Delle circostanze e degli scenari in cui si venne a fondare la pieve di Cesio, sappiamo veramente poco; possiamo azzardare l'ipotesi che tale istituzione indichi la presenza, di un pagus di epoca tardoantica e possiamo ritenere che la pieve di Cesio abbia avuto, fin dalla sua fondazione, una relazione particolare con le antiche chiese di Formegan, e di Vignui, relazione imposta, se non altro, dalla confinanza dei rispettivi territori. Poiché il piviere di Cesio raccoglie una parte dell'agro feltrino d'epoca romana, si ha ragione di pensare che la chiesa di Cesio sia appartenuta fin dall'inizio alla diocesi di Feltre. Da quanto è noto, la prima citazione della pieve apparirebbe nella medievale bolla di Lucio III.
Il piviere comprendeva, ancora nella prima età moderna, Lasen ad occidente, Marsiai ad oriente, Castel San Tomaso, Castel San Giorgio, Busche e Pont a meridione, mentre a settentrione era limitata dalle vette. Era dunque un territorio discretamente vasto, segnato da un'orografia ora dolce ora profonda, che rimase pressoché integro fino al Novecento. L'istituzione plebana, direttamente originata dalla cattedrale senza mediazione alcuna, era retta da un pievano che, dal punto di vista pastorale, liturgico e sacramentale non era sottoposto ad altre autorità che a quella del vescovo. Dal medioevo alla caduta della Serenissima, la pieve, con il suo clero ed il suo apparato rituale, simbolico ed amministrativo, fu il centro della comunità. Inizialmente l'istituzione doveva comprendere la sola comunità ecclesiale, ma, in epoca tardomedievale e moderna, quando la comunità umana e quella cristiana finirono col coincidere, il concetto di pieve si sovrappose esattamente a quello di comunità. L'istituzione divenne, così, l'artefice e la garante stessa dell'unità, della memoria e dell'identità collettiva. Per più di settecento anni la pieve ha mantenuto una posizione di assoluta centralità presso la comunità e ciò le ha permesso di determinarne profondamente il volto storico e identitario, a partire dai simboli che sono nati dentro e attorno ad essa.
Alla centralità della pieve corrispose ovviamente quella del clero e della romanità cristiana. Si spiega così il motivo per il quale l'apparato simbolico della comunità cesiolina è tanto ricco di elementi "romani".
A prova della forza eccezionale con cui le pievi hanno rappresentato le comunità rurali, vi sono ancor oggi molte località che portano nel nome il termine pieve. Se questo per Cesio non è avvenuto, si deve, tuttavia, ricordare che nel Trecento la località fu indicata come plebe Cesi e, ancora in una descrizione del Feltrino del 1677, appariva col nome di "Cesio maggiore Pieve".
L'istituzione della pieve ebbe qualche scossone nel Seicento, quando la chiesa di Arson divenne una parrocchia autonoma e dovette concedere la chiesa di Pont alla nuova parrocchia di Nemeggio. In quel periodo fu eretto, forse per consolazione, l'alto campanile attuale, ma il la comunità doveva ancora sentirsi solida e unita.
Lo stato delle cose non variò molto nei secoli che precedettero la rivoluzione francese, ma con il dominio napoleonico e con i fatti del Risorgimento il panorama sociale e culturale italiano si trovò cambiato. In seguito allo svilupparsi delle polemiche anticlericali, s'incrinò anche il sistema di valori e di riferimenti istituzionali che avevano dato forza e coesione alla vecchia pieve.
Il crollo avvenne nel Novecento quando, dalle curazie e dalle cappelle frazionali, giunsero al vescovo richieste di autonomia. Nel 1922, il vescovo Cattarossi istituì a Pez, presso la chiesa di San Pietro, una parrocchia intitolata a San Rocco. Nel 1944 il vescovo Bortignon elevò a parrocchia la chiesa di Soranzen, con il titolo di San Pietro. L'antica pieve di Cesio era ridotta così al rango di semplice parrocchia di campagna.
La cosa non fu indolore, vi furono proteste e opposizioni di molti fedeli contro il nuovo assetto parrocchiale. Nel febbraio del 1923 il vescovo Cattarossi si era dovuto occupare della questione di Anzaven: egli rilevava il disagio dei frazionisti, ma non concedeva loro che una certa libertà di sepoltura. Nel 1944, in seguito allo smembramento di Soranzen dalla pieve, il vescovo Bortignon cercava di tranquillizzare i fedeli di Pullir circa il servizio liturgico nella loro cappella. Le coraggiose reazioni dei fedeli furono inutili: la storica madre della loro identità unitaria era irrimediabilmente aggredita dallo sgretolamento.
Alla decadenza della pieve, fece da contrappunto il crescendo del giovane Comune.
Vale la pena di soffermarsi a considerare con attenzione la figura principale della storia della pieve, ossia il pievano. Una figura in continuo movimento che, secondo una precisa etichetta, andava da un villaggio all'altro, da una chiesa all'altra per unire, nella sua persona, le "membra del corpo comunitario". Dal suo agire s'intuisce persino quale fosse la dignità e la posizione gerarchica di ciascuna delle chiese e delle sottocomunità del piviere. Il prete era, in definitiva, la personificazione della comunità stessa. Ciò traspare con assoluta chiarezza, per esempio, dal rapporto che intrattiene con i parroci di Arson e di Nemeggio nel corso della liturgia pasquale. In occasione della veglia, il parroco di Arson indossa i panni del diacono e quello di Nemeggio fa da suddiacono ponendosi entrambi al servizio del pievano di Cesio. Ragioni storiche impongono ai due di essere presenti, per le loro comunità, presso la pieve di Cesio e di assumere un ruolo subalterno rispetto al pievano. Ad un'umile richiesta dei preti, il pievano consegna loro gli oli santi e concede l'autorizzazione di amministrare il sacramento del battesimo. È inequivocabile il senso del rito: la gerarchia è, in questo caso, soprattutto una "gerarchia della memoria". La comunità di Cesio s'incarna nel suo pievano ed altrettanto fanno le comunità di Nemeggio e di Arson. nella rappresentazione liturgica, i preti impersonano le comunità e la gerarchia presente nel rito evidenzia piuttosto l'originale rapporto tra le chiese. Quello che, a prima vista, potrebbe sembrare una mera questione di gerarchia e di "vassallaggio" tra i membri del clero, è invece un atto di anamnesi delle comunità. In tale rito si perpetua l'antico legame che, pur superato dagli eventi e nelle istituzioni, si sente ancora il bisogno mantenere in vita. Ancora nel Novecento, la chiesa madre di Cesio conservava ed offriva alle comunità, ritualmente, la memoria dell'antica appartenenza e i legami che ne derivavano.
La chiesa pievana.
La prima tra le numerose chiese del territorio è, senz'altro, quella di Cesio Maggiore. È l'antica sede della pieve, madre o matrice delle chiese minori del Cesiolino, e madre dei fedeli in essa battezzati. L'idea della maternità pervade la pieve di Cesio e bene si esprime anche attraverso l'intitolazione della chiesa alla Madre di Dio. La prerogativa della pieve è la presenza del fonte battesimale che è legata, infatti, alla nascita, ma non è l'unica dell'edificio. Esso è anche la concrezione monumentale dell'istituzione, e la comunità vi trova una "casa comune", basilica e mausoleo in cui ritualizzare i principali eventi della vita individuale e sociale: quelli della nascita, come già visto, e quelli della morte, con il funerale e la sepoltura dei defunti nel sagrato, quelli che rinsaldano o che creano i legami sociali tra le famiglie e tra i villaggi, come i matrimoni; quelli, infine, del lavoro e della vita agreste. Nella pieve, la comunità celebra i santi, che sono gli eroi celesti e i simbolici interpreti delle istanze individuali e collettive, celebra i miti e gli eroi umani della comunità. Vi si svolgono le preghiere quotidiane, le sante messe domenicali, che sono, nella vita del gruppo, le principali occasioni d'incontro sociale, e le solennità per le quali l'intera comunità si raduna, anche dai villaggi più lontani, ed apprezza la comune appartenenza. In tali momenti attorno alla pieve si consolidano i rapporti, si verificano le presenze, si preparano i congiungimenti futuri.
Non da ultimo, la chiesa è il luogo della memoria, dove si conservano le cose della propria storia e non è un caso se il cippo romano fu, non solo collocato presso la chiesa, ma addirittura integrato in essa.
Il fonte battesimale.
Nella chiesa di Cesio si conserva un antico fonte battesimale. È il primo tra i simboli sacri della comunità, l'oggetto che evidenzia l'autonomia e il "rango" della pieve e, per la cui presenza, la chiesa di Cesio maggiore, fu la prima tra quelle del piviere. Si tratta di uno splendido monolito a forma di coppa o di calice, datato sulla cornice 26 marzo 1483. È senz'altro la copia minore di quello della cattedrale feltrina, che "amplia" ed "espande", avendo come effetto quello di creare una sorta di coincidenza tra le due chiese. Per analogia, infatti, l'innesto del fonte in quello di Feltre rende la comunità ed ogni suo singolo membro, innestati nella chiesa diocesana e universale.
La presenza del battistero è rilevata anche dalla figura del san Giovanni Battista, dipinta presso l'altare maggiore, che evidenzia il ruolo battesimale della pieve e ne conferma l'autorità sulle cappelle.
Per il rito sacramentale che vi si svolge, il fonte ha un valore simbolico naturalmente connesso con l'idea della nascita e, poiché tutti i membri della comunità sono ritualmente nati in esso, rappresenta l'origine, sia individuale che collettiva. Tale funzione totemica può essere accostata a quella del cippo romano e, tuttavia, il fonte non assurge al ruolo di feticcio del mito di fondazione, cui il cippo è elevato in età moderna.
Il campanile.
Il campanile della pieve è barocco e fu eretto nel 1669. Nel Seicento la pieve aveva perduto sia Arson che Pont. È possibile che la comunità di Cesio, in un clima di "assedio" e di mutilazioni, abbia sentito il bisogno di riaffermare la propria autorità e la propria integrità e di risarcire psicologicamente le perdite subite. Si potrebbe allora interpretare l'atto di erigere un campanile di siffatte dimensioni, come l'assolvimento simbolico di tale bisogno.
Il campanile è un manufatto semplice. Ricca e complessa è invece la sua capacità simbolica. Al già sterminato orizzonte di sensi e di significati del simbolo torre, il campanile aggiunge un ulteriore elemento, la campana, grazie al cui suono può sfidare e fugare i diavoli e le tempeste, ritmare il tempo del lavoro e del sacro e richiamare all'unità i compaesani dei villaggi vicini. L'altezza del campanile, che a Cesio è davvero notevole, rende riconoscibile il villaggio da grande distanza ed è il distintivo dell'autorità gerarchica della pieve sulle chiese vicine. A dispetto della logora idea del campanilismo, che connota in senso negativo questo simbolo, il campanile di Cesio è stato, piuttosto, un indispensabile strumento di coesione, cui spetta il merito di aver rappresentato, non la divisione, bensì l'unità della pieve.
Cappelle, chiese minori.
Attorno a Cesio vi sono numerose chiesette "minori", che sono prive "di cura d'anime", ma che rivestono, nonostante ciò, un ruolo di prim'ordine dal punto di vista simbolico. Sono i luoghi della devozione: i fedeli delle frazioni vi si raccolgono per celebrare Dio e i santi e per invocarne l'aiuto nelle molteplici difficoltà della vita. La devozione religiosa è sempre stata nel mondo rurale, più che altrove, una dimensione fondamentale; lo era nel periodo pagano e, pur coi cambiamenti di forma e di sostanza, lo è ancora nell'età cristiana. Non c'è miglior conferma della presenza di una chiesetta in ogni più piccola frazione, o di quella dei tempietti patronali posti in luoghi assolutamente impervi. La chiesa è un "presidio" del territorio: lo protegge dal male e lo consacra, segnandone, insieme, l'appartenenza alla cristianità universale e a alla comunità parrocchiale. A questo proposito, la pieve è distante dalle frazioni e le chiesette suppliscono per quanto possono alla funzione della chiesa maggiore; in tal senso sono parti della stessa pieve che si protende a raggiungere ogni angolo del piviere per dare unità al corpo comunitario. Qui s'intuisce l'importanza che ogni chiesetta ha dal punto di vista della coesione comunitaria. I frazionisti vedono in essa il fulcro della propria comunità frazionale, ma anche il vincolo con la comunità parrocchiale.
Vi è, in realtà, un aspetto contraddittorio delle cappelle e delle chiese minori: il loro ruolo di supplenza nei confronti della pieve si è prestato, in modo fisiologico, anche ad un'interpretazione diversa. La supplenza, infatti, si è spesso mutata, nel sentire popolare, in sostituzione. La rivalsa, che da sempre contraddistingue ogni periferia rispetto ad ogni centro, e il desiderio di autonomia, che bilancia il bisogno di appartenenza, hanno in parte trasformato le cappelle e le chiesette in "contraltari" della pieve. Le chiese minori, nell'ambivalenza del loro senso, sono diventati simboli di unità e di divisione al tempo stesso e, paradossalmente, hanno visto rafforzato il loro valore simbolico.
Le più importanti, tra le chiese minori del territorio, hanno finito proprio col sostituirsi del tutto alla matrice e col diventare parrocchiali a loro volta. La prima è stata quella di San Michele Arcangelo di Arson, resasi autonoma ancora nel Seicento, poi, nel Novecento, sono diventate parrocchiali quella di Pez e quella di Soranzen. Un'osservazione particolare si può fare su queste ultime due: la loro intitolazione a san Pietro e la loro successiva evoluzione in parrocchia, suggeriscono che esse abbiano avuto, fin dal loro sorgere, un ruolo privilegiato di appoggio alla pieve.
Alcune chiesette sono nate per intervento dei nobili, che vollero dotare i "loro borghi" di un minimo luogo di culto; tra queste: il Priorato di san Gabriele a Pez, della famiglia Anzaven, e la chiesetta di Col San Vito della famiglia Muffoni. Altre cappelle, per le virtù taumaturgiche e protettive dei santi venerati, sono diventate d'interesse comune per i fedeli dell'intero piviere. E' il caso delle chiese di santa Lucia di Can e di Sant'Eurosia in Valle di Canzoi. Tra i tempietti più importanti si devono citare quello di Sant'Agapito al Monte e la cosiddetta Madonneta di Pez , veri e propri santuari del Cesiolino. Ad essi si recavano annualmente in processione i fedeli dell'intera parrocchia ed erano luoghi che attraevano i pellegrini anche di altre località. Interessante è la chiesetta di San Pietro in Vincoli di Marsiai, che, singolarmente, l'amministrazione comunale finanziava con diciotto lire l'anno perché vi fossero celebrate otto messe.
[1] S. Maria di Formegan è l'antica pieve divenuta poi, con mutazione di sede, di Santa Giustina. Vignui appare invece come cappella, forse direttamente dipendente dalla cattedrale.[2] Il piviere è il territorio di pertinenza della pieve.
[3] Il documento è del 1184: la pieve di Ces vi sarebbe menzionata con quella di Formegan.
[4] Si evince dal verbale di visita pastorale del vescovo Rovellio.
[5] Per l'appartenenza alla Degania de Flamina et Bolpere, si veda quanto scritto più avanti a proposito del Comune.
[6] Fino alla totale conversione degli abitanti la chiesa cristiana era solo una "sottocomunità".
[7] Sono quelli menzionati nel Lessico.
[8] Alcuni esempi: Pieve di Soligo, Pieve di Cadore, Pieve d'Alpago, Pieve Tesino..
[9] Cfr. in E. Bonaventura, B. Simonato, C. Zoldan: p. 159 […in villa de Dorgnano de plebe Cesi districtus Feltri…].
[10] Cfr. A. Cambruzzi, A. Vecellio vol. III° c. VI 4_6, pp. 297.
[11] Nel 1611 fu istituita la parrocchia di Arson che nel 1613 aveva già un suo fonte battesimale. Nel 1689 fu creata la parrocchia di Nemeggio. In memoria della cessione, la parrocchia debitrice provvedeva a far benedire il cero pasquale nella pieve di Cesio. Si evince dalla prima visita pastorale del vescovo Renier (1857). Cfr. G. M. Dal Molin.
[12] Al parroco di Cesio spettò il titolo di arciprete, senza tuttavia prerogative di intromissione negli affari pastorali o economici delle nuove parrocchie.
[13] Cfr. Lettera del vescovo Cattarossi per il caso di Anzaven; e Lettera del vicario generale all'arciprete per il caso di Pullir.
[14] Cfr. Messe_Legati_Funzioni e Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima. In appendice.
[15] Cfr. Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima in appendice.
[16] Sono quelle già citate a proposito di Arson e di Nemeggio.
[17] Il pievano si comportava come longa manus del vescovo. In antico, infatti, il battesimo era prerogativa episcopale, e così anche l'atto di concedere ai presbiteri di amministrarlo.
[18] Menzionata nella Bolla di Lucio III (1184) e descritta nel verbale della visita pastorale del vescovo Rovellio (1585).
[19] N.B.: La madonna e santa Giuliana condividono il patronato sulle partorienti. Vedi anche le note agiografiche in appendice.
[20] Vedi alla voce fonte battesimale.
[21] Il calendario liturgico ancor oggi recupera alcuni "grandi momenti astrali": solstizi ed equinozi, momenti di grande importanza per il modo agreste. Cfr. A Cattabiani.
[22] Il monumento ai caduti della guerra sorge presso la chiesa.
[23] Vedi alla voce relativa nel Lessico.
[24] La forma rende inevitabile l'accostamento con il denso simbolismo del calice e della coppa di Cristo (il Graal).
[25] "M CCCC · LXXXIII · DIE XXVI · MARCIJ".
[26] L'originale, datato 1399, è molto più grande ed è conservato a Feltre presso l'antica chiesa di San Lorenzo. Era l'unico fonte battesimale della città. Cfr. L. Bentivoglio.
[27] Vedi anche i santi e chiese minori.
[28] È dunque precedente la costruzione del campanile di Belluno che risale solo alla prima metà del XVIII secolo. Pare che la compagnia di lavoranti provenisse da Milano e che in tale occasione avesse anche operato alla fabbrica della villa delle Centenere; cfr. Il Grillo del focolare. "L'alpigiano", 1892-3. In appendice.
[29] La torre è un simbolo di forza e di stabilità, di difesa e di elevazione. Asse del mondo, Albero della vita, condivide molti degli aspetti simbolici della colonna. Compresa l'interpretazione freudiana che dà alla torre un carattere fallico, e, a suo modo, ne sottolinea il ruolo simbolico. Mito universale è la Torre di Babele. Celebri la Tour Eiffél, simbolo di Parigi e della Francia, la Torre di Londra e quella di Pisa. Torri erano chiamate le due costruzioni di New York, distrutte l'undici settembre del 2001 dai terroristi islamici. Di torri, campanili, fari, minareti e grattacieli dal carattere simbolico è irto il mondo. Cfr. H. Biedermann.
[30] Le campane, capaci di fugare gli esseri del male, sono addirittura "battezzate" con un rito specifico: La loro dignità di voce degli angeli che respinge il demonio e convoca i fedeli […] meritava una benedizione solenne. Cfr. D. R. Le Gall e H Biedermann.
[31] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni e M. Pagno.
[32] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni.

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