Feltre
All’incrocio fra il residuo fantasma della Serenissima e quello del Sacro Romano Impero, all’incontro fra i resti sparuti del Regno Sabaudo e dell’Austria-Ungheria, fra l’Italia Fascista e il Reich dei nazisti, fra i partigiani e i tedeschi e gli americani con le gomme fra i denti, tra l’Europa d’Oriente e quella d’Occidente ci sono le Vette. Le Vette e le Prealpi.
Le Vette sono rocce crude che calano a picco sulle vallate, sono creste di gallo, corone regali; sono mostri pietrificati dagli dèi quando ancora la Terra era giovane, ed era il tempo dei miti. Le Vette sono i Giganti e i Titani congelati dallo sguardo di Dio.
Le Vette sono vecchie sussiegose, che si tengono stretti i loro segreti, gelose di sapere e di non dire. E nascondono in grembo i misteri: il Mazzarol, l’On Selvarech, le Vane e il Badalis.
Ci sono poi le Prealpi, che sono ancelle premurose, custodi alle porte della pianura. Serve umili e fedeli che tengon lontani i foresti, che intimoriscono i pavidi. Frontiere contro un futuro insidioso, che di solito sale da sud.
I boschi le coprono entrambe, come uno scialle, e coprono le valli alpine e le vallette dentro alle quali scorrono cantando ripidi ruscelli, giovani fiumi, veloci e sassosi torrenti.
Tra i monti boscosi delle Prealpi e le nude rocce delle Vette, ai piedi del paterno Tomatico, c’è una vallata. È la vallata Feltrina. Punteggiata di campanili e di piccoli borghi, disseminata di ville, di campi e di boschi, è una conca verde tra le Alpi e le Prealpi. Feltre è il suo cuore.
Feltre è una piccola tormentata signora; il tempo e la storia le hanno dato innumerevoli dolori, e cicatrici che chi sa può ancora vedere. Quanti i figli che ha pianto, e quanti i figlie che hanno pianto per lei. che hanno pianto vagando tra le rovine, fra le sue ossa, le sue carni straziate, fra i suoi resti fumanti di roghi. Quanti i dolori!
E però Feltre ogni volta tornava. Come la Fenice sapeva tornare al suo posto.
E come una mamma cullava i suoi figli, e li cingeva con l’abbraccio protettivo delle sue mura. Dormite piccoli miei, veglio io su di voi, dormite tranquilli, che ho chiuso le porte, che ho le mura alte e ben guardate. Dormite che dalla torre veglio su di voi.
Feltre si allarga d’intorno timorosa, prudente, si spande in villaggi e frazioni, in case sparse e villette. E mostra orgogliosa le sue dimore più antiche, ma senza esagerare. Feltre è una piccola e graziosa signora.
Feltre sorge ai piedi delle Alpi, nel cuore del mondo. E nel cuore di Feltre c’è una collina, è la sua cittadella. Ha le mura sbrecciate, è l’antica rocca dei Reti, la città dei Romani, dei Longobardi, dei Franchi. È la roccaforte imperiale, baluardo contro il nemico. Città di frontiera, Feltre. Sulla cima si alza il castello turrito, sembra un padrone che guardi ai suoi campi. È il castello del re Alboino. La gran guardia delle montagne.
Feltre è una fortezza in assedio perenne. Assediata da nord dai feroci Alemanni, assediata da sud dai Romani voraci. Assediata dal suo passato non meno che dal futuro, resiste al suo tempo. Ha resistito agli eserciti invasori, ai barbari germani, ai Goti, ai Longobardi e ai Franchi. Ha resistito ai Trevigiani e ai Belumatti. E ai tedeschi e ai francesi. Ed è stata cento volte sconfitta e cento volte rifatta e ogni volta ha rialzato le mura per i nuovi nemici. Feltre è una fortezza in assedio perenne.
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