Il palio è tradizione
Innanzitutto,
il termine: per “tradizione” intendiamo in questo caso un uso, un’abitudine, un
comportamento rituale adottato, a volte per secoli, dai membri di un dato gruppo umano. Orbene,
il palio è una gara equestre e la gara equestre è una tra le attività rituali o ricreative più antiche della storia umana. È dunque una tradizione di gran parte delle comunità auroasiatiche e nordafricane.
Sbaglia
chi ritiene il palio essere solo una tradizione “medievale”: si tratta al contrario di una manifestazione dalle radici ben più vaste e più profonde, sia in senso
culturale che spazio-temporale.
Tralasciando
le età più antiche e l’uso dei cavalli in battaglia (da cui però conseguiva con tutta evidenza un'importanza straordinaria delle abilità connesse all’uso degli equini) già nella Roma
repubblicana e imperiale le corse equestri erano all'ordine del giorno. Si
tenevano, infatti, diverse feste che prevedevano una o più corse di cavalli:
tra queste i Consualia (21 agosto e 15 dicembre), feste dedicate al dio
Consus, (identificato da Livio come Nettuno Equestre); gli Equirria, (27
febbraio e 14 marzo) in onore di Marte, con corse equestri in Campo Marzio o,
in caso di straripamento del Tevere, sul Celio, e i Neptunalia (23
luglio) in onore di Nettuno, ai quali nel III secolo d.C. furono aggiunti i Ludi
Neptunales, sempre con corse di cavalli e naumachie. In quell’epoca i
Veneti erano considerati ottimi e celebrati cavalcatori e allevatori di equini.
Pare addirittura che lo stesso nome “venetus” avesse finito con l’indicare il
colore verdazzurro delle divise da gara indossate dai fantini provenienti dalla
Decima Regio.
cavaliere veneto antico
La
tradizione delle corse equestri continuò a Bisanzio presso il famosissimo
ippodromo, centro della vita sociale della Roma d’Oriente. Non molto
diversamente avveniva nelle altre città dell’impero, là dove, potendolo fare si allestivano ippodromi o altri spazi idonei alle corse. Né vi rinunciavano i centri minori
dov’era uso nelle zone campestri correre con i cavalli per celebrare le feste
maggiori.
Se la corsa dei cavalli non è di origine medievale è pur vero che nel medioevo la pratica dovette godere di una fortuna eccezionale, almeno vista l'indiscussa importanza attribuita in quei tempi alla cavalleria. Non privo d'importanza è poi il sopraggiungere dell’est di genti di antica e solida tradizione equestre.
Se per molti versi lo stile equestre medievale è meglio rappresentato dai tornei, o giostre dei cavalieri, bisogna ricordare che in Italia e nelle terre di maggiore e più antica urbanizzazione, questo "gioco" curtense era di considerato con estraneità dalla cultura cittadina e borghese; fu anzi addirittura avversato, per la sua futile violenza, non solo dai patrizi, ma anche dai principi e dai vescovi.
E dunque le terre più legate alla tradizione latina e maggiormente costellate di città, per la loro cultura borghese e mercantile, le terre d’Italia in particolare, continuarono a perpetuare la tradizione delle corse equestri, assai più pacifiche ed incruente rispetto alle giostre delle corti. Cosicché l’antico uso di correre coi cavalli alla maniera degli ippodromi, pur fondendosi con le nuove e più “barbariche” forme della cavalleria germanica, continuò ad esistere indisturbato.
Nell'autunno del medioevo, la cultura curtense si va spegnendo e quella urbana torna con prepotenza ad affermarsi in Europa. Il modello della città tardo-medievale si ispira vieppiù a quello della città classica, e no solo sotto il profilo urbanistico, ma anche e soprattutto culturale. Sono i prodromi del Rinascimento. Quando la stessa nobiltà feudale e cavalleresca finisce con l'urbanizzarsi e con l'assumere un carattere ormai cittadino, l'antico gioco della corsa equestre giunge a soppiantare del tutto il vecchio torneo cavalleresco, retaggio di una classe di milites ormai svanita.
Il palio, com’è oggi conosciuto, è dunque il frutto di un tempo che resta compreso tra l’epopea dei comuni italiani e il Rinascimento più maturo. Il palio di Ferrara, il più antico d'Italia ancor oggi giocato, risale alla seconda metà del XIII secolo, ma si sa che è “soprattutto tra gli anni ottanta del XV secolo e gli anni trenta del successivo,” che “si scatena la mania delle corse del palio, una competizione cui tutti i potentati del paese partecipano in un'autentica frenesia per accaparrarsi quel pezzo di stoffa - velluto, raso, broccato, damasco - che porta al vincitore onore e prestigio su ogni piazza d'Italia[1]. Lo dimostra, tra i tanti documenti, l'interessante Libro dei Palii di Francesco II Gonzaga, che raccoglie i meriti dei migliori animali della sua scuderia[2]. Vi si citano numerose corse cui partecipano, trionfanti, i campioni di casa Gonzaga.
Tra i palii del rinascimento spicca il famosissimo Palio di Siena, che fu corso nella forma attuale “alla Tonda” solo dalla fine del XVI inizi del XVII secolo. Ma anche il palio di Feltre si inserisce a pieno titolo, accettate le ragioni storiche che lo giustificano, nel quadro culturale dei palii del primo Rinascimento, ovvero nell’ambito del ritorno alla civiltà classica sul finire dell'evo di mezzo.
Il nome
Il termine “palio” deriva da pallium, un mantello o una sopravveste portata da oratori e filosofi nell'antica Grecia. Era costituito da un ampio lenzuolo, di lino o di lana, quadrato o rettangolare, fissato al collo o sulle spalle con una fibbia. Corrispondeva più o meno alla toga dei romani. In epoca romana il pallium era usato dagli attori che recitavano nelle rappresentazioni di argomento o ambientazione greci e che per queste erano dette palliatae. In antico e nel medioevo il termine poteva anche riferirsi indifferentemente a un mantello, una coperta da letto, un tendaggio o un arazzo. Nella chiesa il termine indica anche oggi uno specifico paramento dei patriarchi, dei vescovi metropoliti e del papa, si tratta in questo caso di una lunga sciarpa bianca rettangolare decorata con crocette nere, portata attorno al collo e pendente sul petto e sulla schiena. Il premio di un mantello o di una "pezza" di stoffa, un “pallio” appunto, un drappo di tessuto colorato, offerto al vincitore di una gara, indicò in epoca tardo medievale la gara.[1] "I cavalli dei
Gonzaga" di G. Malacarne; in "Medioevo" a. 9, n. 1, gen. 2005;
De Agostini-Rizzoli Periodici.
[2] Manoscritto illustrato del
primo decennio del Cinquecento. Proprietà privata, Milano.
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