decapitato. È rappresentato con la palma del martirio, spesso con due leoni mansueti accanto e con un fascio littorio, oppure col capo cosparso di carboni ardenti o sospeso a testa in giù sopra le fiamme.

Papa Leone III (795-816) restaurò a Preneste due basiliche dedicate al martire, una delle quali pare contenesse il sepolcro e l'altra il corpo. È invocato come protettore dei giovani e contro le tempeste estive, le coliche e il mal di ventre, il suo culto si diffuse in modo particolare a Roma, a Palestrina e nel resto del Lazio. L'episodio dei leoni, come quello delle fiamme, ricorda il martirio di Eustachio e del figlio Agapito. E' festeggiato il 18 agosto.

Sant’Eustachio e sant’ Agapito suo figlio.
Nobile romano e valente “magister militum” del I secolo d. C., Placido avrebbe guidato in Asia minore una legione al tempo di Traiano. Si narra che Placido, obbedendo agli ordini, perseguitasse i cristiani, ma un evento ebbe a cambiargli la vita. Un giorno, mentre egli cacciava, gli si fece incontro un cervo tra le cui corna spiccava una croce luminosa. Con voce umana l'animale gli chiese: “Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù, che tu adori senza conoscere!”. Sconvolto dalla visione, l’ufficiale si convertì e si fece battezzare con la moglie Teopista e i figli Teopisto e Agapito (o Agapio). In occasione del battesimo egli prese il nome di Eustachio. Dopo la conversione, Eustachio e i suoi familiari subirono prove pesanti: perdettero il bestiame e, a causa della peste, i servi. Furono derubati d'ogni avere. Cercando riparo dalle sventure si imbarcarono per l’Egitto, ma il capitano della nave rapì Teopista. In Egitto, due belve, un lupo e un leone, rapirono i fanciulli. Eustachio fu ridotto a custodire il raccolto dei locali.
Quindici anni dopo Traiano fece rintracciare Placido e, trovatolo, gli comandò di sconfiggere i barbari che minacciavano l’Asia minore. Placido, nuovamente alla testa delle truppe, arruolò i soldati migliori e, tra questi due giovani ufficiali: i figli che gli indigeni avevano salvato dalle fiere. I tre divennero così commensali senza tuttavia riconoscersi.
Sconfitti gli invasori, il generale Eustachio con i suoi legionari si accampò nel villaggio in cui viveva la moglie Teopista, rimasta sola e in miseria dopo la morte del capitano navale. Alla donna si presentarono ospiti i due giovani, ignari della madre. Ella, ascoltata la loro storia capì di aver di fronte i figli, ma non volle rivelarsi. Chiese piuttosto udienza al generale per essere rimpatriata a Roma. Quando finalmente Teopista incontrò il generale Eustachio le identità furono svelate e la famiglia si ricompose.
Adriano, succeduto a Traiano, accolse trionfalmente Eustachio, ma, al momento del sacrificio agli dei, il cristiano Eustachio oppose il suo rifiuto. I quattro familiari, solidali, furono esposti alle fiere ed essendo da queste risparmiati, furono allora introdotti in un toro di bronzo arroventato nel quale incontrarono una morte istantanea. I loro corpi, privi di segni d’arsura, furono poi convenientemente sepolti dai cristiani.
I resti del santo si trovano presso la basilica di Sant'Eustachio in Campo Marzio a Roma, mentre importanti reliquie sono conservate nella Chiesa parrocchiale di St-Eustache a Parigi. Presso l'abbazia di Nervesa, inoltre, era conservato un braccio, che però fu trafugato nel 1373.
La leggenda di Sant’Eustachio è un autentico capolavoro di letteratura agiografica ed è accostabile a quella biblica di Giobbe.
Eustachio è patrono dei cacciatori e dei guardiacaccia, dei fabbricanti e dei commercianti di pelli, invocato contro il fuoco. È inoltre, con Barbara, Biagio, Caterina d'Alessandria, Cristoforo, Dionisio, Giorgio, Margherita e Vito, uno dei quattordici Ss. Ausiliatori. Santi dalla speciale funzione taumaturgica sancita dalla chiesa, prototipi della schiera di patroni che si è ampliata e sviluppata fino ai giorni nostri. La sua memoria si celebra il 20 settembre, ma anche il 28 novembre. Data del dies natalis è invece il primo di novembre. Si può supporre che vi sia stata una certa devozione anche per i congiunti di Eustachio, in particolare per Agapito che portava il nome di numerosi altri santi. L'ampia omonimia può aver favorito il figlio Agapito anche rispetto al fratello e alla madre che, infatti, hanno una minor venerazione popolare.
 
Beata Giuliana di Collalto

Giuliana nacque a Collalto (Susegana) nel 1186 dal Conte Rambaldo VI e dalla Contessa Giovanna di Sant’Angelo di Mantova. A dodici anni vestì l’abito benedettino a S. Margherita di Salarola, sui Colli Euganei. Qui visse in modo esemplare i primi anni di vita religiosa. Nel 1220 fece giunse nello stesso monastero Beatrice I d’Este divenuta poi beata. Tra le due pare corresse profonda amicizia. Giuliana fu in seguito incaricata di fondare un monastero presso la chiesa abbandonata di San Cataldo, sull’isola veneziana di Spinalonga (Giudecca). La comunità claustrale dedicò poi la chiesa anche a S. Biagio.

Divenuta badessa, Giuliana si distinse per rispetto della Regola e per un particolare riguardo verso i poveri. Nota per la sua carità, compì ancora in vita molti prodigi. Dal monastero dei Ss. Biagio e Cataldo della Giudecca dipendeva quello di terra ferma di Pianiga, che Giuliana fece restaurare intorno alla metà del secolo.

Durante i suoi ultimi anni la beata patì forti mal di testa, per questo le fu attribuito il patrocinio sui sofferenti di tale malanno. Morì a settantasei anni il primo settembre 1262, e fu sepolta nel cimitero della chiesa. Intorno al 1290 il corpo, trovato incorrotto, fu collocato in un artistico sarcofago ligneo. Nel 1733 le reliquie furono poste in un altare della chiesa mentre esattamente venti anni dopo (il 30 maggio) papa Benedetto XI ne confermò il culto “ab immemorabili”, con memoria al 1° settembre. Nel 1810 il corpo fu traslato nella chiesa del Redentore e dodici anni dopo nella parrocchia di S. Eufemia, dove tuttora è venerato nella cappella di Sant’Anna. Nella chiesa del paese natale sono custodite una reliquia della falange, una corona su cui poggiò il capo, un guanciale e parte dell’abito indossato al momento della morte. L’antico sarcofago ligneo è ora conservato al Museo Correr di Venezia. I suoi dipinti sono un antichissimo esempio di come la pittura veneziana fosse influenzata, a quei tempi, da quella bizantina.

Significato dei nomi

Agapito

Dal greco Αγαπητος (Agapetos), tramite il latino Agapetus o Agapitus; nasce dall'aggettivo αγαπητος (agapetos), ossia "amato", "amabile", "desiderato", "diletto", "degno di essere amato"; la radice ultima è άγάπη (agape, "amore"), da cui deriva anche il nome Agape, del quale è considerato una variante. Per significato, può essere accostato a nomi quali Aspasia, Abibo, Amato, Armas, Davide ed Erasmo. Nome tipicamente cristiano, sostenuto grazie a due papi e diversi santi che lo hanno portato. Oggi è quasi in disuso; si trova comunque in Italia, soprattutto nel Lazio e a Palestrina grazie al culto del patrono sant'Agapito.
 
Eustachio
Dal greco Ευσταχιυς (Eustachus, Eustachys), latinizzato in Eustachius. È composto da ευ (eu, cioè "bene") e da σταχιυς (stachys, ovvero "spiga"), e significa "che produce buone spighe", "che produce buon raccolto", in altre parole "fruttifero". Significato simile hanno i nomi Policarpo, Efrem e Fruttuoso. È più diffuso nel sud Italia, soprattutto in Puglia, Basilicata e Calabria.

Teopisto - Teopista
Dal greco θεος (theos, "Dio") e πίστις (pistis, “fede”), in latino Theopistus/a cioè “fedele a Dio”, "credente in Dio”.
 
Cronologia
971 - Regimbaldo - Rambaldo (avo dei da Collalto), è menzionato quale "Comes Comitato Tarvisianense".
1000 - Fondazione dell’abbazia di S. Eustachio a Nervesa
1096 - Sandio Muffoni con giovanni da Vidor alla “Prima Crociata”
1110 - Ensedisio I° erge il Castello di Collalto (da cui il nome della casata)
1138 - Alberto Collalto "il Crociato" donato Cordignano, Belluno e il Cadore a Guecellone della casata dei Montanara, divenuta poi da Camino.
1184 - Bolla di Lucio III che attesta la plebs di Cesio
1260 Giovanni Pietro Muffoni resiste ai soldati di Ezzelino nel castello di Cesio
1262 - Morte della beata badessa Giuliana da Collalto
1300 - Alberto della Scala di Verona Signore di Feltre
1300 - Rambaldo Vili edifica il castello di S. Salvatore: scissione della famiglia in Collalto di Sopra (castello Collalto) e Collalto di Sotto (castello di S. Salvatore).
1320 - Manfredo di Collalto vescovo di Ceneda è nominato vescovo di Feltre e Belluno
1358 - L’abate Agapito ricostruisce l’abbazia di S. Eustachio a Nervesa
1361 - Francesco Carrara di Padova è Signore di Feltre
1373 - È trafugato il reliquiario del braccio di S. Eustachio appartenente alla Abbazia di Nervesa




[i] Valle di Canzoi, Toschian, Madonetta di Pez

[ii] L'episodio dei leoni, come quello delle fiamme, ricorda il martirio di Eustachio e del figlio Agapito.

della Feltre del Cinquecento

La città
La città è facilmente individuabile. Nella valle sono soltanto due le città vere e proprie, dotate di un pieno governo e di una cattedrale. Tra la città e il contado vi è una netta separazione è una separazione concettuale che diventa visibile grazie alle mura. Il concetto è ben palesato dalle espressioni allora molto in uso di intra moenia (in città) ed extra moenia (fuori città). Gli abitanti che risiedono in città sono all'incirca 5-6000, in tutto il territorio circa 25-28000 abitanti.

Le mura sono il contenitore preciso della città. La cinta muraria ovviamente fa capire come anche nel XVI secolo la città non avesse il pieno controllo del territorio e come la necessita di difendersi fosse molto sentita e come si dovesse percepire il mondo esterno ostile e violento. I fatti danno ragione dei timori. Le mura del '500 sono concepite per resistere all'artiglieria, ma non sono neppure terminate nella parte a nord della città che rimane protetta dalla sola pendenza e dalle residue mura medievali a cortina, delle quali è difficile immaginare lo stato.

I borghi tendono a confondere i confini estendendo alcune prerogative urbane verso la campagna e viceversa. Chiuse tra le mura straboccano con i borghi, sono la sede del potere e del privilegio dei nobili. La città è per lo più fatta di palazzi e case in muratura, molti dei quali sono ancora visibili. A Belluno molte case sono gotiche perché la guerra di Cambrais non ha distrutto così radicalmente la città, come invece è accaduto a Feltre.

Per le strade di Belluno e di Feltre si sente lo sferragliare dei fabbri e il vociare intenso di tanta gente assiepata. Si vive in forte contatto poiché le città sono piccole e dunque densamente popolate. I carri e i cavalli scorrono lungo le vie, lasciando odori intensi di fieno e di letame. Le botteghe sono aperte presso le piazze anche per comodità dei nobili e dei loro servi. Sono piccole e scure, aperte sulla strada con finestroni rettangolari, protetti da serramenti in legno a balcone che fungono anche da tettoia nei giorni di cattivo tempo. I mercanti più ricchi come Andrea Crico si dotano di una casa con i portici, ma si tratta di eccezioni, dato il clima rigido che suggerisce di tenere chiuso quanto più si può l'edificio. La casa del mercante è dotata di fontego, ossia di magazzino, e di bottega per la conservazione e la vendita delle merci, talora anche per la loro lavorazione. A Feltre esistono cererie, ceramisti, fabbri in quantità, falegnami, sarti, fornai, mugnai, lanaioli, dislocati ora dentro ora fuori dalle mura. Verdure pesce e carne sono probabilmente venduti prevalentemente alla piazza del mercato.

Le fontane pubbliche servono l'acqua, in città come in campagna, ed che uso che siano i domestici o i bimbi a procurarla con secchi di rame. Le famiglie più abbienti hanno il pozzo in casa, nella propria corte.

La casa del nobile, piccola o grande che sia, tende ad essere simmetrica, affrescata con motivi classici. Dotata di spazi per la servitù. Il nobile bellunese e quello feltrino non sono, se non in rari casi, dei nobili d'alto rango. Tuttavia sono in contatto con l'aristocrazia veneziana e con quella imperiale. La loro occupazione è di mantenere e aumentare i privilegi sul popolo, di non lavorare, di fare la guerra, di controllare i propri possedimenti terrieri, di accasarsi bene.

Disgrazie e cantieri
Feltre dopo il sacco del 1510 è una desolazione che si trasforma in cantiere. Case private e palazzi pubblici in rifacimento, chiese diroccate, mura da rifare, tutto un lento ma vieppiù inesorabile fermento di ricostruzione. Recuperare, rifare, riparare sono le parole d'ordine del primo ventennio che segue il massacro e con esse si giunge agli anni trenta. Ancora negli anni quaranta si discute della posizione della cattedrale che secondo alcuni, vescovo compreso, doveva accedere intra moenia. Ed è tutto un tramestio anche in piazza Maggiore dove si edifica il Palazzo Novo, e se al palazzo dei nobili crolla il tetto, alla cattedrale crolla invece la facciata. Poi ci sono le fontane, le strade, la macerie da portar via coi carri… Insomma non una città, ma un cantiere! 
Un cantiere più grande di quel che si sarebbe potuto vedere. Perché anche l'animo, fin nel suo profondo è devastato. C'è un'umanità da ricostruire! Identità incrinate da riparare, relazioni sociali e amicali da allacciare con i nuovi arrivati, da riparare con i vecchi traumatizzati, memorie da cancellare o da conservare, lutti da rielaborare. Ogni persona un cantiere, per ricostruire la propria dimensione umana, un cantiere intrapsichico, per riaversi da una tragedia di immani proporzioni.
Effervescenza di rinnovamento o malinconia da restauro? credo entrambi, ora l'una ora l'altra, in un terribile mix, una sindrome da sopravvissuti al massacro. Intanto la vita non poteva che continuare col suo tran tran….
Certo, ma l'imprinting al secolo è ormai dato.

Studi
Si compiono studi a Padova presso l'Università. Anche i meno forniti di beni economici talora, se dotati di ingegno, posso assurgere alle vette del sapere e della fama: il Rosso da Feltre è un esempio. Nicolò Causonio studiò a Padova con tanto successo da divenire appunto un dotto assai rinomato

La peste
La peste colpisce nel 1530 a Belluno, nel 1575-76 a Trento, Verona, Padova, Mantova, Venezia, Vicenza, Milano, Brescia.
Feltre non è intaccata, ma il Trentino è in parte diocesi di Feltre. Qua e là il contado dei tre distretti è contaminato e vi sono dei morti. La peste del '75 si diffonde da Trento verso Verona dove muore un quinto degli abitanti, a Mantova, a Venezia che tra il '75 e il '77 perde 51000 persone (27%). Vicenza con 1908 morti, Milano con 17.329, Brescia con 20.000 morti.
La peste è una costante nella vita della gente. Non è mai dimenticata ma è spesso taciuta, evitata e rimossa col pensiero.
La peste condiziona nel senso che tiene sveglio il senso di precarietà della vita e fa pensare ad un investimento nella discendenza.

La morte
Si pensa alla morte al punto da provvedere alla propria sepoltura fin da giovani. La famiglia nobile si preoccupa di avere in chiesa la propria tomba in una cappella di cui vuole lo iurispatronato. Un luogo importante per la morte è l'antica chiesa di Ognissanti che conserva nel titolo nella collocazione e nel residuo anche se non antico altare delle anime purganti le tracce della sua antica funzione di basilica cimiteriale. Presso la chiesa di Santo Stefano, la confraternita della morte eseguiva preghiere e messe per i defunti su commissione sia privata che pubblica. Il Maggior Consiglio infatti aveva il patronato sulla cappella e curava che l'attività di suffragio vi fosse costantemente tenuta.

I popolani sono sepolti presso le chiese nei cimiteri posti entro le mura cittadine e nel centro del paese. A Belluno la piazza del duomo è costituita dal cimitero e così attorno alla cattedrale di Feltre. La morte e il morire sono un fatto vicino e quotidiano. Si muore in casa ma solo se si ha parenti o amici che ospitano, altrimenti si muore negli ospitali, a Santa Maria del Prato, a Ognissanti, a San Paolo. Si muore per malattia, per guerra, per vecchiaia, per incidente sul lavoro. I morti sono sepolti in condizioni di gran promiscuità con i vivi, le chiese sono cimiteri dentro e fuori e gli odori dei cadaveri emanano dalle lastre tombali. La cattedrale è praticamente circondata dal cimitero, ma le tombe non mancano neppure nel cuore stesso della città, presso la chiesa di Santo Stefano. Il senso della morte è molto diverso da oggi. Del resto nel 1510 l'eccidio doveva aver lasciato, come molti altri drammatici eventi una indelebile impronta emotiva nei sopravvissuti.
Le pievi sono dotate di cimitero, a volte è un semplice giardino che attornia la chiesa, senza neppure croci o segnacoli, come nel caso di Cesio.

Le feste
Festa è principalmente intesa come festa sacra. Tuttavia non mancano gli aspetti o pagani o più semplicemente materialisti. Festa è la pasqua. Feste sono le ricorrenze dei vari santi tra i quali spiccano i Santi Vittore e Corona. San Vito, se si tiene fede agli statuti cittadini (il palio), san Giacomo, ecc. per San Bartolomeo si tiene una fiera, così per san Vittore… Poi vi è il carnevale. A Belluno la festa con la corsa dei tori e un palio e le feste patronali tra le quali spicca la Festa di San Martino.
In caso di feste religiose, più che il clero, è una complessa liturgia, ormai quasi barocca, fatta di gesti e di consuetudini secolari che conduce la regia degli eventi. Le feste civili sono sempre sacralizzate. Non vi è una precisa distinzione (moderna) tra sacro e profano, cosicché fatti ed eventi di carattere politico (legati al governo veneto o al suo podestà) o più schiettamente popolari, sono connotati dal sentimento e dalla ritualità religiosi. Anche la sconfitta dei nemici, come i turchi può dar luogo nella città a feste più o meno spontanee. In tal caso si mescolano elementi religiosi e laici. Un solenne Te Deum accompagna spesso i momenti felici della comunità, anche quando sono felici solo per modo di dire. Al contrario il Libera nos precede le catastrofi, o le evita.

La fiera è l'occasione per il grande mercato annuale. Prodotti che non sempre sono reperibili con gran facilità sono esposti e venduti: bestie, attrezzi, granaglie e così via… si aspetta la fiera per "incontrare" e i produttori e venditori della campagna meno vicina e di altre città. giungono dalle ville e dalle pievi. Molti contadini e l'animazione diventa memorabile. Probabilmente il controllo si faceva più scrupoloso su merci, prodotti e persone. Molti miserabili approfittavano della ressa per elemosinare e i malfattori per derubare.

I nobili
I nobili sono cittadini o campagnoli? La società è divisa in tre ordini: nobili (cittadini del consiglio), cittadini (cittadini del popolo), cui vanno aggiunti gli ecclesiastici e i villani. [C.V. III, p. 129]. Vi sono numerosi tentativi della plebe di avere più voce nella cosa pubblica. Due sono i tipi di origine nobiliari: uno patrizio ed uno comunemente detto feudale. Il primo è tipicamente cittadino , si tratta dei discendenti dei patres o fondatori della patria (città patria). Il secondo in realtà sarebbe meglio definito come vassallatico-militare. Si tratta allora dei discendenti dei conquistatori germanici e dei milites che furono naturalmente associati alla loro signoria terriera sia feudale che allodiale. Nel Cinquecento la distinzione sembra avere ormai poca importanza, ma durante il secolo precedente vi furono manovre consistenti della repubblica di Venezia affinché i nobili di origine vassallatica si trasformassero de facto in cittadini. Sono loro e i preti che portano con la loro presenza la città campagna e viceversa.

La campagna
I villaggi sono fatti di corti. Ogni corte è un caseggiato autonomo, chiuso in se stesso come un castello rurale, legato spesso a qualche padrone terriero. Il centro dei villaggi principali è costituito sempre meno da case in paglia e di legno, e comincia, specie nelle zone più frequentate dai mercanti, ad avere case in pietra e addirittura palazzetti.
I borghi sono abitati dai mercanti e dagli artigiani, nonché da liberi professionisti tra i quali notai e medici. Ma anche la città vede le stesse categorie pur essendo molto più abitata da nobili. Il paesaggio campestre è costellato di campi, chiesette, ville padronali. Si vedono inoltre i ruderi dei castelli che la Serenissima ha voluto fossero abbattuti. I nobili in campagna occupano le loro dimore che sono, ancora, piuttosto sobrie ed eleganti, delle fattezze di case di campagna con portici eleganti, ma funzionali com'è ad Arten, o ai Lusa, lontane dei fasti dei due secoli successivi.
Boscaioli, pastori e allevatori, ma soprattutto agricoltori popolano le campagne. Sono poveri, contadini nelle zone più impervie e coloni in quelle più appetibili dai nobili, nel fondovalle e in zona assolata. Vivono spesso in condizioni di indigenza, che le carestie rendono drammatica. Le famiglie sono numerose e il gruppo del villaggio tende a prevalere sulla famiglia.

Dell'arma araldica del Quartier del Domo di Feltre

L'arma araldica del quartiere del Duomo è "d'azzurro, una fascia diminuita d'oro, tre bande diminuite dello stesso in punta, una stella di otto raggi pure dello stesso in capo".

Si tratta di uno degli stemmi Bellati di Feltre.
I Bellati, stando ad alcune fonti, locali (Cambruzzi e altri) sarebbero giunti a Feltre in epoca assai remota e avrebbero preso parte con i feltrini alla prima crociata.

Mario Gaggia ricorda che i Bellati possedevano, fra le altre, la bella casa che si vede accanto alla chiesa di San Giacomo in via Mezzaterra. Immagino che proprio questa suggestiva dimora (Villabruna-Bellati) abbia suggerito nel 1980 di usare lo stemma Bellati per dotare di un'insegna il quartiere del Duomo.

Tra le armi araldiche dei quartieri feltrini quella del Duomo è la più complessa sia da descrivere che da disegnare. A parer mio la scelta dello stemma Villabruna, d'azzurro alla stella di otto raggi d'oro, sarebbe stata assai più semplice e pratica da utilizzare e, in fondo, tale opzione rimarrebbe ancora praticabile.

Azzurro e oro sono i colori sia dello stemma del Duomo sia dello stemma di Castello. Questo non facilita il riconoscimento del quartiere e delle sue squadre, pertanto è prassi (non ortodossa sotto il profilo dell'arte araldica) di usare un blu per il Duomo ed un celeste per il Castello.

Tre le scelte mancate, ma forse più giustificabili, lo stemma dei Da Marcanovo, le cui case sorgevano presso porta Imperiale, quello dei Lusa dei quali una dimora si trovava fra via Mezzaterra e vie delle Beccherie, o ancora quello dei Dalla Torre.

Dell'arma araldica del quartier di Santo Stefano di Feltre

Il quartiere di Santo Stefano porta l'arma: di rosso un corno da caccia d'oro.

Lo stemma scelto per questo quartiere fu, nel 1980, quello della famiglia Dal Corno che in età moderna possedeva, in effetti, una casa nella parte nord della "strata maior" (a metà di via Mezzaterra) e, secondo Mario Gaggia, dal 1523 anche la torre Cicogna in via Cornarotta "abitata dai loro Maggiori".

Dei Dal Corno il Gaggia scrive: che la famiglia "detta latinamente a Cornu, provenne da quella omonima di Treviso" e che "possedette un Castello nella villa di Caliol ed un altro in quella di Cesio Minore avendo in essa giurisdizione". La famiglia era presente a Feltre ben prima che fossero statuiti i palii equestri. Per questa ragione, oltre che per l'importanza del lignaggio e il possesso di una casa e di una torre (menzionate dal Gaggia) entro l'area del quartiere, l'attribuzione dello stemma Dal Corno a Santo Stefano mi sempre azzeccata.

Va da sé che l'origine della figura è legata all'attività venatoria, in particolare alla caccia dei cervi e dei cinghiali, ed è quindi simbolica di uno status aristocratico. Non manca neppure un indiretto riferimento al valore bellico, considerando la stretta parentela che c'è fra il corno da caccia e quello da guerra.


cfr M. Gaggia, Famiglie nobili di Feltre - tip. Panfilo Castaldi 1936 Feltre.

Dell'arma araldica del quartiere di Porta Oria di Feltre

Il quartiere di Porta Oria ha come arma araldica uno scudo: d'oro, un'aquila bicefala di nero.

Quale che sia la ragione per la quale nel 1980 fu scelta quest'immagine, essa a me pare piuttosto azzeccata.
Sembra che l'aquila bicefala fosse usata come emblema già dagli ittiti. Fu poi, da Isacco I Comneno (1057-1059) che divenne l'insegna ufficiale dell'Impero Romano d'Oriente. Nel medioevo, anche in seguito alle crociate, la figura si diffuse in Occidente, contendendosi le insegne con la più comune versione monocefala.

Con il leone, l'aquila (mono o bicefala) è l'animale araldico più ricorrente negli scudi. Lo è in particolar modo nei paesi di lingua tedesca e in Italia, dove molte famiglie portavano il cosiddetto capo dell'Impero che è d'oro all'aquila di nero.

In passato si è pensato che la scelta sia stata ispirata dall'arma della famiglia cittadina degli Aviano come fonte d'ispirazione per lo stemma di Port'Oria, essendo questa d'oro, un'aquila di nero le teste coronate dello stesso.

Dell'arma araldica del quartiere del Castello di Feltre

Il quartiere del Castello porta come arma araldica: d'azzurro, un leone d'oro.

Lo si può identificare, pure se scelto in modo arbitrario nel 1980, con quello della famiglia feltrina dei Gazzi, che dal XVI possedeva la casa sul fronte orientale di Piazza Maggiore.

Va correttamente detto che, almeno stando a Mario Gaggia, la famiglia "detta anche Gazio e latinamente de Gaziis" e a cui "il Dal Corno aggiunge anche il cognome Corvati", sarebbe "oriunda da Milano" e si sarebbe stabilita "in Feltre nell'inizio del secolo XV".

In altre parole si sarebbe trattato di una famiglia non ancora ben radicata in Feltre durante i decenni in cui furono istituiti i palii feltresi (secoli XIV-XV). E, fosse vero l'appellativo Corvati menzionato da Dal Corno potremmo pensare anche ad una più lontana origine croata di questo lignaggio.

La scelta dello stemma attuale a me pare essere opportuna: si tratta di uno scudo semplice, elegante, d'effetto, e nel complesso molto apprezzabile. In qualche modo, la figura del leone fa di questo stemma il naturale avversario iconografico dell'aquila portata nello scudo dal quartiere di Porta Oria.

cfr M. Gaggia, Famiglie nobili di Feltre - tip. Panfilo Castaldi 1936 Feltre.



lunedì 21 agosto 2023

dei quartieri di Feltre

Nel medioevo la città di Feltre fu divisa in quattro parti, ovverosia in quartieri. I quartieri sarebbero stati posti, almeno in origine, sotto il patronato di altrettante famiglie e costituivano sostanzialmente delle suddivisioni topografiche utili sia per identificare i luogo di residenza o le proprietà di un determinato soggetto sia per disegnare delle circoscrizioni amministrative. Riporto di seguito le definizioni statutarie risalenti ai secoli XIV e XVI con una traduzione di mio pugno che spero non sarà troppo inesatta.

Gli statuti del XIV secolo (copia del 1554 da originale del 1388-1390)
[1] li delineano in questo modo:

capitulum 37
De divisione quarteriorum civitatis Feltri rubrica

Potestate eodem et millesimo. Statuimus quod civitas Feltri debeat stare partita in quattuor quarteriis,

videlicet: a cuba Sancti Stephani et a domo cannonicorum que est supra dictam ecclesiam in sursum usque ad sumitate castri et a strata maiori simul cum villa de Farra et sicut itur ad Calchariam sit in uno quarterio et vocetur quarterium Sancti Stephani;

Item a via per quam itur de post dictam cubam Sancti Stephani a strata maiori in sursusm eundo in Belunum in valle et burgis sit in secundo quarterio et vocetur quarterium de Castello;

item a via per quam itur a cuba Sancti Stephani in zosum, a via eundo ad Costas per subtus molendini Manfredi et a dicta strata maiori eundo in Bellunum sit in quarterio tercio et vocetur quarterium Porte Auree;

item a strata maiori que vadit ad Calcheram et a dicta via que vadit ad Costas sit in quarto quarterio et vocetur quarterium de Domo.


Stabiliamo che la città di Feltre debba essere ripartita in quattro quartieri, ovvero: dalla cappella di Santo Stefano e dalla casa dei canonici che sta sopra detta chiesa, in su fino alla sommità del castro (cittadella o castello?) e dalla strada maggiore in direzione della villa di Farra e della Calchera sia in un quartiere e sia chiamato quartiere di Santo Stefano;

Allo stesso modo dalla via per la quale si va oltre la detta cappella di Santo Stefano dalla strada maggiore in su per andare a Belluno in valle e ai borghi sia nel secondo quartiere e sia chiamato quartiere di Castello;

Allo stesso modo dalla via per la quale si va dalla cappella di Santo Stefano in giù, dalla via che va alle Coste sotto il mulino Manfredi e dalla detta strada maggiore andando verso Belluno sia nel terso quartiere e sia chiamato Quartiere di Porta Aurea;

Ugualmente dalla strada maggiore che va alla Calchera e da detta via che va alle Coste sia nel quarto quartiere e sia chiamato quartiere del Duomo.

Negli statuti rinnovati del XVI i quartieri sono descritti come segue

De divisione quarteriuorum
Potestate eodem, & millesimo.
Statuimus q. Civitatis Feltri debeat stare partita in quatuor quarteriis,

Quarterium sancti Stephani. Rub. XXXVI
videlicet à cuba sancti Stephani, & à cisterna quae est supra dictam ecclesiam in sursum usque ad summitatem castri, & à strata maiori simul cum villa de Farra & sicut itur ad sanctum Spiritum, sit in uno quarterio, & vocetur quarterium sancti Stephani.

Quarterium de Castello. Rub. XXXVII
Item via, per quam itur de postdictam cubam sancti Stephani à strata maiori in sursum eundo in Bellunum in burgo Venzolini, Valneria & ruga à parte Septentrionis, sit in secundo quarterio, & vocetur quarterium de Castello.

Quarterium portae Aurae. Rub. XXXVIII
Item via, per quam itur à cuba sancti Stephani, in Zosum à via eundo recte usque ad Costas, & à dicta strata maiori eundo in Bellunum in burgo rugae versus meridiem, in Tortesegno & Nassia usque croseriam de Nassia sit in tertio quarterio, & vocetur quarterium portae Aurae.

Quarterium de Domo. Rub. XXXIX
Item à strata maiori quae vadit recte per Civitatem per portam Imperialem, per tegetes ad sanctum Spiritum versus meridiem, & à Restello portae Imperialis usque ad viam croseriae de Nassia per quam viam itur à porta Pusterle usque ad costas sit in quarterio quarto, & vocetur quarterium de Domo.


Stabiliamo che la città di Feltre debba essere ripartita in quattro quartieri,

Quartiere di santo Stefano. Rubrica XXXVI
ossia dalla cappella di Santo Stefano e dalla cisterna che si trova sopra detta chiesa in su  fino alla sommità del castro (cittadella o castello?), e dalla strada maggiore e dalla villa di Farra andando a Santo Spirito, sia in un quartiere, e sia chiamato quartiere di Santo Stefano.

Quartiere di Castello. Rub. XXXVII
Allo stesso modo dalla via, per la quale si va dalla posdetta cappella di Santo Stefano dalla strada maggiore in su verso Belluno nel borgo Venzolini, Valneria e ruga dalla parte di settentrione, sia nel secondo quartiere e si chiami quartiere del Castello.

Quartiere di porta Aurea. Rub. XXXVIII
Allo stesso modo dalla via, per la quale si va dalla cappella di Santo Stefano, in giù, dalla via andando dritti fino alle Coste, e dalla detta strada maggiore andando verso Belluno in borgo ruga verso meridione, a Tortesegno e Nassia fino all'incrocio di Nassia sia nel terzo quartiere, e si chiami quartiere di porta Aurea.

Quartiere del Duomo. Rub. XXXIX
Ugualmente dalla strada maggiore che va dritta attraverso la Città attraverso porta Imperiale, fino a Santo Spirito verso meridione, e dal Restello di porta Imperiale fino all'incrocio di  Nassia per la qual via si va da porta Pusterla fino alle coste sia nel quarto quartiere e sia chiamato quartiere del Duomo.




La descrizione dei quartieri storici di Feltre  [2]  

12 Si trova la città descritta in quattro porzioni o quartieri, cioè nel quartiere di San Stefano, di Castello, di Portoria e del Duomo. Si estende il quartiere di San Stefano dalla Piazza e chiesa del Santo medesimo verso Ponente sino al borgo delle Tezze, contenendo tutto quel tratto di abitazioni che si trova per mezzo la terra verso settentrione sino alle mura della città, e proseguendo più oltre, comprende mezzo il borgo di Porta e la metà del borgo delle Tezze, che verso tramontana si estendono insieme col borgo di Farra. 

Il quartiere di Castello, cominciando pure nella Piazza, comprende tutte quelle abitazioni che sono situate verso settentrione nella contrada di Portoria fino alle mura della città, con tutto il Castello, e proseguendo fuori della città, contiene quella parte di case che si estende a mano sinistra sino alla chiesa di Loreto, comprendendosi in questo il borgo dell’Uniera. 

Il quartiere di Portoria principiando in piazza dalle case vicine al Palazzo ed estendendosi per la contrada, comprendendo il rimanente delle abitazioni che si trovano a mano dritta verso mezzogiorno, e continuando per il borgo sino alla chiesa di Loreto, inchiude tutta quella parte che riguarda all’ostro con i borghi di Tortesegno e di Nassa sino alla crociata della medesima contrada.

Il quartiere del Duomo, incominciando pure dalla Piazza del palazzo pretorio e scorrendo per la contrada di Mezzaterra, contiene tutto quel tratto di abitazioni che torna verso mezzogiorno, e continuando fuor dalla città, comprende il rimanente de’ borghi di Porta e delle Tezze, quello cioè che si trova a mano sinistra verso ostro e ritornando addietro include la contrada di Santo Avvocato e tutto ciò che contiene sino alla crociata del Borgo di Nassa. 

[1] a. c. U. Pistoia D. Fusaro - Statuti di Feltre del secolo XIV ecc. Viella ed. Roma 2006
[2] tratta da Storia di Feltre del P.M. Antonio Cambruzzi vol. III c 6; Feltre, P. Castaldi ed. 1875

di Venezia città e della marca veneta

Per lunghi secoli, fin dall'età dei longobardi, la Laguna veneta e la città che da essa si era formata, erano state un mondo a parte, estraneo alla vita della marca. Venezia era un pezzo di Bisanzio adagiato presso le coste venete, Oriente in tutto, tranne che nella collocazione geografica. Mentre la terraferma aveva vissuto le vicende del continente, subendole o partecipandovi con protagonismo, la laguna si era estraniata, mantenendo con l'Europa un rapporto quasi esclusivamente commerciale.

Il Trecento, il secolo degli scismi papali, il secolo del grande terremoto, il secolo della grande peste, il secolo delle signorie e dei conflitti crudi e diffusi, si concludeva anche per Venezia in modo poco sereno. La marca, per i veneziani l'entroterra, punto di mercato e di snodo delle merci dirette in Europa era un luogo turbolento, soggetto a signorie dinamiche e aggressive, a potentati di grande calibro quali l'impero, il regno di Francia e il papato.

Venezia, sempre più isolata, si rende conto di non contare nulla sullo scacchiere italiano. Per la Repubblica diventa necessario dunque mutare i rapporti politici nel continente ed inserirsi con peso ed autorità nelle questioni italiane. Ciò permetterà alla città di controllare il proprio mercato interno e di difendere la prorpia economia com maggior garanzia di successo.

Dal Trecento al tardo Quattrocento la politica continentale di Venezia si fa oltremodo aggressiva, fino alla reazione dura e implacabile del 1509 ovvero della Guerra di Cambrai. La città lagunare tra il 1403 e il 1420 acquistò un vasto territorio nell'entroterra. Nel 1404 si dettero a Venezia sia Feltre che Belluno.

Venezia sa dunque approfittare dei numerosi conflitti che tormentano la marca, della morte del Visconti, dell'impopolarità dei Carraresi, per imporre il proprio dominio. Per far ciò fa uso oltre che dell'esercito, anche di una sottile diplomazia, convincendo i cittadini, in particolare i mercanti, dei vantaggi che avrebbero tratto per la loro città in caso di sottomissione alla Repubblica.

In effetti, il dominio veneziano fu incentrato sui centri urbani e sul ceto cittadino, ne furono svantaggiati i nobili feudali e le campagne, che dovettero assoggettarsi ancor più alla città e mutare di natura. Segno di tale politica fu la distruzione dei castelli privati e la fortificazione della città.

di Enrico Scarampi vescovo di Feltre

Nel 1398 il duca di Milano aveva imposto ai feltrini quale vescovo un suo consigliere, il monaco benedettino Giovanni Capogallo di Viterbo o di Orvieto. Il Capogallo era però giunto a Feltre  solo nel 1400, al termine di una pestilenza. Nel 1402 muore il duca e i feltrini sono alla ricerca di una nuova signoria cui assoggettarsi.
Nel 1404, il Capogallo ha ottenuto il trasferimento nella più sicura e soddisfacente città di Novara; a Feltre viene nominato, il 9 aprile di quell'anno, un nobile astigiano (già designato dallo stesso Visconti), tale Enrico Scarampi dei signori di Cortemilia. È nato 
intorno al 1355 a Cortemilia o a Roccaverano (Asti) ed è stato vescovo di Acqui (citato in un documento del 1396). È considerato un uomo di grandi capacità anche diplomatiche, e forse per questo viene designato a reggere un vescovado di confine. Per capire la sua figura è utile considerare che nel 1417 fu presente al conclave da cui uscì eletto papa Martino V (al secolo Oddone Colonna) e che fu da questo tesoriere della Camera Apostolica. Prese parte, inoltre, al Concilio di Costanza (1414-1418), laddove ebbe a sostenere il primato dei papi rispetto alle prerogative dei concili. Fu, da ultimo, il padre spirituale della beata Margherita di Savoia. 
Già nell'anno della sua nomina feltrese, si trova lo Scarampi come ambasciatore della duchessa di Milano a Venezia, insieme a Giacopo dal Verme e al padovano Enrico Scrovegni, inviati a San Marco per perorare un aiuto di Vicenza assediata dalla forze carraresi. La duchessa, loro tramite, offre a Venezia, in cambio della desiderata alleanza, il possesso delle cittadine montane di Feltre e di Belluno, ma tale offerta per il senato veneto non vale uno scontro coi Da Carrara. Al contrario quando è la stessa Vicenza a sottoporsi a Venezia, la Repubblica non esita ad ingaggiar battaglia contro i carraresi (in alleanza con i Gonzaga) fino a prendere la stessa Padova e a porre fine per sempre alla signoria dei Da Carrara. 
Il vescovo astigiano era perciò l'artefice della trattativa che, su ordine di Milano, avrebbe portato infine, in un modo o nell'altro, Feltre tra i possedimenti veneziani. Lo fece di buon grado?

Principe e consigliere del sacro Romano Impero, uomo dotato di senso politico ed introdotto nelle questioni imperiali e papaline, lo Scarampi entra nel 1406 in una Feltre veneziana, uscita di fatto dall’impero.
Venezia, da sempre romana (d'oriente), marittima e mercantile, è del tutto estranea al sistema vassallatico - feudale dell'impero. E guarda con affinità e favore alle comunità urbane, non certo ai principi  ai vescovi. Sono le città stesse che si costituiscono vassalle di una "dominante". E i comitati vescovili come quello di Feltre appaiono nel nuovo stato veneto come retaggio di un lontano passato: istituzioni obsolete e irrilevantiScompare con Venezia il concetto stesso di comitato vescovile e quando, nel 1420 il Feltrino è ripreso con le armi dai veneziani, il destino "veneto" di Feltre e di Belluno è ormai segnato, e con esso si infrange ogni speranza di un ritorno dell'autorità imperiale e vescovile. 
Feltre perde irrimediabilmente, a partire dal XIV secolo, la parte più consistente della diocesi/comitato vescovile (terre di Valsugana e di Primiero) fino a ridursi ad un piccolo distretto montano e di confine di uno stato fondato sulle acque.
È il periodo in cui anche anche Aquileia, col suo antico patriarcato (e la Patria del Friuli), cade in mano veneziana; finisce il ruolo temporale dei vescovi e dei patriarchi, e resta loro solo quello spirituale. Poteva lo Scarampi presagire la fine dell'autorità vescovile feltrina, conclusasi poi nel 1986 con la soppressione della stessa diocesi, nel momento in cui operava per far dare Feltre in dono ai lagunari?

Lo Scarampi muore a Feltre il 29 settembre del 1440; è in fama di beatitudine per la sua "rara dottrina nel concilio di Costanza", ma anche per la sua reputazione di uomo amabile e pio. Il suo corpo viene tumulato nella cattedrale di Feltre, in un sepolcro situato alle spalle dell'altare del Redentore, per poi essere, in età moderna, traslato nel sepolcro dei vescovi, nella cappella del Santissimo Sacramento. Un suo dito indice, conservato in passato presso la sacrestia dei vescovi, veniva un tempo esposto in pubblico quale segno di ammonimento per il popolo.

Il Padre Nostro e altre preghiere in feltrino

El segno de la cross Te'l nome del Pare,  del Fiol e del Spirito Santo Amen  Pare nostro Pare nostro che te sé te i cieli el sìe santifi...