venerdì 22 luglio 2022

Feltre nel XVI secolo

 

 

La città è facilmente individuabile. Nella valle sono soltanto due le città vere e proprie, dotate di un pieno governo e di una cattedrale. Tra la città e il contado vi è una netta separazione è una separazione concettuale che diventa visibile grazie alle mura. Il concetto è ben palesato dalle espressioni allora molto in uso di intra moenia (in città) ed extra moenia (fuori città). Gli abitanti che risiedono in città sono all'incirca 5-6000, in tutto il territorio circa 25-28000 abitanti.

Le mura sono il contenitore preciso della città. La cinta muraria ovviamente fa capire come anche nel XVI secolo la città non avesse il pieno controllo del territorio e come la necessita di difendersi fosse molto sentita e come si dovesse percepire il mondo esterno ostile e violento. I fatti danno ragione dei timori. Le mura del '500 sono concepite per resistere all'artiglieria, ma non sono neppure terminate nella parte a nord della città che rimane protetta dalla sola pendenza e dalle residue mura medievali a cortina, delle quali è difficile immaginare lo stato. 

I borghi tendono a confondere i confini estendendo alcune prerogative urbane verso la campagna e viceversa. Chiuse tra le mura straboccano con i borghi, sono la sede del potere e del privilegio dei nobili. La città è per lo più fatta di palazzi e case in muratura, molti dei quali sono ancora visibili. A Belluno molte case sono gotiche perché la guerra di Cambrais non ha distrutto così radicalmente la città, come invece è accaduto a Feltre.

Per le strade di Belluno e di Feltre si sente lo sferragliare dei fabbri e il vociare intenso di tanta gente assiepata. Si vive in forte contatto poiché le città sono piccole e dunque densamente popolate. I carri e i cavalli scorrono lungo le vie, lasciando odori intensi di fieno e di letame. Le botteghe sono aperte presso le piazze anche per comodità dei nobili e dei loro servi. Sono piccole e scure, aperte sulla strada con finestroni rettangolari, protetti da serramenti in legno a balcone che fungono anche da tettoia nei giorni di cattivo tempo. I mercanti più ricchi come Andrea Crico si dotano di una casa con i portici, ma si tratta di eccezioni, dato il clima rigido che suggerisce di tenere chiuso quanto più si può l'edificio. La casa del mercante è dotata di fontego, ossia di magazzino, e di bottega per la conservazione e la vendita delle merci, talora anche per la loro lavorazione. A Feltre esistono cererie, ceramisti, fabbri in quantità, falegnami, sarti, fornai, mugnai, lanaioli, dislocati ora dentro ora fuori dalle mura. Verdure pesce e carne sono probabilmente venduti prevalentemente alla piazza del mercato. 

Le fontane pubbliche servono l'acqua, in città come in campagna, ed che uso che siano i domestici o i bimbi a procurarla con secchi di rame. Le famiglie più abbienti hanno il pozzo in casa, nella propria corte.

La casa del nobile, piccola o grande che sia, tende ad essere simmetrica, affrescata con motivi classici. Dotata di spazi per la servitù. Il nobile bellunese e quello feltrino non sono, se non in rari casi, dei nobili d'alto rango. Tuttavia sono in contatto con l'aristocrazia veneziana e con quella imperiale. La loro occupazione è di mantenere e aumentare i privilegi sul popolo, di non lavorare, di fare la guerra, di controllare i propri possedimenti terrieri, di accasarsi bene.

 

 

Disgrazie e cantieri

Feltre dopo il 1510 è una desolazione che si trasforma in cantiere. Case private e palazzi pubblici in rifacimento, chiese diroccate, mura da rifare, tutto un lento ma vieppiù inesorabile fermento di ricostruzione. Recuperare, rifare, riparare sono le parole d'ordine del primo ventennio che segue il massacro e con esse si giunge agli anni trenta. Ancora negli anni quaranta si discute della posizione della cattedrale che secondo alcuni, vescovo compreso, doveva accedere  intra moenia. Ed è tutto un tramestio anche in piazza maggiore dove si edifica il Palazzo Novo, e se al palazzo dei nobili crolla il tetto, alla cattedrale crolla invece la facciata. Poi ci sono le fontane, le strade, la macerie da portar via coi carri… Insomma non una città, ma un cantiere!

Un cantiere più grande di quel che si sarebbe potuto vedere. Perché anche l'animo, fin nel suo profondo è devastato. C'è un'umanità da ricostruire! Identità incrinate da riparare, relazioni sociali e amicali da allacciare con i nuovi arrivati, da riparare con i vecchi traumatizzati, memorie da cancellare o da conservare, lutti da rielaborare. Ogni persona un cantiere, per ricostruire la propria dimensione umana, un cantiere intrapsichico, per riaversi da una tragedia di immani proporzioni.

Effervescenza di rinnovamento o malinconia da restauro? credo entrambi, ora l'una ora l'altra, in un terribile mix, una sindrome da sopravvissuti al massacro. Intanto la vita non poteva che continuare col suo tran tran….

Certo, ma l'imprinting al secolo è ormai dato.

 

Studi

Si compiono studi a Padova presso l'Università. Anche i meno forniti di beni economici talora, se dotati di ingegno, posso assurgere alle vette del sapere e della fama: il Rosso da Feltre è un esempio. Nicolò Causonio studiò a Padova con tanto successo da divenire appunto un dotto assai rinomato

 

La peste

1530 a Belluno

1575-76 a Trento, Verona, Padova, Mantova, Venezia, Vicenza, Milano, Brescia.

Feltre non è intaccata, ma il Trentino è in parte diocesi di Feltre. Qua e là il contado dei tre distretti è contaminato e vi sono dei morti. La peste del '75 si diffonde da Trento verso Verona dove muore un quinto degli abitanti, a Mantova, a Venezia che tra il '75 e il '77 perde 51000 persone (27%). Vicenza con 1908 morti, Milano con 17.329, Brescia con 20.000 morti.

La peste è una costante nella vita della gente. Non è mai dimenticata ma è spesso taciuta, evitata e rimossa col pensiero.

La peste condiziona nel senso che tiene sveglio il senso di precarietà della vita e fa pensare ad un investimento nella discendenza. 

 

La morte

Si pensa alla morte al punto da provvedere alla propria sepoltura fin da giovani. La famiglia nobile si preoccupa di avere in chiesa la propria tomba in una cappella di cui vuole lo iurispatronato. Un luogo importante per la morte è l'antica chiesa di Ognissanti che conserva nel titolo nella collocazione e nel residuo anche se non antico altare delle anime purganti le tracce della sua antica funzione di basilica cimiteriale. Presso la chiesa di Santo Stefano, la confraternita della morte eseguiva preghiere e messe per i defunti su commissione sia privata che pubblica. Il Maggior Consiglio infatti aveva il patronato sulla cappella e curava che l'attività di suffragio vi fosse costantemente tenuta.

I popolani sono sepolti presso le chiese nei cimiteri posti entro le mura cittadine e nel centro del paese. A Belluno la piazza del duomo è costituita dal cimitero e così attorno alla cattedrale di Feltre. La morte e il morire sono un fatto vicino e quotidiano. Si muore in casa ma solo se si ha parenti o amici che ospitano, altrimenti si muore negli ospitali, a Santa Maria del Prato, a Ognissanti, a San Paolo. Si muore per malattia, per guerra, per vecchiaia, per incidente sul lavoro. I morti sono sepolti in condizioni di gran promiscuità con i vivi, le chiese sono cimiteri dentro e fuori e gli odori dei cadaveri emanano dalle lastre tombali. La cattedrale è praticamente circondata dal cimitero, ma le tombe non mancano neppure nel cuore stesso della città, presso la chiesa di Santo Stefano. Il senso della morte è molto diverso da oggi. Del resto nel 1510 l'eccidio doveva aver lasciato, come molti altri drammatici eventi una indelebile impronta emotiva nei sopravvissuti. 

Le pievi sono dotate di cimitero, a volte è un semplice giardino che attornia la chiesa, senza neppure croci o segnacoli, come nel caso di Cesio.

 

 

Le feste

Festa è principalmente intesa come festa sacra. Tuttavia, non mancano gli aspetti o pagani o più semplicemente materialisti. Festa è la Pasqua. Feste sono le ricorrenze dei vari santi, tra i quali spiccano i Santi Vittore e Corona. San Vito, se si tiene fede agli statuti cittadini (il palio), san Giacomo, ecc. per San Bartolomeo si tiene una fiera, così per san Vittore… Poi vi è il carnevale. A Belluno la festa con la corsa dei tori e un palio e le feste patronali tra le quali spicca la Festa di San Martino.

In caso di feste religiose, più che il clero, è una complessa liturgia, ormai quasi barocca, fatta di gesti e di consuetudini secolari che conduce la regia degli eventi. Le feste civili sono sempre sacralizzate. Non vi è una precisa distinzione (moderna) tra sacro e profano, cosicché fatti ed eventi di carattere politico (legati al governo veneto o al suo podestà) o più schiettamente popolari, sono connotati dal sentimento e dalla ritualità religiosi. Anche la sconfitta dei nemici, come i turchi può dar luogo nella città a feste più o meno spontanee. In tal caso si mescolano elementi religiosi e laici. Un solenne Te Deum accompagna spesso i momenti felici della comunità, anche quando sono felici solo per modo di dire. Al contrario il libera nos precede le catastrofi, o le evita.

La fiera è l'occasione per il grande mercato annuale. Prodotti che non sempre sono reperibili con gran facilità sono esposti e venduti: bestie, attrezzi, granaglie e così via… si aspetta la fiera per "incontrare" e i produttori e venditori della campagna meno vicina e di altre città. giungono dalle ville e dalle pievi. Molti contadini e l'animazione diventa memorabile. Probabilmente il controllo si faceva più scrupoloso su merci, prodotti e persone. Molti miserabili approfittavano della ressa per elemosinare e i malfattori per derubare.

 

 

I nobili

I nobili sono cittadini o campagnoli?

La società è divisa in tre ordini: nobili (cittadini del consiglio), cittadini (cittadini del popolo), cui vanno aggiunti gli ecclesiastici e i villani. [C.V. III, p. 129]. Vi sono numerosi tentativi della plebe di avere più voce nella cosa pubblica. Due sono i tipi di origine nobiliari: uno patrizio ed uno comunemente detto feudale. Il primo è tipicamente cittadino, si tratta dei discendenti dei patres o fondatori della patria (città patria). Il secondo in realtà sarebbe meglio definito come vassallatico-militare. Si tratta allora dei discendenti dei conquistatori germanici e dei milites che furono naturalmente associati alla loro signoria terriera sia feudale che allodiale. Nel Cinquecento la distinzione sembra avere ormai poca importanza, ma durante il secolo precedente vi furono manovre consistenti della repubblica di Venezia affinché i nobili di origine vassallatica si trasformassero de facto in cittadini. Sono loro e i preti che portano con la loro presenza la città campagna e viceversa.

 

La campagna

I villaggi sono fatti di corti. Ogni corte è un caseggiato autonomo, chiuso in se stesso come un castello rurale, legato spesso a qualche padrone terriero. Il centro dei villaggi principali è costituito sempre meno da case in paglia e di legno, e comincia, specie nelle zone più frequentate dai mercanti, ad avere case in pietra e addirittura palazzetti.

I borghi sono abitati dai mercanti e dagli artigiani, nonché da liberi professionisti tra i quali notai e medici. Ma anche la città vede le stesse categorie pur essendo molto più abitata da nobili. Il paesaggio campestre è costellato di campi, chiesette, ville padronali. Si vedono inoltre i ruderi dei castelli che la Serenissima ha voluto fossero abbattuti. I nobili in campagna occupano le loro dimore che sono, ancora, piuttosto sobrie ed eleganti, delle fattezze di case di campagna con portici eleganti, ma funzionali com'è ad Arten, o ai Lusa, lontane dei fasti dei due secoli successivi.

Boscaioli, pastori e allevatori, ma soprattutto agricoltori popolano le campagne.  Sono poveri, contadini nelle zone più impervie e coloni in quelle più appetibili dai nobili, nel fondovalle e in zona soliva. Vivono spesso in condizioni di indigenza, che le carestie rendono drammatica. Le famiglie sono numerose e il gruppo del villaggio tende a prevalere sulla famiglia.

 

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