lunedì 21 agosto 2023

dei cognomi presenti a Feltre a cavallo del XV e XVI secolo

Quali erano i cognomi che si trovavano a Feltre negli anni a cavallo tra il XIV e il  XV secolo ossia nei tempi del Palio?

Lo storico Antonio Cambruzzi, nel secondo volume del suo Storia di Feltre, al c. IV.10 scrive della questione degli statuti dell'arte della lana; è l'anno 1394 ed ecco  i cognomi dei consiglieri feltrini ivi citati:

Bellato

(Vettore Antonio)

1

Bo (dal)

(Antonio)

1

Corte (da)

(Ezzelino)

1

Covolo (dal)

(Gherardo)

1

Fonzasio (da)

(Gasparo)

1

Foro (da)

(Giacopo Antonio)

1

Lusa

(Prosdocimo)

1

Mezzano

(Gaspare)

1

Muffoni (de’)

(Vittore, Agapito, Antonio, Rambaldo, Muffolino, Sandio)

6

Mugnajo (da)

(Andrighetto)

1

Pozzo (dal)

(Vettore)

1

Riccardelli (de’)

(Michele)

1

Rombaldoni (de’)

(Paolo, Rombaldone, Giovanni Michele)

3

Roncegno (da)

(Ainardino)

1

Salgardi (de’)

(Francesco)

1

Sorgario

(Francesco)

1

Teupi (de’)

(Francesco)

1

Teuponi (de’)

(Gorgia, Giacopo, Giovanni)

3

 Sempre il Cambruzzi cita al  al c.IV.11 i cognomi di altri due feltrini e cioè Romagno (Antonio) e Teupone (Vittore). al c.IV.12 e c.IV.14 della stessa opera di cui sopra in riferimento rispettivamente agli anni 1398 e 1400 ecco altri due cognomi: Villabruna (Vittore) e Grini (Giovanni Pietro). 

Passando all'anno 1405 al capo V.10 troviamo la registrazione degli eletti al nuovo Consiglio. Ecco i loro cognomi:

Anzavano (d’)

Bartolomeo

1

Argenta (d')

Beltramo

1

Arisii (d’)

Ambrosio

1

Arsedo (d’)

Vettore Sartore

1

Bacco

Vettore

1

Bazzerio

Pietro di Giovanni

1

Bazzoletto

Vettore

1

Bo dal

Antonio

1

Bonviaggi

Vettore

1

Borde

Cristoforo, e Fioretto di Giovanni

2

Borgasio (da)

Antonio

1

Brondenali (de’)

Nicola

1

Cafranca (da)

Vettore

1

Cambruzzi (de’)

Vettore Zovenato, Andrea Rossetto

2

Capponi

Giacopo

1

Chirurgo

Matteo, Vettore

2

Cimadore

Antonio Donato

1

Cito

Bartolomeo

1

Cittadini

Rizzardo

1

Covolo (dal)

Gerardo

1

Dedi (de’)

Bartolomeo

1

di Francesco

Benasano

1

di maestro Guglielmo

Zambono

1

Fallero (da)

Pietro

1

Favaccio

Federico

1

Fonzaso (da)

Vecello

1

Foro (da)

Mondo

1

Furlani (de’)

Bartolomeo

1

Guslino

Taresio

1

Lusa

Bellencino, Gio. Vettore

1

Mezzano (de’)

Giacopo, Simone

1

Muffoni (de)

Vettore (2), Sandio, Agapito

3/4

Mugnajo (da/de’)

Andrea (2), Endrighetto,Ventura, Paolo

4/5

Porta (dalla)

Stefano (2), Giovanni Giglio, Nicolò di Giovanni, Marco

4/5

Pozzo (dal)

Vettore

1

Rabbiosi (de)

Francesco

1

Rasajo (di)

Antonio di Pietro

1

Rocca (dalla)

Matteo

1

Romagno (da)

Endrighetto, Rambaldo, Nicolò, Andrigo, Vettore, Stefano

6

Rombaldoni (de)

Gio. Michele

1

Scurelle (da)

Sandio

1

Serravalle (da)

Sandio

1

Soncino (da)

Gabriello

1

Spalla

Giannetto di Giacopo

1

Teuponi (de’)

Vettore

1

Tomo (da)

Martino

1

Villabruna

Vettore (3)

1/3

Villalta (da)

Marco

1

Zolato

Luca

1

I cognomi Muffoni, da Romagno, dalla Porta e da Mugnaio sembrano emergere in modo particolare. Teuponi, Rambaldoni e Villabruna, pur con minore evidenza, sono anch'essi ben rappresentati. Non mancano tuttavia il cognome Bellati, come si vede, né Castaldi citato dal Nostro al libro quinto c.V.7 (anno 1404).

Possiamo ritenere dunque, in attesa di dati più completi ed affidabili, questi cognomi come presenti al momento dell'annessione del Feltrino alla Repubblica di San Marco.

Cfr: Cambruzzi-Vecellio vol. 2 A. Forni ed.


Michele Balen

della cattedrale di Feltre

La Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Pietro Apostolo è l'edificio di culto più importante della città di Feltre ed è stata cattedrale dell'antica diocesi di Feltre fino alla soppressione disposta dalla Congregazione per i Vescovi il 30 settembre 1986.

Storia

La fondazione della cattedrale di Feltre avviene, in epoca Romano-imperiale (V-VI secolo), nei pressi di una zona urbana già densamente edificata e di provato uso cultuale.

Ad una probabile cappella iniziale, o ad una domus ecclesiae di modeste dimensioni, fa seguito il complesso religioso costituito dalla basilica maggiore dedicata a san Pietro, dalla basilica minore di san Lorenzo e dal battistero circolare, i cui resti sono oggi conservati nell'area archeologica sottostante il sagrato. Alle chiese erano annesse fin dall'VIII secolo la domus episcopi voluta dal vescovo Endrighetto da Corte e la domus canonici. Si conosce assai poco degli edifici che dal V-VI al X secolo si sono succeduti, l'uno sulle rovine dell'altro, ad ogni ricostruzione della martoriata città.

Pochi resti lapidei, attualmente depositati presso la cripta, fanno supporre l'avvenuta esistenza di almeno una chiesa Veneto-bizantina e di una di età barbarica-altomedievale.

Con il X secolo il complesso risorse in forme romaniche e divenne il centro cultuale ed artistico presso il quale ebbero sede i vescovi-conti di Feltre, vassalli imperiali. Della chiesa romanica, più volte distrutta e ricostruita, rimangono la cripta (composta però con elementi architettonici Romani, bizantini ed altomedievali), buona parte dell'antico abside quadro, trasformato in presbiterio nel XV secolo, ed una monolitica cattedra episcopale del XIII secolo appartenuta al vescovo Adalgerio da Villalta.

Dal '300 al '400 sono numerosi gli interventi di ampliamento e di decorazione dell'edificio. Si fabbricano nuovi altari e nuove cappelle, si affrescano pareti e vi si appongono lapidi e stemmi nobiliari e vescovili. Si restaura inoltre la torre campanaria di San Michele e, al termine del XV secolo, oltre a buona parte degli annessi e delle sacrestie, si edifica anche la preziosa abside gotica poligonale in conci bianchi.

Il 1510 vede la rovina dell'intera città, distrutta dalle armi della Lega Cambraica al seguito di di Massimiliano d'Austria e, nondimeno, quella della cattedrale ridotta ad un cumulo di macerie, salve soltanto le absidi.

La ricostruzione dell'edificio in forme rinascimentali si protrae con lentezza fino agli anni Ottanta dello stesso secolo (1514-1585). Importanti modifiche all'assetto della "maggior chiesa" feltrina sono eseguite anche in seguito al Concilio Tridentino; è tra queste che si colloca la realizzazione delle attuali navate laterali ottenute con la fusione delle antiche cappelle.

Degna di nota per il '500 è la presenza di Tullio Lombardo nella costruzione del monumento sepolcrale di Matteo Bellati protomedico veneziano, eretto presso il presbiterio.

Nel '600 furono eseguiti alcuni lavori di restauro alla facciata e di decorazione alla cappella del Santissimo Sacramento. Si ebbe inoltre la realizzazione delle volte a crociera nella navata centrale, per volontà congiunta del vescovo Bartolomeo Gera, del Capitolo, della Comunità, del Monte di Pietà e del nobile Francesco Angeli. Anche il campanile, innalzato nel 1392, fu restaurato e dotato di una nuova cella campanaria nel 1690.

Nel 1729 un verbale del Capitolo dei Canonici registra il privilegio papale che concede alla cattedrale feltrina di anticipare le funzioni della notte di Natale alla sera della vigilia.

Nel 1766 il Capitolo acquista l'attuale organo a due tastiere, opera maggiore del celebre organaro veneziano Gaetano Callido; dal 1751 al 1800, anno di sua morte, presta servizio in qualità di organista e maestro di cappella il veneziano Giovanni Battista Maffioletti, compositore di pregevoli brani di musica sacra in buona parte ancora conservati presso l'archivio capitolare.

Il XVIII secolo termina con l'accurata spoliazione degli argenti, operata dai militari napoleonici che dispongono di fare della chiesa un alloggio per le truppe e una sala per le pubbliche assemblee. Nel secolo successivo, nuovamente consacrata, la cattedrale torna ad arricchirsi di oggetti come la preziosa croce lignea tardobizantina, proveniente dal convento di Santo Spirito, ed il braccio del beato Bernardino, dono della chiesa di Pavia alla chiesa feltrina.

Al termine dell'Ottocento, nel 1894 un intervento di restauro dell'ingegner Giobatta Sanguinazzi trasforma irrimediabilmente facciata seicentesca con l'aggiunta di un timpano neoclassico e di guglie e la riapertura dell'antico rosone gotico.

Dal 1938, dopo secoli di oblio, è resa nuovamente agibile l'antica cripta romanica, murata fin dal '500, e con essa si recupera un interessante frammento di storia del più importante monumento della città.

Esterno

La facciata è semplice, a salienti, ripartita secondo l'ordine interno delle tre navate e impreziosita da un graffito attribuito a Lorenzo Luzzo che raffigura la Madonna in trono tra i Santi Vittore e Corona. La conclude verso l'alto un timpano neoclassico mentre un rosone ne decora la parte centrale.

Il sagrato copre un'area archeologica in cui sono visibili interessanti resti archeologici: tra essi un lastricato di una strada urbana di età imperiale, fondazioni di botteghe, alcune sale mosaicate appartenute a edifici civili pubblici e privati, i resti di un antico battistero circolare e una fondazione altomedievale.

A monte dell'edificio è la chiesetta battesimale della Madonna del Rosario, già anticamente di San Lorenzo. Conserva un fonte battesimale monumentale del XIV secolo. Nell'abside barocca dal ricco rivestimento di marmi policromi è la pala del Rosario, singolare opera seicentesca in legno dipinto, e opere di Domenico Falce. Resti di età romana nel sotterraneo.

A sud dell'edificio le sacrestie di edificazione rinascimentale e la canonica, nonché l'oratorio dell'Annunciata dal pronao neoclassico e dal bel soffitto a cassettoni lignei dipinti.

Interno

Le tre navate dell'edificio sono segnate da corposi pilastri ed arcate di ampio respiro. Verso oriente per una spaziosa scalinata si accede alle absidi e al presbiterio.

Gli altari posti lungo le navate laterali sono dieci e custodiscono opere di Pietro Marescalchi, Francesco Terilli, Domenico Tintoretto, Domenico Falce, Francesco Frigimelica, Agostino Ridolfi, Paolo Dal Pozzo, Francesco Agosti e Ruggero Rossi.

Il presbiterio è impreziosito dalla cattedra vescovile del vescovo Adalgerio Villalta (cimelio monolitico del XIII secolo), dal monumento funebre di Matteo Bellati, protomedico veneziano, opera di Tullio Lombardo, da un altare barocco che custodisce una pala settecentesca di Antonio Lazzarini e da un crocifisso ligneo intagliato probabilmente da Vittore Scienza e dipinto da Lorenzo Luzzo.

L'abside principale è tardo gotica, poligonale, inclinata rispetto all'asse dell'edificio, forse a simboleggiare il capo reclinato del Cristo crocifisso. Conserva la monolitica cattedra vescovile di Adalgerio da Villalta (XIII secolo). Al centro il crocifisso ligneo attribuito all'intagliatore feltrino Vittore Scienza forse dipinto da Lorenzo Luzzo. L'altare maggiore, barocco, espone una pala del XVIII secolo opera di Antonio Lazzarini raffigurante la Vergine Assunta e San Pietro apostolo.

La cappella del Santissimo Sacramento posta a nord del presbiterio, conserva il sepolcro dei vescovi voluto dal vescovo Bartolomeo Gera nel XVII secolo ed è abbellita da alcune grandi tele di Giovanni Volpato da Bassano. La cappella di San Michele Arcangelo a sud del presbiterio è inserita alla base del campanile trecentesco. Contiene una tela dedicata all'arcangelo Michele in atto di cacciare i demoni lavoro di Agostino Ridolfi. L'altare conserva le reliquie di San Fedele martire.

La cripta ripartita in tre navatelle risale alla seconda metà dell'XI secolo ed è dotata di un affresco opera di Marco Da Mel (o Marco Damello).

L'organo del 1767 è opera del maestro organaro veneto Gaetano Callido.

Note

  1. ^ Ritrovamento della statua di Esculapio e dell'ara di Anna perenna
  2. ^ Sergio Claut, La Cattedrale di Feltre, Feltre, Parrocchia di San Pietro Apostolo Feltre, 1996.

 

di Marcello Colusso, primo regista del Palio di Feltre

Marcello Colusso nasce a Portogruaro l’8 dicembre 1947 e muore a Trento il 12 luglio 2000. Compiuti gli studi classici a Venezia, si laurea in lettere all’Università di Padova. Frequenta, in seguito, l’Accademia delle Belle Arti di Venezia dove diviene assistente di Storia dell’Arte fino al 1989, anno in cui vince la cattedra di Storia dell’Arte all’Accademia di Brera e si trasferisce, quindi a Milano. Pittore, incisore, litografo, la sua presenza nel mondo artistico diventa costante dal 1971 con mostre personali e collettive in Italia e all’Estero, in gallerie private e musei. Alla sua pittura, di impronta figurativa, Colusso affianca sempre l’attività di storico con cicli di conferenze, presentazioni di cataloghi di Mostre di oltre 50 artisti contemporanei. Fa parte anche dell’associazione Incisori Veneto-Friulani. Eclettico negli interessi e nelle passioni, è coautore del Carnevale dei Pulcinella nell’82 e della macchina dei fuochi nell’84 del Carnevale di Venezia; è regista del Palio di Feltre nell’86 ; ideatore e conduttore della trasmissione televisiva “Vacanze con l’Arte” per il Dipartimento Scuola e Educazione della Rai3 nel 1990. A Milano fonda nel ‘92 l’associazione artistica “Il Melograno d’Oro”. 

Di sé ha scritto: è difficile, conoscendo le molteplici vie della storia della pittura, affrontare la tela con la mente e gli occhi sgombri da soluzioni già trovate e risolte, mi pare che ogni pennellata sia già stata data, ogni sensazione vissuta, ma, alla fine mi dico che, se tanti hanno già amato, ciò non esclude che possa amare anche io.

domenica 20 agosto 2023

del Palio di Feltre o Palio dei Quindici Ducati

Brevissima storia della città di Feltre

Feltre è una città molto antica, fondata in età preromana quale enclave retica fra le terre venete. Nei secoli antichi in questa terra di confine ebbero  a mescolarsi ai Reti, i Veneti i Celti e i romani che qui giunsero intorno al 90 a. C.

Durante l’egemonia dell’Urbe Feltre diventò sede di un municipium optimo jure, fu dotata per questo di importanti magistrature e fiorì grazie anche ai traffici commerciali e alla lavorazione del ferro, del legno e della lana. I resti di quest’epoca, riscoperti un po’ in tutta la città, ma soprattutto presso la cattedrale, testimoniano un centro urbano ben sviluppato e una fervente vita economica e sociale.

Attraverso il Feltrino passava allora la Via Claudia Augusta, una strada che da Altinum, cospicuo centro della costa veneta, conduceva alla colonia di Augusta (Augsburg) posta nella regione danubiana.

Nel tormentato periodo del basso impero le invasioni degli Unni e dei Germani, con ripetuti incendi, saccheggi e distruzioni, ridussero la città a poco più che un borgo. In tale stato Feltre rimase sotto il dominio longobardo fino a quando non giunsero, sul finire del VIII secolo, i Franchi di Carlo Magno. Con la rinascita carolingia la città fu sede di un comitatus (contea), che nei secoli successivi fu appannaggio dei vescovi feltrini. L’ampia diocesi e la contea vescovile comprendevano allora, oltre a buona parte del Feltrino attuale, anche la Valsugana, il Tesino e il Primiero, in direzione di Trento.

Nell’autunno del Medioevo si succedettero al governo della contea le signorie dei da Camino, dei della Scala, dei Carraresi e dei Visconti; tante e gravi furono in quel periodo le distruzioni, che nel 1404, alla morte di Giangaleazzo Visconti duca di Milano, i feltrini, timorosi di tornare nelle mani dei Carraresi, seguirono l’esempio di Vicenza e decisero di affidare il governo della loro città alla Repubblica di Venezia. Il dominio dello stato lagunare sarebbe durato fino all’avvento delle truppe di Napoleone.

Un momento tragico del dominio veneto si ebbe nel 1510 quando gli uomini della Lega di Cambrai, in guerra con Venezia, misero a ferro e fuoco la città e compirono il cosiddetto Eccidio di Feltre. Ridotta letteralmente in cenere, la piccola città alpestre rinacque miracolosamente, come una fenice, con le forme rinascimentali e con le dimore affrescate che ancor oggi si possono ammirare.

Personaggi illustri

Fra i personaggi che hanno dato lustro a questa terra si ricordano il grande educatore umanista Vittorino da Feltre, precettore alla corte dei Gonzaga, Panfilo Castaldi, primo stampatore italiano che usò i caratteri mobili in piombo, il beato Bernardino Tomitano, frate minore accanito avversatore dell’usura, tutti figli del XV secolo; del XVI secolo i pittori Lorenzo Luzzo e Pietro Marescalchi, e del Novecento il maestro del ferro battuto Carlo Rizzarda con il pittore Tancredi Parmeggiani. Non si può neppure dimenticare che Carlo Goldoni, impiegato presso la cancelleria cittadina, mise in scena le sue prime opere proprio nel locale teatro della ‘Sena’.

Da vedere

Da vedere sono gli scavi romani di Piazza Duomo e l’intero complesso della cattedrale che ospita pregevoli opere d’arte, una cripta romanica e belle sacrestie del Settecento. Lungo il circuito delle mura vi sono le tre porte cittadine: Imperiale, Oria e Pusterla; quest’ultima merita una visita particolare perché da essa si può intraprendere il percorso, assai suggestivo, delle “Scalette Vecchie”. Entro le mura la splendida sinuosa salita di Via Mezzaterra, con gli edifici affrescati e la chiesa di San Giacomo Apostolo. Per essa si giunge a Piazza Maggiore, vero gioiello scenografico, col Castello di Alboino e la chiesa di San Rocco che la sovrastano, e le Fontane Lombardesche. Vi si affacciano, fra gli altri, il palladiano Palazzo dei Nobili al cui interno si ammira la “Sena”, il teatro di Feltre, opera di Gianantonio Selva e di Tranquillo Orsi, giustamente chiamato “la Piccola Fenice”, e il Palazzo Pretorio con l’affrescata Sala degli Stemmi.

Molto belli anche i musei cittadini, sia il Civico che si trova a pochi metri da Port’Oria e che conserva un’apprezzabile collezione di mobili d’arte e di quadri d’autore, sia la Galleria d’Arte Moderna “Carlo Rizzarda” posta in Via Paradiso, ricca di splendide opere in ferro battuto e di dipinti e sculture di vero pregio. Né si deve perdere il ricco Museo Diocesano d’Arte Sacra che si trova nell’antico episcopio in Via Paradiso.

Fuori dalle mura, nei borghi Ruga, ad est, e Tezze, ad ovest, sorgono edifici affrescati e chiese di valore come la chiesa di Ognissanti e quella di Santa Maria degli Angeli.

In nessun caso si può tralasciare una visita al singolare santuario dei Santi Vittore e Corona che sorge sulle rocce del monte Miesna, appena fuori dalla città in direzione di Treviso. Si tratta di una chiesa romanica orientale, oggi elevata alla dignità di Basilica, voluta dai crociati feltrini al loro ritorno dalla Terra Santa. Tra gli affreschi della chiesa, alcuni di scuola giottesca ed altri di scuola  del Tommaso da Modena. Armonioso e solare è il chiostro a due ordini dell’annesso convento quattrocentesco dei Padri Fiesolani. Nel corso dell’anno 2011 e fino alla primavera del 2012 il santuario è sede di un giubileo straordinario.

Splendidi e interessanti a Cesiomaggiore il museo Etnografico Provinciale e quello Storico della Bicicletta, con collezioni davvero uniche.

A Feltre non mancano le iniziative e le proposte culturali: dai concerti alle mostre d’arte, e le animazioni di ogni tipo. Da sempre vivace centro di cultura è sede di corsi universitari.

Il martedì e il venerdì mattina, sotto la cinta delle mura si tiene un affollato e variopinto mercato settimanale, ma i buoni acquisti si possono fare ogni giorno anche nei numerosi negozi sparsi in tutto il territorio.

Non si può dimenticare poi che Feltre, coronata dalle Dolomiti Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, è sede del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e che, insieme al suo territorio di tredici comuni, sa offrire al visitatore un ambiente montano di grande fascino e di indubbio interesse naturalistico.

Il soggiorno a Feltre è reso piacevole, oltre che dal grande patrimonio di arte e di storia che il luogo possiede, anche dalla presenza di una gastronomia tipica ricca di prodotti tipici di alta qualità; latticini, mais, patate, fagioli, birra, vino, marroni, noci… Ma il piacere più grande è dato dalla schietta e sincera ospitalità della gente feltrina.


Brevissima storia del Palio dei Quindici Ducati

Le Origini

Dopo gli estenuanti conflitti legati alla signoria dei Da Carrara, cui Feltre si era legata suo malgrado nel 1363, la città finì con l’essere posseduta dal duca di Milano Giangaleazzo Visconti. In memoria della data in cui Feltre era entrata a far parte dei dominï viscontei (il 7 dicembre 1388) la comunità feltrina aveva stabilito che per ogni anno a seguire gli ordini cittadini si sarebbero dovuti recare in processione in cattedrale per una messa solenne, e che si sarebbe dovuta tenere una gara di cavalli per la quale si poneva un premio di ben quindici ducati d’oro.

Il palio del Quattrocento

Alla morte del duca, avvenuta nel 1402, si riaprirono i conflitti tra i potenti della marca. Di nuovo i Da Carrara rivendicarono il possesso di Feltre, come di altre città del territorio, e scoppiò la guerra. I feltrini, timorosi di cadere nuovamente nelle mani dei carraresi e incapaci del resto di opporsi alle loro insidie, seguirono l’esempio di Vicenza e decisero di sottoporsi al governo della Repubblica di San Marco.

Venezia, che nel secolo precedente aveva iniziato una politica di espansione verso l’entroterra veneto, poteva ormai imporsi nel Quattrocento come la nuova signoria della "Marca". Era una Repubblica, aristocratica e mercantile, e incontrava per questo i favori sia dei nobili delle città sia dei mercanti e degli artigiani. Sembrava essere inoltre l’unica potenza locale capace di offrire prospettive rassicuranti in un mondo sconvolto da continui conflitti.

L’atto di annessione fu solennizzato il 15 di giugno del 1404, mentre ancora infuriava la guerra. Il senato veneto aveva inviato a Feltre un suo ambasciatore, il patrizio Bartolomeo Nani. Portatosi  nella “maggior piazza” cittadina tutta gremita di gente, il Nani ricevette dal delegato feltrino  Vittore Muffoni le chiavi della città. Il diplomatico ricevendo la sottomissione di Feltre giurava nelle mani del Muffoni che il senato veneto avrebbe sempre rispettato gli statuti feltresi. La folla, dicono gli storici, inneggiò entusiasta a San Marco e alla repubblica lagunare. I festeggiamenti si protrassero in città per alcuni giorni e, come già era accaduto per l’inizio del domino visconteo, la comunità decretò che “ogni anno a venire sia celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del 1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti, con l’offerta di candele e di solenni oblazioni e che in tal giorno sia posto un premio di quindici ducati d’oro perché si corra coi cavalli”.

Il palio del Novecento

Nel 1978, in occasione del sesto centenario della nascita del grande educatore umanista Vittorino da Feltre, si decise di ricordare l’evento della donazione di Feltre a Venezia. Così, l’anno successivo, in Piazza Maggiore ebbe luogo la prima rievocazione. Si trattò di una cosa piuttosto modesta: un piccolo numero di figuranti feltrini sfilò per la città accompagnato dagli sbandieratori di Asti che poi si esibirono in Piazza. In quell’occasione si tenne una gara di archi tra le città di Feltre e di Mantova, “patria elettiva” del celebrato Vittorino. Furono gli arcieri del Piave che vinsero la gara per Feltre, superando in bravura gli avversari mantovani. L’anno seguente fu ripristinato il Palio dei Quindici Ducati e con esso gli antichi quartieri cittadini che ne sarebbero stati, da allora in poi, i concorrenti. Con un alacre lavoro di ricerca e di fantasia si ricreò un’araldica, si confezionarono gli stendardi e i costumi, si acquistarono i tamburi. Fu anche stabilita la serie delle gare che prevedeva il tiro con l’arco, il tiro alla fune, una staffetta e il tiro degli anelli. In città e nelle campagne si assistette dunque agli allenamenti degli atleti e dei tamburini.

Nel 1986 si ebbe a disposizione il circuito di Prà del Moro e fu possibile riprendere la gara dei cavalli prevista dagli statuti cinquecenteschi. Fin da subito fu naturalmente la competizione più seguita ed amata dal pubblico. Fu quindi abbandonato il gioco degli anelli perché ritenuto poco “avvincente”.

Qualche curiosità

I due palii

Il “palio dei ducati” è un drappo di broccato rosso sul quale sono cuciti quindici ducati in metallo dorato. Si tratta di medaglie appositamente coniate sotto la guida del numismatico Romano Nascimbene. Al centro del drappo è appeso uno scudo di rame sbalzato, opera dell’artista feltrina Fulvia Celli, che raffigura lo stemma della città. Dal 1986, da un’idea del quartiere Castello e dell’artista Bruno Gorza, è stato istituito anche il “pallio picto”: un drappo dipinto realizzato ogni anno da un artista diverso. Quest’ultimo rimane di proprietà del Quartiere vincitore, mentre il primo, il palio dei ducati, è ogni volta oggetto di contesa e passa di mano in mano secondo la vittoria.

La data

Se il palio quattrocentesco doveva essere celebrato, in osservanza della memoria storica e dello statuto, nel giorno di San Vito, ossia il 15 di giugno di ogni anno, la data del palio moderno, ottemperando alle necessità dei numerosi turisti, è opportunamente spostata alla prima domenica d’agosto.

Il 1986

Il 1986 fu un anno di grandi novità: per la prima volta fu celebrata in duomo la messa del Palio, cui seguì, presso il campanile, la prima benedizione dei cavalli. In quell’occasione si tenne in cattedrale anche una mostra di arredi sacri, di stampe, manoscritti e antichi paramenti: era la prima volta che la cattedrale mostrava i suoi tesori al pubblico.

Sempre in quell’anno il Palio ebbe per la prima volta una regia. Negli anni seguenti i diversi registi, succedutisi alla guida del Palio, avrebbero lasciato ciascuno la propria impronta personale, con contributi talvolta davvero originali e di grande effetto. Sempre nel 1986 fu istituito ufficialmente il "Palio Picto".

Le cene

Fin dal 1986, su proposta del regista Marcello Colusso, i Quartieri allestiscono ciascuno la propria cena all’aperto. Accade da allora ogni venerdì precedente il Palio: i quartieri fanno a gara nel proporre per le strade della città i cibi più appetitosi e gli spettacoli più attraenti e animando in modo sempre originale la serata.

Gli spettacoli

Il Palio di Feltre ha offerto nel tempo anche numerosi spettacoli di grande classe. Restano indimenticabili quelli provenienti dalle feste medievali di Brisighella, come anche i cascatori a cavallo della compagnia Luraschi e gli applauditissimi caroselli equestri di alta scuola italiana e spagnola. Non sono mancati gli spettacoli dei falconieri, gli acrobati e i funamboli, i divertenti giullari, i giocolieri, i mangiafuoco, gli armigeri e i duellanti in battaglia fra loro, i numerosi musici e i teatranti di strada. Al pubblico resta caro però, sopra ogni cosa, come un immancabile rito, il lancio dei fuochi del sabato notte.

I costumi e le bandiere

Alle primissime manifestazioni, mentre i costumi dei figuranti erano stati noleggiati a Padova, gran parte dei materiali di scena erano stati raccolti e messi a disposizione da molti volenterosi cittadini.

Al lavoro di realizzazione dei costumi e delle bandiere, cittadine e nobiliari, aveva contribuito la pittrice Marula Tarricone che ne aveva studiato i disegni e i materiali. Oggi il Palio di Feltre conta a centinaia i suoi costumi, le bandiere e gli stendardi: sono il frutto, non solo della ricerca di pochi appassionati studiosi, ma soprattutto dell’abile lavoro di taglio e di cucito di tante impagabili signore feltrine.

Visite e gemellaggi

Al Palio di Feltre non sono mancate nel tempo le delegazioni di altre manifestazioni storiche. Un evento davvero unico fu l’indimenticabile edizione del famoso Palio delle Balestre di San Marino che si tenne in Piazza Maggiore: era la prima volta che la manifestazione usciva, in modo del tutto straordinario, dai confini della piccola Repubblica sul Titano. Altre ragguardevoli presenze furono quelle del corteo storico di Castell’Arquato o “della Regina Cornaro” di Asolo.

Da ricordare, nell’anno 2004 in occasione del sesto centenario della dedizione, la presenza al palio del sindaco di Venezia Paolo Costa seguito dal corteo ducale della Serenissima.

Non meno memorabile la partita di Calcio Storico in Costume disputata dagli amici fiorentini per il pubblico di Feltre nel 2005.

Il Palio di Maggio

Fu giocato un solo anno, il 1997, e si trattò di un evento davvero unico, motivato dalla necessità di documentare per le reti televisive nazionali la manifestazione feltrina. Fu vinto dal quartiere del Duomo e fu ritenuto valido a tutti gli effetti anche se ad agosto dello stesso anno si tenne ugualmente il palio regolare.

La messa del palio

Istituita nel 1986, la messa si svolge in cattedrale seguendo un rigoroso cerimoniale che coniuga la liturgia sacra con il folclore.

È una funzione molto sentita in cui i quartieri si ritrovano, prima delle gare decisive, a pregare insieme, fianco a fianco davanti all’altare.

Sul sagrato, finita la messa, segue la tradizionale benedizione dei cavalli e dei cavalieri. È il vescovo o il decano del capitolo che presiede la celebrazione e che al termine impartisce solennemente la benedizione alla città e al suo Palio.

Lo stendardo del vincitore

Dal 1998 lo stendardo del Quartiere vincitore è esposto durante tutto il tempo dell’anno in Piazza Maggiore. È sostituito solo al termine del palio e solo se è un altro Quartiere ad aver vinto.

In quel caso i quartieristi trionfanti salgono alla piazza e inscenano un goliardico rito per il cambio di guardia al pennone: deposto quello dello sconfitto, innalzano gioiosi il loro stendardo.

Capitano, Maestri di Campo ed altre figure

Il responsabile delle gare, colui che presiede le giurie e che proclama il quartiere vincitore, è chiamato Capitano del Palio.  È la figura di rilievo a cui è affidata la responsabilità del corretto svolgimento della competizione. Lo si vede sfilare accanto al Drappo, nei cortei della domenica.

Il Mossiere è colui che dà il via alla corsa dei cavalli.

Il Gran Scudiero o Maresciallo Generale sovrintende alle scuderie e al campo di gioco.

I Maestri di Campo sono invece coloro che, per ciascun quartiere, sovrintendono alle squadre e controllano l’andamento dei giochi.

Altre figure importanti sono quella del regista degli spettacoli, del Maestro alle Sene (scenografo) che sovrintende agli allestimenti e del Cerimoniere da cui dipendono i cortei e le celebrazioni ufficiali.

Le “Cernide”: musici e sbandieratori feltrini

Feltre ha cinque Cernide o gruppi di musici e di sbandieratori del Palio. Il primo si costituì in seno al Quartiere Duomo nel 1982 e divenne due anni più tardi, separandosi dal quartiere, il “Gruppo Sbandieratori Città di Feltre”. È il gruppo che da allora arricchisce il Palio con la sua presenza e che funge da ambasciatore della città in ogni luogo d’Italia e d’Europa là dove è chiamato ad esibirsi.

Sono nati in seguito le altre quattro cernide, una per ciascun quartiere.

Nella settimana precedente la corsa dei cavalli, in Piazza Maggiore è possibile assistere alla Sfida delle Cernide. I gruppi si mettono reciprocamene alla prova nelle loro varie specialità offrendo ai presenti uno spettacolo veramente unico.

Un evento di grande fascino legato ai cinque gruppi è soprattutto quello che si gode in occasione della festa dei santi Vittore e Corona, patroni della città e del Feltrino, che ricorre il 14 di maggio. In prossimità della festa i cinque gruppi salgono insieme all'antico santuario medievale per rendere omaggio ai martiri. Si forma così lungo la via dei pellegrini, una coloratissima processione di bandiere al vento, accompagnata dal suono delle chiarine e dei tamburi. Al termine della santa messa si tiene una singolare cerimonia: nel silenzio generale della basilica, tra gli affreschi giotteschi e dei Da Modena rulla un tamburo e uno sbandieratore, per la tutta città, lancia verso l'alto la sua bandiera, quasi a raggiungere gli angeli e i santi che assistono dalla volta.

i Quartieri

Già nel Trecento la città era divisa nei quattro quartieri di Port’Oria, Santo Stefano, Duomo e Castello. Si trattava di quattro circoscrizioni di voto entro cui erano eletti i membri del Consiglio cittadino. Di essi c’è notizia negli statuti comunali, anche in quelli del Cinquecento, ove sono descritti sia nei confini sia nella loro natura giuridica. Aboliti nel periodo napoleonico, i quartieri sono rinati con il Palio nel 1980 riassumendo i vecchi nomi, ma rinnovando spirito e funzione.

I cittadini dei quartieri rappresentano l’anima e il corpo del Palio moderno. Studiano e confezionano gli abiti, ricercano e allenano i campioni: gli atleti, gli arcieri e i fantini, allestiscono l’occorrente per i cortei, le gare e le cene. Parteggiano con passione per i loro campioni durante le gare.

È impossibile immaginare il Palio senza i quartieri e senza l’ammirevole passione dei quartieristi.

È per loro che la città si veste a festa, che sventolano le bandiere, che rullano i tamburi, che gareggiano gli atleti, è per loro che corrono i cavalli. È per loro che esiste il palio.

CASTELLO

Il nome è dato dall’antica mole del Castello di Alboino il cui profilo si impone sulla città e sull’intera vallata. Si tratta di un antico maniero di origini longobarde più volte rimaneggiato nei secoli. Oggi il castello è senza dubbio il simbolo della città.

Da sempre sede militare ospitò nel Medioevo la sede del Capitano della città e in tempi moderni il locale reggimento degli alpini. La grande torre principale è chiamata “El Campanon” per la grande campana che, con solenni ritocchi, ancor oggi annuncia le sedute del Consiglio Comunale.

Tra i monumenti più interessanti del quartiere, in località Arson, si trova il castello dei Lusa.

Nel quartiere sono compresi, oltre alla parte nord orientale della città, i borghi di Ognissanti e dell’Uniera, i rioni di Pasquer e delle Traversere, le “ville” di Arson, Cart, Lasen, Umin, Grum, Vellai, Vignui, Villabruna e Zermen.

Arma: d’azzurro al leone d’oro. Lo stemma del castello è quello della nobile famiglia Gazzi, proprietaria delle eleganti case porticate che chiudono a oriente Piazza Maggiore.

DUOMO

Il nome è dovuto alla presenza della cattedrale. Di origini paleocristiane, eretta a sud della cinta muraria cittadina, la cattedrale è il cuore dell’antica diocesi di Feltre, ed è certamente, per storia e per ricchezza artistica, il monumento più importante della città. È qui che ogni anno, presieduta dal vescovo, si celebra la suggestiva messa del palio.

Il quartiere comprende la zona sud occidentale della città, da Porta Pusterla a Porta Imperiale con il borgo della cattedrale, le contrade di Sant’Avvocato (via Garibaldi) e delle Tezze, il rione delle Industrie e le frazioni, dette “ville”, di Mugnai, Tomo e Villaga.

Arma: d’azzurro alla fascia d’oro, caricata in punto d'onore d’una stella d’oro ad otto raggi e in punta di tre bande dello stesso. È lo stemma dell’antica famiglia dei Bellati. I Bellati possedevano numerose case, sia in città sia nelle campagne del Feltrino e del Trevigiano. La loro residenza più nota si trova in via Mezzaterra ed è caratterizzata dalla particolare facciata a prua di nave.

PORT’ORIA

Il nome deriva dalla porta orientale della città, Porta Oria, che sorge in parte sulle mura medievali e in parte su quelle rinascimentali. Il monumento è costituito innanzitutto da una porzione di torre gotica sulla quale si trovano ancora incardinati i vecchi battenti di legno. La porta era dotata di un rastrello in ferro a caduta e, verso est, di un ponte levatoio che si serrava nell’avanporta merlata.

Tra gli edifici monumentali del quartiere, in località Anzù, sorge l’affascinante santuario romanico di San Vittore.

Da Port’Oria a Porta Pusterla il quartiere si estende a sud-est della città comprendendo Borgo Ruga e le contrade di Semeda e Tortesen, l’antico Ospitale di San Paolo e le “ville” di Anzù, Cellarda, Nemeggio, Pont, Villapaiera, Canal e Sanzan.

Arma: d'oro all'aquila bicipite spiegata di nero. Stemma  imperiale germanico.

SANTO STEFANO

Il nome deriva dalla bella ed antica chiesa di Santo Stefano, oggi purtroppo scomparsa, che sorgeva in Piazza Maggiore. La chiesa, affrescata dai dipinti del Luzzo, chiudeva la piazza a ovest, verso la contrada del Paradiso, di fronte alla bella casa dei Ramponi, oggi casa Guarnieri.

Della chiesa si prendevano cura i nobili della città e, data la sua posizione centrale e per il fatto che la cattedrale e le altre chiese più importanti sorgevano tutte fuori dalle mura, era un luogo di culto assai frequentato. Dopo la caduta della Repubblica la chiesa fu sconsacrata e infine fu demolita. Il quartiere si espande nella parte nord occidentale della città e comprende i popolosi rioni di Boscariz e di Farra e le “ville” di Pren, Lamen e di Foen.

Arma: di rosso al corno da caccia d’oro. Il palazzo dei nobili Dal Corno, che hanno dato lo stemma al quartiere, sorgeva ancora nel secolo scorso a metà di via Mezzaterra, sul lato nord, presso la casa degli Aldovini-Mezzanotte. Fu purtroppo demolito, ma dei Dal Corno ci resta la testimonianza della chiesetta gotica della Trinità che si eleva sulle mura orientali della città.

I Muffoni da Cesio

Protagonisti principali della cerimonia di dedizione di Feltre a Venezia furono l’ambasciatore veneziano Bartolomeo Nani e il deputato feltrino Vittore Muffoni.

Quest’ultimo apparteneva ad una delle più antiche famiglie del contado feltrino. Di essa scrive il Gaggia nel suo “Notizie genealogiche delle famiglie nobili di Feltre”: «Questa famiglia, detta anche Cesia o de Cesio, è antichissima, e, a quanto sembra, di origine romana (gens Cesia). Nelle lotte medioevali militò sempre nel campo guelfo. Aveva due Castelli, uno in Cesio maggiore, che in seguito passò alla nobile famiglia Facino, e l’altro a Cesio minore, ambidue poi distrutti nel 1423 per ordine della Repubblica di Venezia.».

Del Vittore in questione dice ancora che «… figlio di Bonafè, nodaro, chiamato Padre della Patria, il 15 giugno 1404, quale Sindaco di Comunità, eletto dal Consiglio e dal Popolo, sottopose la città di Feltre al Dominio di Venezia, a cui volontariamente si era data, rappresentando la Repubblica di Venezia in quelle circostanza il Provveditore Bartolomeo Nani, il quale alla sua volta giurava di osservare gli Statuti e gli ordini della Città e di conservare ognuno nel suo stato, preminenze, onori, ricchezze, come si legge nell’istrumento scritto dal nodaro Sandio q. Pellegrino de Muffoni; fu anche ambasciatore nel 1406 al Doge Steno per il Collegio dei nodari;» e che «il suo nome è ricordato in una via cittadina.»

Già in epoca medievale i Muffoni da Cesio erano riusciti ad accumulare diverse “mariganzie” sulle ville del pievanato di Cesio, ed erano diventati i maggiori “capovilla” di quel territorio. Possedevano inoltre, secondo Antonio Vecellio, i castelli di Cesio maggiore e di Cesio minore. Del primo si può vedere ancora il mastio, oggi dei Busatti, il quale, pur ampiamente rimaneggiato, sorge dietro l’attuale municipio e a un passo da Villa Muffoni. La villa, dotata di un bel porticato, è l’attuale asilo parrocchiale, ma sulle sue facciate appare ancora lo stemma di famiglia.

Lo Stemma

Lo stemma dei Muffoni è di rosso allo scaglione di argento. È splendidamente affrescato sulla facciata della cinquecentesca casa di famiglia, in via Mezzaterra a Feltre. Lo si ritrova in cattedrale, sopra la tomba di famiglia che sta presso l’altare dei SS. Vittore e Corona.

San Vito

A valle dell’abitato di Cesio si alza Col San Vito. Sul colle sorge una bella chiesetta dedicata all’omonimo martire; anche in essa si trova ad affresco l’arma dei Muffoni.

La festa di San Vito doveva essere particolarmente cara ai possidenti da Cesio poiché, assieme al santo taumaturgo, essi potevano ricordare e celebrare, in quella data del 15 di giugno, il ruolo avuto nel 1404 da un membro della loro casata. I Muffoni quindi, ben più di altri, avevano ragione di festeggiare il santo, e di osservare con devozione il decreto statutario che ne aveva solennizzato la festa ed aveva istituito il Palio.

La rievocazione storica

Impropriamente, chiamati il ”Signore di Feltre” e il ”Signore di Venezia”, due "palianti" hanno il compito di interpretare i protagonisti del giuramento che si tenne nel 1404, e cioè Bartolomeo Nani inviato di Venezia e Vittore Muffoni Da Cesio delegato dei feltrini. Costoro, vestendo i panni dei due deputati, assolvono al compito di rievocare in Piazza Maggiore, l’atto formale attorno al quale ruota l’evento: l'entrata di Feltre nei domini della Repubblica di San Marco.

Per diversi anni il ruolo è stato interpretato dai feltrini Saverio Spada e Maurizio Rubin.

sabato 8 aprile 2023

La scuola che plasma e la cultura che libera

 Fa di sapere e sarai libero! dice un vecchio motto, ed è una cosa vera che il sapere renda liberi, ma che cosa significa davvero sapere? Ce lo dobbiamo chiedere per non scambiare, come spesso accade, del volgarissimo ottone per oro vero.

È vero sapere, per esempio, lo studio della storia quand’è orientato, ritagliato, epurato dai fatti e dai contenuti scomodi e illuminato (si fa per dire) da una sola angolatura ideologica? È vero sapere, lo studio della letteratura quand'è letteratura scelta per autori “amici”, per contenuti graditi e conformi al pensiero dominante nel Paese, all’idea del clan intellettuale che occupa di fatto le istituzioni scolastiche e universitarie? È vero sapere lo studio delle scienze fatto in modo acritico, orientato anch’esso verso valori (o piuttosto non-valori) di parte, privato di complicazioni etiche e ritagliato a dovere sul pensiero tecnicistico?

In realtà la scuola di oggi è un vero e proprio instrumentum regni: serve ad inculcare ai ragazzi il pensiero unico di stato, il pensiero politicamente corretto, dove per “politicamente” si deve intendere “ideologicamente” e per “corretto” si deve intendere “conformato”, univoco, plasmato.  Si scrive laicità, e di fatto si legge religione laicista di regime.

La scuola dice al ragazzo: “Ora tu penserai come si deve! E il come si deve te lo insegno io! Non è ammesso che tu pensi in modo divergente perché, se lo fai, se non pensi in modo politicamente corretto, non conforme al dovere, allora non pensi in modo libero, con quella libertà obbligatoria e indirizzata che lo stato pretende da te e che tu devi indossare. 

I temi “forti” del pensiero libero di regime sono tanti e diversi: si va dal pensiero conformato sulla sessualità, che deve ovviamente essere indirizzato alla teoria gender, al pensiero conformato sulla resistenza comunista, che deve essere celebrata a priori dai fatti reali, all’accettazione obbligatoria della cosiddetta società multietnica, all’autofobia antinazionale, per la quale è una colpa l’essere italiani, al femminismo spinto per il quale è una colpa il maschile di per sè e va punito. Al meaculpismo occidentale che fa attribuire la colpa di tutti i mali del mondo all’Occidente cattivo, a prescindere. All’antirazzismo ideologico che porta a negare il diritto di difendersi perfino dai malfattori se questi hanno “un altro colore della pelle”. E ancora al linguaggio obbligatorio: quello fatto “di uomini di colore”, di “diversamente qualcosa” di “non-qualcos’altro”, per il quale è obbligatorio usare ogni volta sia il maschile che il femminile (le bambine e i bambini, le lavoratrici e i lavoratori, le ministre e i ministri....). Al pensiero laicista sulla religione, fatto di slogan semplicistici ed ottusi: le religioni sono tutte uguali, le religioni producono estremismi eccetera, e lo stato è laico e pertanto la religione deve arretrare fino a sparire del tutto dalla scena pubblica. Anche l’attribuzione infondata ed esagerata al cristianesimo di colpe storiche fa parte di questo pensiero laicista che la scuola del regime contribuisce ad alimentare. Non occorrendo dimostrare la verità dei fatti, né tantomeno bilanciando i fatti con i fatti. si impone ai ragazzi inopinatamente una visione distorta e odiosa della chiesa cattolica, e del cristianesimo in generale. Così che la chiesa appaia responsabile per esempio dell’uccisione di miliardi di eretici (con numeri addirittura impossibili da sostenere) assolvendo però i sovrani dai roghi da essi accesi. E che non appaia invece come la chiesa sia stata la vera anima della solidarietà europea e della carità, pur avendo essa fatto nascere nei secoli, ospedali, orfanatrofi e ricoveri per i poveeri quando l’abbandono, il disprezzo e la morte erano la regola del mondo laico e non cristiano.

La scuola occidentale è protesa a formare i ragazzi, perchè essi divengano i lavoratori e i cittadini di domani. Perchè essi siano elementi integrabili ed integrati nei processi economico-produttivi, e siano cittadini conformi al vigente modello ideologico. Dovremmo riflettere molto sulla parola “formare”. La scuola, insomma, tende a “formare” cioè a dare forma ai ragazzi per farne degli utili idioti, e lo fa usando un repertorio di frasi e di slogan che fanno credere esattamente la cosa opposta. In altre parole la scuola dice al ragazzo: “Per essere libero devi pensare come ti dico!” 

Ci accorgiamo che nel mondo c’è oggi un eccesso di istruzione industriale, seriale, organizzata, un’istruzione che essendo di massa si trasforma alla fin fine in lavaggio del cervello, in un macchinario immenso produttore di istupidimento nozionistico dei più giovani.

Riaprire il dibattito sul ruolo e sui modi dell’imparare e del sapere è più che mai urgente. Una dittatura del pensiero spaventosa poggia le sue basi sulle scuole di stato, sui media, sui social, sulle enciclopedie virtuali, tutti ideologicamente conformati, producendo un regime delle menti immenso e mai visto. Non sono i corpi oggi ad indossare le divise del regime, ma le menti, i cervelli. Sono divise invisibili perché le uniformi del cosiddetto libero pensiero. Ritrovare il sapere, quello vero, serve e rendere veramente liberi, ma è prima necessario che si risveglino le coscienze dei cittadini e che si riprenda tutti il cammino della libertà oggi negato.

martedì 27 dicembre 2022

Feltre

 Feltre 

All’incrocio fra il residuo fantasma della Serenissima e quello del Sacro Romano Impero, all’incontro fra i resti sparuti del Regno Sabaudo e dell’Austria-Ungheria, fra l’Italia Fascista e il Reich dei nazisti, fra i partigiani e i tedeschi e gli americani con le gomme fra i denti, tra l’Europa d’Oriente e quella d’Occidente ci sono le Vette. Le Vette e le Prealpi. 

Le Vette sono rocce crude che calano a picco sulle vallate, sono creste di gallo, corone regali; sono mostri pietrificati dagli dèi quando ancora la Terra era giovane, ed era il tempo dei miti. Le Vette sono i Giganti e i Titani congelati dallo sguardo di Dio.

Le Vette sono vecchie sussiegose, che si tengono stretti i loro segreti, gelose di sapere e di non dire. E  nascondono in grembo i misteri: il Mazzarol, l’On Selvarech, le  Vane e il Badalis.

Ci sono poi le Prealpi, che sono ancelle premurose, custodi alle porte della pianura. Serve umili e fedeli che tengon lontani i foresti, che intimoriscono i pavidi. Frontiere contro un futuro insidioso, che di solito sale da sud. 

I boschi le coprono entrambe, come uno scialle, e coprono le valli alpine e le vallette dentro alle quali scorrono cantando ripidi ruscelli, giovani fiumi, veloci e sassosi torrenti. 

Tra i monti boscosi delle Prealpi e le nude rocce delle Vette, ai piedi del paterno Tomatico, c’è una vallata. È la vallata Feltrina. Punteggiata di campanili e di piccoli borghi, disseminata di ville, di campi e di boschi, è una conca verde tra le Alpi e le Prealpi. Feltre è il suo cuore.


Feltre è una piccola tormentata signora; il tempo e la storia le hanno dato innumerevoli dolori, e cicatrici che chi sa può ancora vedere. Quanti i figli che ha pianto, e quanti i figlie che hanno pianto per lei. che hanno pianto vagando tra le rovine, fra le sue ossa, le sue carni straziate, fra i suoi resti fumanti di roghi. Quanti i dolori! 

E però Feltre ogni volta tornava. Come la Fenice sapeva tornare al suo posto. 

E come una mamma cullava i suoi figli, e li cingeva con l’abbraccio protettivo delle sue mura. Dormite piccoli miei, veglio io su di voi, dormite tranquilli, che ho chiuso le porte, che ho le mura alte e ben guardate. Dormite che dalla torre veglio su di voi.

Feltre si allarga d’intorno timorosa, prudente, si spande in villaggi e frazioni, in case sparse e villette. E mostra orgogliosa  le sue dimore più antiche, ma senza esagerare. Feltre è una piccola e graziosa signora. 

Feltre sorge ai piedi delle Alpi, nel cuore del mondo. E nel cuore di Feltre c’è una collina, è la sua cittadella. Ha le mura sbrecciate, è l’antica rocca dei Reti, la città dei Romani, dei Longobardi, dei Franchi. È la roccaforte imperiale, baluardo contro il nemico. Città di frontiera, Feltre. Sulla cima si alza il castello turrito, sembra un padrone che guardi ai suoi campi. È il castello del re Alboino. La gran guardia delle montagne.

Feltre è una fortezza in assedio perenne. Assediata da nord dai feroci Alemanni, assediata da sud dai Romani voraci. Assediata dal suo passato non meno che dal futuro, resiste al suo tempo. Ha resistito agli eserciti invasori, ai barbari germani, ai Goti, ai Longobardi e ai Franchi. Ha resistito ai Trevigiani e ai Belumatti. E ai tedeschi e ai francesi. Ed è stata cento volte sconfitta e cento volte rifatta e ogni volta ha rialzato le mura per i nuovi nemici. Feltre è una fortezza in assedio perenne.


I grandi di oggi

 Tra i grandi della cultura contemporanea s’innalzano come vette, alcune figure imponenti: vere stelle di luce purissima, veri epigoni del sapere, dell’arte, della politica, del giornalismo e della poesia. Uomini e donne dall’incommensurabile valore, maîtres à penser, profondi pensatori dotati di una mente eccelsa.

Tra i principi dell’arte drammatica, mai e poi mai potremo dimenticare il grandissimo Alvaro Vitali, l’attore che tanto lustro ha dato al nostro cinema nel mondo, né possiamo scordare la grandezza di Valeria Marini, autentico gioiello di espressività e di convincente recitazione.

Tra le grandi figure della politica emerge gigantesca quella di Renato Brunetta detto “Il Grande” o anche “Il Riformatore”, uomo dalle immense capacità e dall’inenarrabile statura morale, e con lui la celebrata Maria Stella Gelmini, che insieme a Letizia Moratti, ha provveduto a rendere perfetta la scuola del nostro paese.

Invece tra coloro che hanno dato gran meriti alla categoria dei giornalisti, ecco spiccare le preziose persone di Emilio Fede e di Michele Santoro, gli indiscussi paladini dell’obbiettività informativa.

Nondimeno anche in letteratura abbiamo degli autentici campioni: come non riconoscere il valore capitale di Federico Moccia, di Fabio Volo, di Melissa P., di Luciana Litizzetto e di pochi altri di tale livello?

E nella musica? Anche nella musica vi è chi giganteggia: gli Zero Assoluto, tanto per fare un esempio, ma anche tanti e tanti altri.

Anche la scienza continua a dare il suo contributo con eccellenze di tutto rispetto: ed ecco dunque il nome di Giacobbo, conosciuto nel modo come “l’Uomo dei Misteri”, e Alberto Angela “Angela il Giovane” universalmente noto come il figlio di Angela il Vecchio.

I secoli futuri guarderanno a noi con invidia, pensando a tanta fortunata coincidenza di arte, cultura e intelligenza. Siamone orgogliosi, sì, ma non dimentichiamo di essere anche umili, perché, in fondo, noi umani mediocri abbiamo ben poco merito in tanta grandezza. 


Il Padre Nostro e altre preghiere in feltrino

El segno de la cross Te'l nome del Pare,  del Fiol e del Spirito Santo Amen  Pare nostro Pare nostro che te sé te i cieli el sìe santifi...