domenica 11 agosto 2024

Del proposto palio di archibugi nella Feltre del Cinquecento

È il 1537, l'anno d'inizio della terza guerra veneto-turca che  alla Repubblica causò gravissime perdite nel Mediterraneo. Venezia tiene in gran conto la difesa militare dei suoi confini, anche in considerazione dei rumori di guerra che sono presenti anche in Europa, come il conflitto tra Carlo V e Francesco I. Feltre è una città di confine, e l'aspetto difensivo urge più che altrove.

Nella sua relazione al Senato veneto, datata 19 luglio di quell'anno, il rettore di Feltre uscente, Leonardo Zantani, non manca di sottolineare la necessità che il capo delle ordinanze feltrine, Bernardo Vilmercato avesse da risiedere fisicamente in città, presso i suoi sottoposti al fine di istruirli e disciplinarli a dovere. Scrive infatti che ritiene "cosa piui che necessaria esser al tutto proveder che il capo de le ordinanze feltrine,  Bernardo Vilmercato habitar dovesse con il sergente suo, in ditta Cittade, iuxta li ordini et mandati di Vostra Sublimità, acciò potesse instruer et ben disciplinar esse gente, del tutto inexperte"

Dopodiché prosegue sottolineando la necessità di provvedere anche alla materia prima necessaria per l'istruzione e la disciplina delle ordinanze, cioè il piombo e la polvere da sparo: "et a questo necessario esser de proveder che havesseno il polver et piombo, imperhò che impossibile senza l’uno et l’altro potersi mai exercitarse et consequenter male in alcuna occorrentia de loro prevalersi." 

Da ultimo, il creativo uomo di Venezia, fa una proposta: due bei palii di archibugi da cinque ducati l'uno, per stimolare nei feltrini un po' di passione per le armi. "Et per inanimar quelli a tal necessaria disciplina, existimo che cosa expediente saria far trazer per quelli doi palij al anno, de valor et pretio de ducati 5 l’uno, che a sattisfattion sariano, in doi tempi, l’uno da San Marco, et l’altro da San Vettor, o como meglio apparesse a Vostra Sublimità, il che facendo ben poi sperar si potria ogni bon servitio da loro. Il danaro de li quali palij trazer si debba de le pontature de essi archibusiarj, che alle mostre ordinarie non vengono che sono de soldi XX per cadauno absente, salvo sempre iusto impedimento, le qual de tempo in tempo si farano."

Suggerisce lo Zantani di usare come risorse monetarie per i due palii, i soldi spettanti agli archibugieri che non si presentano alle esercitazioni ordinarie: venti soldi per ogni assenza. 


Testo tratto da “Relazioni dei rettori veneti in terraferma II - Podestaria e Capitanato di Feltre” - Istituto di storia economica dell'università di Trieste – Dott. A. Giuffrè Editore, 1974 - Milano

Un palio di archibugi nella Feltre del Cinquecento (trascrizione)

Testo tratto dalla relazione presentata dal rettore di Feltre Leonardo Zantani al Senato veneto il 19 luglio 1537 

Serenissimo Principi, Illustrissimo et Excellentissimo Duci Domino Venetiarum

Havendo heri Serenissimo Principe io Lunardo Zanthani nel ritorno mio dal regimento de la Città sua di Feltre refferto con ogni mia debita reverentia quanto mi parse degno di notitia di Vostra Celsitudine ad honor, gloria et augumento di questo Illustrissimo Stado et demum benefitio universale de tutta essa Cittade, nella qualle mia relatione inter caetera, se conteneva, cosa piui che necessaria esser al tutto proveder che il capo de le ordinanze feltrine,  Bernardo Vilmercato habitar dovesse con il sergente suo, in ditta Cittade, iuxta li ordini et mandati di Vostra Sublimità, acciò potesse instruer et ben disciplinar esse gente, del tutto inexperte et a questo necessario esser de proveder che havesseno il polver et piombo, imperhò che impossibile senza l’uno et l’altro potersi mai exercitarse et consequenter male in alcuna occorrentia de loro prevalersi. Et per inanimar quelli a tal necessaria disciplina, existimo che cosa expediente saria far trazer per quelli doi palij al anno, de valor et pretio de ducati 5 l’uno, che a sattisfattion sariano, in doi tempi, l’uno da San Marco, et l’altro da San Vettor, o como meglio apparesse a Vostra Sublimità, il che facendo ben poi sperar si potria ogni bon servitio da loro. Il danaro de li quali palij trazer si debba de le pontature de essi archibusiarj, che alle mostre ordinarie non vengono che sono de soldi XX per cadauno absente, salvo sempre iusto impedimento, le qual de tempo in tempo si farano.

In “Relazioni dei rettori veneti in terraferma II - Podestaria e Capitanato di Feltre” - Istituto di storia economica dell'università di Trieste – Dott. A. Giuffrè Editore, 1974 - Milano

giovedì 24 agosto 2023

Dell’antico palazzo vescovile di Feltre

Ad est della cattedrale di Feltre, oltre la salita che conduce alla Pusterla, presso l'imbocco di Via Nassa, si trova l'edificio che fino a pochi anni fa e prima dell'attuale abbandono, ospitò le Sorelle Figlie della Carità Canossiane con il loro istituto scolastico. 
Il sito ha avuto in passato una grandissima importanza per la città di Feltre e per il suo territorio. Fu, certamente, un monastero femminile della regola di Sant'Agostino, ma prima ancora di essere un monastero, in quel luogo sorse l'antica Domus Episcopi feltrina.
Lo testimonia il Cambruzzi, il quale scrive che, nel 781, il vescovo di Feltre Endrighetto da Corte dispose un lascito di 380 lire e 13 ducati onde far edificare, presso il complesso della cattedrale, una Domus Episcopi. Era forse la prima casa vescovile di Feltre?
La collocazione del vescovado accanto alle basiliche era cosa del tutto ordinaria in quei secoli, tanto che per "cattedrale" si doveva intendere non come oggi "semplicemente" una chiesa, bensì un vero e proprio complesso edilizio, articolato in più edifici aventi ciascuno una o più funzioni diverse: alcune strettamente liturgiche, come le basiliche: la maggiore e la minore e il battistero, altre con funzioni abitative come il vescovado e la "domus canonici". Altri edifici ancora avevano particolari funzioni o pastorali o cultuali, come il cimitero e la sua cappella in genere dedicata a san Michele 

A Feltre sono riconoscibili quasi tutti gli elementi di un "quartiere cattedrale" altomedievale.
La basilica maior, ovvero l'attuale chiesa basilicale di San Pietro, la minor dedicata a San Lorenzo pochi metri a nord est della maggiore, e la sua gemella intitolata a Santo Stefano, edificata per ragioni di comodità dei canonici e dei cittadini stessi "intra moenia" cioè in piazza Maggiore. 
La cappella dedicata a San Michele, distintiva dell'area cimiteriale, costituisce ancor oggi la base della torre campanaria.
Il battistero, di regola dedicato a San Giovanni, si trovava di fonte alla basilica maggiore tanto che di esso sono visibili le basi proprio nell'area archeologica antistante la cattedrale. 
Della casa dei canonici sappiamo che ebbe ragione di esistere solo in seguito all'adozione anche a Feltre della "Regula canonicorum", regola che fu istituita nel 742 da Crodegango di Metz. I preti secolari aderenti alla regola conducevano una vita semi-monastica che prevedeva, fra le altre cose, la coabitazione e la recita corale delle ore canoniche, e dunque abbisognava di un edificio adeguato e autonomo che li ospitasse e l'uso (probabile) della basilica minore. Possiamo pensare che l'edificazione della basilica minore di Santo Stefano intra moenia sia un indizio dell'avvenuto trasferimento della domus canonici come del resto del vescovado stesso, all'interno della cinta muraria principale. Stando tuttavia alle informazioni del Cambruzzi essa doveva ancora trovarsi presso la cattedrale al tempo dell'esiziale incursione trevigiana, nel 1220. 

Tornando all'episcopio, tale edificio costruito nell'VIII secolo con il lascito del da Corte sarebbe poi stato concesso nel 1177 dal vescovo Drudo da Camino "in uso" al capo dei guelfi Rambaldo da Romagno. Un uso personale o di partito?
L'investitura del bene al Da Romagno ci fa pensare che in tal periodo la residenza dei vescovi non fosse già più situata nella casa voluta dal vescovo Andrighetto. Asserisce, infatti, don Antonio Vecellio che, abbandonata la domus episcopi di Andrighetto da Corte, “sino al 1197 i vescovi di Feltre avevano la propria residenza nel centro della città. E fu il vescovo Drudone da Camino che a sue spese ve la trasportò presso la cattedrale. Prima del 1197 troneggiava nella contrada di Mezzaterra, di faccia alle scalette nuove.

Probabilmente per mere ragioni economiche la cinta muraria più interna che difendeva la città medievale non aveva potuto inglobare il sito della cattedrale il quale, secondo lo storico Daniello Tomitano, si trovava compresa fra una prima cerchia di mura più esterna ed una più interna e doveva essere protetta da mura e da torrioni propri.
Quando nel 1220 i Trevigiani assediano la città, non riuscendo nell'intento di penetrarvi, si accaniscono sui borghi e sul complesso della cattedrale dandoli barbaramente alle fiamme.
Scrive il Cambruzzi: "ma trovandosi i Feltrini ben preparati alla difesa, riuscì vano agli aggressori ogni attentato. Sdegnati però i Trivigiani, non vollero partire senza lasciare qualche segno di rigorosa vendetta contro de' Feltrini; onde a' 25 di marzo, che fu il mercoledì santo, attaccato il fuoco al vescovado, che era vicino alla chiesa cattedrale, ove di presente si trova fabbricata la chiesa col monastero di San Pietro; quasi del tutto fu consumato assieme col castello delle canoniche. Indi entrato il fuoco nella chiesa maggiore, si abbruciò in buona parte, restando in quest'incendio divorate molte reliquie di santi, che ivi si conservavano con grande venerazione."

Sarebbe stato il vescovo Adalgerio da Villalta, che resse la diocesi dal 1257 al 1290, a far trasferire la sua dimora in un luogo più alto e più difeso, ossia nella posizione di Via del Paradiso.
Nel 1268, in seguito ad un forte terremoto verificatosi il 3 di novembre e forse proprio a causa di esso, il Villalta fece edificare, dice il Cambruzzi, "qualche fabbrica per aumento ovvero per ornamento del suo vescovado in Feltre".
Il sito di Via Nassa non viene però del tutto abbandonato visto che, ricostruito con la sua chiesa di San Pietro in Vincoli, diventa, come abbiamo detto, prima un monastero delle agostiniane e poi un convento delle canossiane.
Nella sua sede primitiva, presso le basiliche, la Domus Episcopi aveva ospitato le prime strutture del potere comunale: i consoli, il maggior consiglio delle famiglie e, ovviamente, le prime forme di autorità comitale del vescovo. Vi avrebbe inoltre soggiornato, stanti le cronache, anche l’imperatore Federico I° il Barbarossa nel 1162.
Divenuto un monastero, il sito inizia ad avere un'esistenza e una funzione che lo discostano vieppiù dalla sua originaria natura episcopale. Ciò fa sì che vada scemando nel tempo tanto l'importanza diocesana del luogo quanto la sua connessione con le vicine basiliche vescovili.

Il titolo di "San Pietro in Vincoli" (divenuto solo in seguito di “Santa Croce” in sostituzione del demolito oratorio dei Battuti) si collega inopinatamente a quello della basilica maggiore che sorge appena qualche metro più a ovest, titolo di "San Pietro Princeps Apostolorum" (unitamente al titolo principale di "Santa Maria Assunta"). Questa coincidenza dei titoli è un chiaro indizio che i due edifici erano originariamente parte di un unico ed organico sistema edilizio, anche tenendo conto del fatto che Pietro è l'apostolo e il vescovo per eccellenza, erano direttamente connessi alla funzione episcopale.



mercoledì 23 agosto 2023

della cappella della Maddalena nel castello di Feltre

Presso il castello di Feltre si trovava una cappella dedicata a Santa Maria Maddalena.
Ne dà notizia il Cambruzzi, in una descrizione del territorio Feltrino del 1677, compilata per ragioni amministrative da una deputazione di consiglieri, cittadini e distrettuali e ne scrive anche il Vecellio che riporta uno documento di Jacopo Dei.
La cappella castrense era ad uso del capitano e della sua guarnigione, ma per qual motivo la scelta di questo titolo?
L'appellativo "Maddalena", indica la provenienza di Maria dalla città di Magdala, e in ebraico/aramaico migdal o magda significa "torre": pertanto "maddalena" si può sostanzialmente tradurre con "dalla Torre" o "turrita". San Girolamo scrive che Maria di Magdala «per il suo zelo e per l’ardore della sua fede ricevette il nome di "turrita" ed ebbe il privilegio di vedere Cristo risorto prima degli apostoli»
Questo riferimento alle torri, spiega piuttosto bene la abitudine diffusa ne medievo di intitolare alla Maddalena le cappelle dei castelli. 

martedì 22 agosto 2023

del nome Port'Oria

Ai castra romani si accedeva da quattro porte: la porta praetoria (porta principale) e la porta decumana che si trovavano rispettivamente alle estremità orientale e occidentale della via praetoria (il decumano massimo), la porta principalis destra e la porta principalis sinistra poste invece ai due estremi settentrionale e meridionale della via principalis (il cardo massimo). 

Poiché la porta chiamata "pretoria", la principale del castrum, guardava in direzione del sole nascente, era ritenuto di buon auspicio far uscire le truppe da quella parte. A conferma di questa simbologia solare, la porta occidentale, guardando il sole morente, sarebbe stata riservata all'uscita dei condannati a morte.

Due pertanto sembrano essere le radici lessicali, ben intrecciate e inseparabili, dalle quali derivare il nome "port'oria", ovvero:

1. da praetoria aggettivo singolare femminile derivato del sostantivo praetor, che sta per prae - itor ossia per "colui che precede nella marcia, che va davanti".

2. da oriens (oriens - orientis: oriente) participio presente di orior che significa "nascere, sorgere, levarsi" soprattutto riferito al sole, anche per affinità con aurum (oro) che sta per splendente, luminoso. 

cfr. bilbl.: J. C. Fredouille, "Dizionario della civiltà romana", Torino, 1973. S.E.I.   

della chiesa di Santo Stefano di Feltre

A Feltre, fin dal medioevo, sorgeva in Piazza Maggiore l'antica chiesetta dedicata al protomartire santo Stefano.
Il ruolo di questa piccola chiesa va letto alla luce di ciò che sappiamo sulle cattedrali medievali. 
Lo storico Yves Esquieu, nel suo "Quartier chatédral", dimostra come per "cattedrale" si debba intendere nel medioevo una vera e propria cittadella intraurbana. Essa, non di rado protetta da sue proprie mura di difesa, comprendeva diversi spazi ed edifici: gli edifici di culto veri e propri erano: la basilica maggiore, la minore e il battistero, vie arano poi il coementerium, ovvero il luogo delle sepolture, le abitazioni del vescovo (domus episcopi) e dei canonici (domus canonici), nonché degli altri chierici, diaconi e presbiteri addetti al servizio liturgico e pastorale. 
Gli edifici di culto erano pensati per soddisfare le funzioni necessarie alla vita liturgica della comunità: il baptisterium riservato al battesimo, la basilica maior dedicata alle messe solenni soprattutto pasquali, lbasilica minor alle riunioni di preghiera e al canto corale dei salmi. Il coementerium, infine, destinato al culto dei morti.

I titoli che si attribuivano agli edifici erano generalmente indicativi del loro ordine gerarchico-funzionale. Più precisamente il titolo Santa Maria, spesso in unione con San Pietro e/o i Santi Apostoli, indicava la basilica maggiore destinata alle grandi celebrazioni pontificali, in particolare quelle del triduo pasquale; San Giovanni Battista era il titolo assegnato al battistero, che a Feltre sorgeva di fronte all'ingresso occidentale della basilica; a san Michele Arcangelo (psicopompo) la era dedicata la cappella che sorgeva nel cimitero; non di rado i titoli di Stefano e san Lorenzo erano assegnati alla basilica minore. A quest'ultima poteva essere assegnata la funzione di chiesa canonicale e dei chierici, particolarmente per tenervi l'ufficio dei salmi.

A Feltre questi spazi sono ancora piuttosto riconoscibili: la basilica maggiore, intitolata a Santa Maria Assunta e a San Pietro, le fondamenta del battistero (area archeologica) quasi certamente dedicato a San Giovanni Battista, la cappella di San Michele che sta alla base del campanile, la basilica minore di San Lorenzo accanto all'abside della maggiore e il vescovado antico, poi trasformato in convento di San Pietro in Vincoli, all'imbocco di via Nassa. E infine il cimitero che circondava le basiliche. Non è individuabile invece la primitiva casa dei canonici, che avrebbe potuto sorgere in prossimità di San Lorenzo. 

Nel 781 il vescovo Endrighetto da Corte aveva disposto un lascito di 380 lire e 13 ducati per far edificare, presso il complesso delle basiliche, la domus episcopi, in analogia con le coeve sedi episcopali di altre città. Tuttavia il sito, per ragioni da chiarire, rimase esterno alle mura cittadine, ed evidenziò la propria debolezza nel 1220 durante un assedio dei Trevigiani. Questi ultimi, infatti, vedendosi incapaci di penetrare la cinta urbana, prima di ritirarsi incendiarono il vescovado e la cattedrale insieme ai borghi. Potrebbe essere stato per questo drammatico episodio che l'episcopio fu poi trasferito definitivamente sul colle, forse all'epoca di Adalgerio da Villalta, vescovo dal 1257 al 1290. Ma la domus episcopi non fu il solo edificio del complesso ecclesiale a riparare entro le mura più interne: negli ultimi decenni del Trecento vi troviamo, infatti, sia una nuova basilica minore, gemella di San Lorenzo, e cioè Santo Stefano, sia attigua ad essa la casa dei canonici. Le menzionano entrambe gli statuti cittadini del 1388 come punti di riferimento per la definizione dei quartieri cittadini.

Nella posizione originaria extra moenia rimangono da allora la basilica maggiore e l'originale basilica minore di San Lorenzo. Distrutto e mai più ricostruito l'antico battistero, passano a San Lorenzo anche la funzione battesimale e l'annesso titolo di San Giovanni, col nuovo fonte del 1399.  

Nel 1404 Michele Villabruna dispone nel suo testamento di costruire in Santo Stefano un altare dedicato a san Giacomo e nel 1431 Gaspare Fonzasio vi fa edificare l'altare di san Lorenzo, singolare richiamo al titolo gemello della basilica minore extra moenia. 
Nel 1460 il cavaliere Giovanni Teupone nel suo testamento dispone di lasciare duecento ducati d'oro alla comunità per istituire in Santo Stefano una cappellania con messa quotidiana. [C. V.] L'onere è di far celebrare una messa quotidiana a Santo Stefano in suo suffragio e un'altra in duomo presso l'altare di san Giovanni Battista. Dispone inoltre di essere sepolto presso San Lorenzo nella tomba di famiglia e che l'altare di san Giovanni sia trasferito da san Lorenzo al duomo. Nel 1473 Giovanni Teupone muore; il suo sepolcro sarà realizzato presso l'altare di San Giovanni portato da San Lorenzo alla quarta cappella meridionale del duomo. Oggi il suo sarcofago è parzialmente visibile all'esterno della porta della basilica verso il campanile.
In seguito alla distruzione di Feltre, nel 1515, i sindaci della Comunità ottengono dal papa di poter ricostruire Santo Stefano in modo da rivolgerne la porta verso la piazza. L'abside con l'altare maggiore che si trovava orientato, viene perciò demolito per lasciar posto all'ingresso, e una nuova abside è costruita in piazzetta di Santo Stefano (oggi "Della Legna"). La chiesa è rivoltata quindi con la facciata ad oriente e l'abside a occidente, all'opposto della sua forma originale. La nuova facciata aveva cornici in pietra e vi si vedeva il martirio di Stefano dipinto dal Luzzo. La porta principale era di marmo, di buona fattura e aveva ai lati gli scudi della città e del podestà Foscarini con le iscrizioni incorniciate a maniera di cartello "Aere Pubbl. restitutum sacellum" e Ant. Foscarini Praet. opera MDXV". L'altare della chiesa aveva un altro dipinto del Luzzo con la Vergine e il Bambino tra i santi Stefano e Vittore.

Nel 1525 la Comunità, ottemperando alle disposizioni testamentarie dal cavaliere Teupone, cui erano legati duecento ducati d'oro, si dette l'obbligo di far celebrare una messa quotidiana nella chiesa all'ora terza.

L'11 settembre del 1578 il vescovo Filippo Maria Campegio visita la chiesa:
"
a lui si fecero incontro coloro che, a qualsiasi titolo, avevano responsabilità nella gestione [...]. A verbale è riportata una lunga serie di interventi. Bonifacio Pasole, Hieronimo Bellato e Vincenzo Cantono rispondono delle entrate e dell'amministrazione delle messe all'altar maggiore perché a questo sono delegati dalla Magnifica Comunità Feltrina. [...]. Il 13 settembre Filippo Maria Campegio volle visitare ogni singolo altare". Giunto davanti all'altare di san Giacobo si informa di chi vi celebri la messa [...].
(Giuditta Guiotto in Amico del Popolo 24-02-96). La cura di officiare nella chiesa era data alla scola di S. M. del Prato? (sic Giuditta Guiotto)

Nel 1638 è eretta presso la chiesa la confraternita del suffragio delle anime del purgatorio: ha l'obbligo di continuare la già avviata pratica di celebrare ogni mercoledì una messa per le anime purganti. Il 30 luglio Giovanni Mezzano, decano della cattedrale e vicario generale del vescovo Difnico, conferma la confraternita. [C.V.]

Nel 1808 gli invasori francesi rendono la chiesa demaniale. In tale occasione si può ancora per poco officiare in Santo Stefano essendo dichiarata "sussidiaria della Cattedrale parrocchiale situata fuori della mura, con gran comodità degli abitanti e dei pubblici funzionari." Imposta tuttavia la scelta tra San Rocco e Santo Stefano i cittadini scelgono di mantenere in vita la prima e di perdere la seconda che sarà poi venduta e infine demolita. [ASBFC marzo-aprile1933]

Secondo Mario Gaggia la chiesa di Santo Stefano "era una delle più antiche della città e doveva risalire al secolo XIV e forse anche prima.". Il Gaggia si riferisce al sopracitato testamento di Michele Villabruna (1404) che imponeva agli eredi di erigere un altare dedicato a san Giacomo Maggiore, il cui jurispatronato sarebbe poi passato nella chiesa di san Giacomo. Come già detto, al 1431 risalirebbe l'altare di San Lorenzo voluto da Gaspare Fonzasio e, agli stessi anni l'altare di San Vittore voluto dai Villalta. Era l'unica chiesa centrale della città avente carattere pubblico fino all'edificazione di San Rocco.
[ASBFC marzo-aprile1933]

In conclusione
La definizione di chiesa sussidiaria della cattedrale calza perfettamente con il ruolo di chiesa gemella di San Lorenzo. Del resto, a ben guardare, Santo Stefano oltre ad essere stata la chiesa più antica sorta entro le mura, era l'unica ad avere le caratteristiche necessarie per la funzione accennata: San Rocco è una semplice chiesa votiva di recente costruzione, San Giacomo con tutta probabilità apparteneva all'omonima confraternita ed era legata o alla classe dei cavalieri o a quella dei pellegrini e, forse, deriva essa stessa dall'altare di san Giacomo in Santo Stefano, la Trinità poi era una sorta di cappella funeraria dei dal Corno. Per il "comodo della popolazione" Santo Stefano era stata costruita sdoppiando l'antica San Lorenzo. In tal modo, se la città aveva escluso dalle mura l'antica chiesa cattedrale, almeno una parte di essa vi era rientrata al servizio della comunità.
La basilica minore, quindi, dedicata ad un santo diacono (o Stefano o Lorenzo) nel caso di Feltre fu sdoppiata per meiosi: San Lorenzo rimase accanto alla basilica maior di Santa Maria, e Santo Stefano fu collocata al centro della città murata e usata per le liturgie dei canonici e per le funzioni parrocchiali.




Quartier chatédral" (R.E.M.P.ART. Parigi 1994)

della pieve di Cesio

Delle circostanze e degli scenari in cui si venne a fondare la pieve di Cesio, sappiamo veramente poco; possiamo azzardare l'ipotesi che tale istituzione indichi la presenza, di un pagus di epoca tardoantica e possiamo ritenere che la pieve di Cesio abbia avuto, fin dalla sua fondazione, una relazione particolare con le antiche chiese di Formegan, e di Vignui,  relazione imposta, se non altro, dalla confinanza dei rispettivi territori. Poiché il piviere  di Cesio raccoglie una parte dell'agro feltrino d'epoca romana, si ha ragione di pensare che la chiesa di Cesio sia appartenuta fin dall'inizio alla diocesi di Feltre. Da quanto è noto, la prima citazione della pieve apparirebbe nella medievale bolla di Lucio III.  

Il piviere comprendeva, ancora nella prima età moderna, Lasen ad occidente, Marsiai ad oriente, Castel San Tomaso, Castel San Giorgio, Busche e Pont a meridione, mentre a settentrione era limitata dalle vette.  Era dunque un territorio discretamente vasto, segnato da un'orografia ora dolce ora profonda, che rimase pressoché integro fino al Novecento. L'istituzione plebana, direttamente originata dalla cattedrale senza mediazione alcuna, era retta da un pievano che, dal punto di vista pastorale, liturgico e sacramentale non era sottoposto ad altre autorità che a quella del vescovo.  Dal medioevo alla caduta della Serenissima, la pieve, con il suo clero ed il suo apparato rituale, simbolico ed amministrativo, fu il centro della comunità. Inizialmente l'istituzione doveva comprendere la sola comunità ecclesiale,  ma, in epoca tardomedievale e moderna, quando la comunità umana e quella cristiana finirono col coincidere, il concetto di pieve si sovrappose esattamente a quello di comunità. L'istituzione divenne, così, l'artefice e la garante stessa dell'unità, della memoria e dell'identità collettiva. Per più di settecento anni la pieve ha mantenuto una posizione di assoluta centralità presso la comunità e ciò le ha permesso di determinarne profondamente il volto storico e identitario, a partire dai simboli  che sono nati dentro e attorno ad essa. 

Alla centralità della pieve corrispose ovviamente quella del clero e della romanità cristiana. Si spiega così il motivo per il quale l'apparato simbolico della comunità cesiolina è tanto ricco di elementi "romani". 

A prova della forza eccezionale con cui le pievi hanno rappresentato le comunità rurali, vi sono ancor oggi molte località che portano nel nome il termine pieve.  Se questo per Cesio non è avvenuto, si deve, tuttavia, ricordare che nel Trecento la località fu indicata come plebe Cesi  e, ancora in una descrizione del Feltrino del 1677, appariva col nome di "Cesio maggiore Pieve".  

L'istituzione della pieve ebbe qualche scossone nel Seicento, quando la chiesa di Arson divenne una parrocchia autonoma e dovette concedere la chiesa di Pont alla nuova parrocchia di Nemeggio.  In quel periodo fu eretto, forse per consolazione, l'alto campanile attuale, ma il la comunità doveva ancora sentirsi solida e unita.

Lo stato delle cose non variò molto nei secoli che precedettero la rivoluzione francese, ma con il dominio napoleonico e con i fatti del Risorgimento il panorama sociale e culturale italiano si trovò cambiato. In seguito allo svilupparsi delle polemiche anticlericali, s'incrinò anche il sistema di valori e di riferimenti istituzionali che avevano dato forza e coesione alla vecchia pieve. 

Il crollo avvenne nel Novecento quando, dalle curazie e dalle cappelle frazionali, giunsero al vescovo richieste di autonomia. Nel 1922, il vescovo Cattarossi istituì a Pez, presso la chiesa di San Pietro, una parrocchia intitolata a San Rocco. Nel 1944 il vescovo Bortignon elevò a parrocchia la chiesa di Soranzen, con il titolo di San Pietro. L'antica pieve di Cesio era ridotta così al rango di semplice parrocchia di campagna.  

La cosa non fu indolore, vi furono proteste e opposizioni di molti fedeli contro il nuovo assetto parrocchiale. Nel febbraio del 1923 il vescovo Cattarossi si era dovuto occupare della questione di Anzaven: egli rilevava il disagio dei frazionisti, ma non concedeva loro che una certa libertà di sepoltura. Nel 1944, in seguito allo smembramento di Soranzen dalla pieve, il vescovo Bortignon cercava di tranquillizzare i fedeli di Pullir circa il servizio liturgico nella loro cappella.  Le coraggiose reazioni dei fedeli furono inutili: la storica madre della loro identità unitaria era irrimediabilmente aggredita dallo sgretolamento.

Alla decadenza della pieve, fece da contrappunto il crescendo del giovane Comune. 

Vale la pena di soffermarsi a considerare con attenzione la figura principale della storia della pieve, ossia il pievano. Una figura in continuo movimento  che, secondo una precisa etichetta, andava da un villaggio all'altro, da una chiesa all'altra per unire, nella sua persona, le "membra del corpo comunitario". Dal suo agire s'intuisce persino quale fosse la dignità e la posizione gerarchica di ciascuna delle chiese e delle sottocomunità del piviere. Il prete era, in definitiva, la personificazione della comunità stessa. Ciò traspare con assoluta chiarezza, per esempio, dal rapporto che intrattiene con i parroci di Arson e di Nemeggio nel corso della liturgia pasquale.  In occasione della veglia, il parroco di Arson indossa i panni del diacono e quello di Nemeggio fa da suddiacono ponendosi entrambi al servizio del pievano di Cesio. Ragioni storiche  impongono ai due di essere presenti, per le loro comunità, presso la pieve di Cesio e di assumere un ruolo subalterno rispetto al pievano. Ad un'umile richiesta dei preti, il pievano consegna loro gli oli santi e concede l'autorizzazione di amministrare il sacramento del battesimo.  È inequivocabile il senso del rito: la gerarchia è, in questo caso, soprattutto una "gerarchia della memoria". La comunità di Cesio s'incarna nel suo pievano ed altrettanto fanno le comunità di Nemeggio e di Arson. nella rappresentazione liturgica, i preti impersonano le comunità e la gerarchia presente nel rito evidenzia piuttosto l'originale rapporto tra le chiese. Quello che, a prima vista, potrebbe sembrare una mera questione di gerarchia e di "vassallaggio" tra i membri del clero, è invece un atto di anamnesi delle comunità. In tale rito si perpetua l'antico legame che, pur superato dagli eventi e nelle istituzioni, si sente ancora il bisogno mantenere in vita. Ancora nel Novecento, la chiesa madre di Cesio conservava ed offriva alle comunità, ritualmente, la memoria dell'antica appartenenza e i legami che ne derivavano.

La chiesa pievana.

La prima tra le numerose chiese del territorio è, senz'altro, quella di Cesio Maggiore. È l'antica sede della pieve, madre o matrice delle chiese minori del Cesiolino, e madre dei fedeli in essa battezzati. L'idea della maternità pervade la pieve di Cesio e bene si esprime anche attraverso l'intitolazione della chiesa alla Madre di Dio.  La prerogativa della pieve è la presenza del fonte battesimale che è legata, infatti, alla nascita, ma non è l'unica dell'edificio. Esso è anche la concrezione monumentale dell'istituzione, e la comunità vi trova una "casa comune", basilica e mausoleo in cui ritualizzare i principali eventi della vita individuale e sociale: quelli della nascita, come già visto,  e quelli della morte, con il funerale e la sepoltura dei defunti nel sagrato, quelli che rinsaldano o che creano i legami sociali tra le famiglie e tra i villaggi, come i matrimoni; quelli, infine, del lavoro e della vita agreste.  Nella pieve, la comunità celebra i santi, che sono gli eroi celesti e i simbolici interpreti delle istanze individuali e collettive, celebra i miti e gli eroi umani della comunità.  Vi si svolgono le preghiere quotidiane, le sante messe domenicali, che sono, nella vita del gruppo, le principali occasioni d'incontro sociale, e le solennità per le quali l'intera comunità si raduna, anche dai villaggi più lontani, ed apprezza la comune appartenenza. In tali momenti attorno alla pieve si consolidano i rapporti, si verificano le presenze, si preparano i congiungimenti futuri.

Non da ultimo, la chiesa è il luogo della memoria, dove si conservano le cose della propria storia e non è un  caso se il cippo romano fu, non solo collocato presso la chiesa, ma addirittura integrato in essa.  

Il fonte battesimale.

Nella chiesa di Cesio si conserva un antico fonte battesimale. È il primo tra i simboli sacri della comunità, l'oggetto che evidenzia l'autonomia e il "rango" della pieve e, per la cui presenza, la chiesa di Cesio maggiore, fu la prima tra quelle del piviere. Si tratta di uno splendido monolito a forma di coppa o di calice,  datato sulla cornice 26 marzo 1483.  È senz'altro la copia minore di quello della cattedrale feltrina,  che "amplia" ed "espande", avendo come effetto quello di creare una sorta di coincidenza tra le due chiese. Per analogia, infatti, l'innesto del fonte in quello di Feltre rende la comunità ed ogni suo singolo membro, innestati nella chiesa diocesana e universale. 

La presenza del battistero è rilevata anche dalla figura del san Giovanni Battista, dipinta presso l'altare maggiore, che evidenzia il ruolo battesimale della pieve e ne conferma l'autorità sulle cappelle. 

Per il rito sacramentale che vi si svolge, il fonte ha un valore simbolico naturalmente connesso con l'idea della nascita e, poiché tutti i membri della comunità sono ritualmente nati in esso, rappresenta l'origine, sia individuale che collettiva. Tale funzione totemica può essere accostata a quella del cippo romano e, tuttavia, il fonte non assurge al ruolo di feticcio del mito di fondazione, cui il cippo è elevato in età moderna. 

Il campanile.

Il campanile della pieve è barocco e fu eretto nel 1669.  Nel Seicento la pieve aveva perduto sia Arson che Pont. È possibile che la comunità di Cesio, in un clima di "assedio" e di mutilazioni, abbia sentito il bisogno di riaffermare la propria autorità e la propria integrità e di risarcire psicologicamente le perdite subite. Si potrebbe allora interpretare l'atto di erigere un campanile di siffatte dimensioni, come l'assolvimento simbolico di tale bisogno. 

Il campanile è un manufatto semplice. Ricca e complessa è invece la sua capacità simbolica. Al già sterminato orizzonte di sensi e di significati del simbolo torre,  il campanile aggiunge un ulteriore elemento, la campana,  grazie al cui suono può sfidare e fugare i diavoli e le tempeste, ritmare il tempo del lavoro e del sacro e richiamare all'unità i compaesani dei villaggi vicini. L'altezza del campanile, che a Cesio è davvero notevole, rende riconoscibile il villaggio da grande distanza ed è il distintivo dell'autorità gerarchica della pieve sulle chiese vicine. A dispetto della logora idea del campanilismo, che connota in senso negativo questo simbolo, il campanile di Cesio è stato, piuttosto, un indispensabile strumento di coesione, cui spetta il merito di aver rappresentato, non la divisione, bensì l'unità della pieve. 

Cappelle, chiese minori.

Attorno a Cesio vi sono numerose chiesette "minori", che sono prive "di cura d'anime", ma che rivestono, nonostante ciò, un ruolo di prim'ordine dal punto di vista simbolico. Sono i luoghi della devozione: i fedeli delle frazioni vi si raccolgono per celebrare Dio e i santi e per invocarne l'aiuto nelle molteplici difficoltà della vita. La devozione religiosa è sempre stata nel mondo rurale, più che altrove, una dimensione fondamentale; lo era nel periodo pagano e, pur coi cambiamenti di forma e di sostanza, lo è ancora nell'età cristiana. Non c'è miglior conferma della presenza di una chiesetta in ogni più piccola frazione, o di quella dei tempietti patronali posti in luoghi assolutamente impervi. La chiesa è un "presidio" del territorio: lo protegge dal male e lo consacra, segnandone, insieme, l'appartenenza alla cristianità universale e a alla comunità parrocchiale. A questo proposito, la pieve è distante dalle frazioni e le chiesette suppliscono per quanto possono alla funzione della chiesa maggiore; in tal senso sono parti della stessa pieve che si protende a raggiungere ogni angolo del piviere per dare unità al corpo comunitario. Qui s'intuisce l'importanza che ogni chiesetta ha dal punto di vista della coesione comunitaria. I frazionisti vedono in essa il fulcro della propria comunità frazionale, ma anche il vincolo con la comunità parrocchiale.

Vi è, in realtà, un aspetto contraddittorio delle cappelle e delle chiese minori: il loro ruolo di supplenza nei confronti della pieve si è prestato, in modo fisiologico, anche ad un'interpretazione diversa. La supplenza, infatti, si è spesso mutata, nel sentire popolare, in sostituzione. La rivalsa, che da sempre contraddistingue ogni periferia rispetto ad ogni centro, e il desiderio di autonomia, che bilancia il bisogno di appartenenza, hanno in parte trasformato le cappelle e le chiesette in "contraltari" della pieve. Le chiese minori, nell'ambivalenza del loro senso, sono diventati simboli di unità e di divisione al tempo stesso e, paradossalmente, hanno visto rafforzato il loro valore simbolico.

Le più importanti, tra le chiese minori del territorio, hanno finito proprio col sostituirsi del tutto alla matrice e col diventare parrocchiali a loro volta. La prima è stata quella di San Michele Arcangelo di Arson, resasi autonoma ancora nel Seicento, poi, nel Novecento, sono diventate parrocchiali quella di Pez e quella di Soranzen. Un'osservazione particolare si può fare su queste ultime due: la loro intitolazione a san Pietro e la loro successiva evoluzione in parrocchia, suggeriscono che esse abbiano avuto, fin dal loro sorgere, un ruolo privilegiato di appoggio alla pieve. 

Alcune chiesette sono nate per intervento dei nobili, che vollero dotare i "loro borghi" di un minimo luogo di culto; tra queste: il Priorato di san Gabriele a Pez, della famiglia Anzaven, e la chiesetta di Col San Vito della famiglia Muffoni. Altre cappelle, per le virtù taumaturgiche e protettive dei santi venerati, sono diventate d'interesse comune per i fedeli dell'intero piviere. E' il caso delle chiese di santa Lucia di Can e di Sant'Eurosia in Valle di Canzoi. Tra i tempietti più importanti si devono citare quello di Sant'Agapito al Monte e la cosiddetta Madonneta di Pez , veri e propri santuari del Cesiolino. Ad essi si recavano annualmente in processione i fedeli dell'intera parrocchia ed erano luoghi che attraevano i pellegrini anche di altre località.  Interessante è la chiesetta di San Pietro in Vincoli di Marsiai, che, singolarmente, l'amministrazione comunale finanziava con diciotto lire l'anno perché vi fossero celebrate otto messe.  

[1] S. Maria di Formegan è l'antica pieve divenuta poi, con mutazione di sede, di Santa Giustina. Vignui appare invece come cappella, forse direttamente dipendente dalla cattedrale.
[2] Il piviere è il territorio di pertinenza della pieve.
[3] Il documento è del 1184: la pieve di Ces vi sarebbe menzionata con quella di Formegan.
[4] Si evince dal verbale di visita pastorale del vescovo Rovellio.
[5] Per l'appartenenza alla Degania de Flamina et Bolpere, si veda quanto scritto più avanti a proposito del Comune.
[6] Fino alla totale conversione degli abitanti la chiesa cristiana era solo una "sottocomunità".
[7] Sono quelli menzionati nel Lessico.
[8] Alcuni esempi: Pieve di Soligo, Pieve di Cadore, Pieve d'Alpago, Pieve Tesino..
[9] Cfr. in E. Bonaventura, B. Simonato, C. Zoldan: p. 159 […in villa de Dorgnano de plebe Cesi districtus Feltri…].
[10] Cfr. A. Cambruzzi, A. Vecellio vol. III° c. VI 4_6, pp. 297.
[11] Nel 1611 fu istituita la parrocchia di Arson che nel 1613 aveva già un suo fonte battesimale. Nel 1689 fu creata la parrocchia di Nemeggio. In memoria della cessione, la parrocchia debitrice provvedeva a far benedire il cero pasquale nella pieve di Cesio. Si evince dalla prima visita pastorale del vescovo Renier (1857). Cfr. G. M. Dal Molin.
[12] Al parroco di Cesio spettò il titolo di arciprete, senza tuttavia prerogative di intromissione negli affari pastorali o economici delle nuove parrocchie.
[13] Cfr. Lettera del vescovo Cattarossi per il caso di Anzaven; e Lettera del vicario generale all'arciprete per il caso di Pullir.
[14] Cfr. Messe_Legati_Funzioni e Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima. In appendice.
[15] Cfr. Doveri dell'Arciprete di Cesiomaggiore durante la Quaresima in appendice.
[16] Sono quelle già citate a proposito di Arson e di Nemeggio.
[17] Il pievano si comportava come longa manus del vescovo. In antico, infatti, il battesimo era prerogativa episcopale, e così anche l'atto di concedere ai presbiteri di amministrarlo.
[18] Menzionata nella Bolla di Lucio III (1184) e descritta nel verbale della visita pastorale del vescovo Rovellio (1585).
[19] N.B.: La madonna e santa Giuliana condividono il patronato sulle partorienti. Vedi anche le note agiografiche in appendice.
[20] Vedi alla voce fonte battesimale.
[21] Il calendario liturgico ancor oggi recupera alcuni "grandi momenti astrali": solstizi ed equinozi, momenti di grande importanza per il modo agreste. Cfr. A Cattabiani.
[22] Il monumento ai caduti della guerra sorge presso la chiesa.
[23] Vedi alla voce relativa nel Lessico.
[24] La forma rende inevitabile l'accostamento con il denso simbolismo del calice e della coppa di Cristo (il Graal).
[25] "M CCCC · LXXXIII · DIE XXVI · MARCIJ".
[26] L'originale, datato 1399, è molto più grande ed è conservato a Feltre presso l'antica chiesa di San Lorenzo. Era l'unico fonte battesimale della città. Cfr. L. Bentivoglio.
[27] Vedi anche i santi e chiese minori.
[28] È dunque precedente la costruzione del campanile di Belluno che risale solo alla prima metà del XVIII secolo. Pare che la compagnia di lavoranti provenisse da Milano e che in tale occasione avesse anche operato alla fabbrica della villa delle Centenere; cfr. Il Grillo del focolare. "L'alpigiano", 1892-3. In appendice.
[29] La torre è un simbolo di forza e di stabilità, di difesa e di elevazione. Asse del mondo, Albero della vita, condivide molti degli aspetti simbolici della colonna. Compresa l'interpretazione freudiana che dà alla torre un carattere fallico, e, a suo modo, ne sottolinea il ruolo simbolico. Mito universale è la Torre di Babele. Celebri la Tour Eiffél, simbolo di Parigi e della Francia, la Torre di Londra e quella di Pisa. Torri erano chiamate le due costruzioni di New York, distrutte l'undici settembre del 2001 dai terroristi islamici. Di torri, campanili, fari, minareti e grattacieli dal carattere simbolico è irto il mondo. Cfr. H. Biedermann.
[30] Le campane, capaci di fugare gli esseri del male, sono addirittura "battezzate" con un rito specifico: La loro dignità di voce degli angeli che respinge il demonio e convoca i fedeli […] meritava una benedizione solenne. Cfr. D. R. Le Gall e H Biedermann.
[31] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni e M. Pagno.
[32] Cfr. Messe - Ufficiature - Legati - Funzioni.

Il Padre Nostro e altre preghiere in feltrino

El segno de la cross Te'l nome del Pare,  del Fiol e del Spirito Santo Amen  Pare nostro Pare nostro che te sé te i cieli el sìe santifi...