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La città è
facilmente individuabile. Nella valle sono soltanto due le città vere e
proprie, dotate di un pieno governo e di una cattedrale. Tra la città e il contado vi è una netta separazione è una separazione concettuale
che diventa visibile grazie alle mura. Il concetto è ben palesato dalle
espressioni allora molto in uso di intra
moenia (in città) ed extra moenia
(fuori città). Gli abitanti che risiedono in città sono all'incirca 5-6000,
in tutto il territorio circa 25-28000 abitanti. Le mura sono il
contenitore preciso della città. La cinta muraria ovviamente fa capire come
anche nel XVI secolo la città non avesse il pieno controllo del territorio e
come la necessita di difendersi fosse molto sentita e come si dovesse
percepire il mondo esterno ostile e violento. I fatti danno ragione dei
timori. Le mura del '500 sono concepite per resistere all'artiglieria, ma non
sono neppure terminate nella parte a nord della città che rimane protetta
dalla sola pendenza e dalle residue mura medievali a cortina, delle quali è
difficile immaginare lo stato. I borghi
tendono a confondere i confini estendendo alcune prerogative urbane verso la
campagna e viceversa. Chiuse tra le mura straboccano con i borghi, sono la
sede del potere e del privilegio dei nobili. La città è per lo più fatta di
palazzi e case in muratura, molti dei quali sono ancora visibili. A Belluno
molte case sono gotiche perché la guerra di Cambrais non ha distrutto così
radicalmente la città, come invece è accaduto a Feltre. Per le strade di
Belluno e di Feltre si sente lo sferragliare dei fabbri e il vociare intenso
di tanta gente assiepata. Si vive in forte contatto poiché le città sono
piccole e dunque densamente popolate. I carri e i cavalli scorrono lungo le
vie, lasciando odori intensi di fieno e di letame. Le botteghe sono aperte
presso le piazze anche per comodità dei nobili e dei loro servi. Sono piccole
e scure, aperte sulla strada con finestroni rettangolari, protetti da
serramenti in legno a balcone che fungono anche da tettoia nei giorni di
cattivo tempo. I mercanti più ricchi come Andrea Crico si dotano di una casa
con i portici, ma si tratta di eccezioni, dato il clima rigido che suggerisce
di tenere chiuso quanto più si può l'edificio. La casa del mercante è dotata
di fontego, ossia di magazzino, e
di bottega per la conservazione e la vendita delle merci, talora anche per la
loro lavorazione. A Feltre esistono cererie, ceramisti, fabbri in quantità,
falegnami, sarti, fornai, mugnai, lanaioli, dislocati ora dentro ora fuori
dalle mura. Verdure pesce e carne sono probabilmente venduti prevalentemente
alla piazza del mercato. Le fontane
pubbliche servono l'acqua, in città come in campagna, ed che uso che siano i
domestici o i bimbi a procurarla con secchi di rame. Le famiglie più abbienti
hanno il pozzo in casa, nella propria corte. La casa del nobile, piccola o grande che sia, tende ad
essere simmetrica, affrescata con motivi classici. Dotata di spazi per la
servitù. Il nobile bellunese e quello feltrino non sono, se non in rari casi,
dei nobili d'alto rango. Tuttavia sono in contatto con l'aristocrazia
veneziana e con quella imperiale. La loro occupazione è di mantenere e
aumentare i privilegi sul popolo, di non lavorare, di fare la guerra, di
controllare i propri possedimenti terrieri, di accasarsi bene. |
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Disgrazie e
cantieri |
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Feltre dopo il 1510 è una desolazione che si trasforma in
cantiere. Case private e palazzi pubblici in rifacimento, chiese diroccate,
mura da rifare, tutto un lento ma vieppiù inesorabile fermento di ricostruzione.
Recuperare, rifare, riparare sono le parole d'ordine del primo ventennio che
segue il massacro e con esse si giunge agli anni trenta. Ancora negli anni
quaranta si discute della posizione della cattedrale che secondo alcuni,
vescovo compreso, doveva accedere intra moenia. Ed è tutto un tramestio
anche in piazza maggiore dove si edifica il Palazzo Novo, e se al palazzo dei
nobili crolla il tetto, alla cattedrale crolla invece la facciata. Poi ci
sono le fontane, le strade, la macerie da portar via coi carri… Insomma non
una città, ma un cantiere! Un cantiere più grande di quel che si sarebbe potuto
vedere. Perché anche l'animo, fin nel suo profondo è devastato. C'è
un'umanità da ricostruire! Identità incrinate da riparare, relazioni sociali
e amicali da allacciare con i nuovi arrivati, da riparare con i vecchi
traumatizzati, memorie da cancellare o da conservare, lutti da rielaborare.
Ogni persona un cantiere, per ricostruire la propria dimensione umana, un
cantiere intrapsichico, per riaversi da una tragedia di immani proporzioni. Effervescenza di rinnovamento o malinconia da restauro?
credo entrambi, ora l'una ora l'altra, in un terribile mix, una sindrome da sopravvissuti al massacro.
Intanto la vita non poteva che continuare col suo tran tran…. Certo, ma l'imprinting al secolo è ormai dato. |
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Studi |
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Si compiono studi a Padova presso l'Università. Anche i
meno forniti di beni economici talora, se dotati di ingegno, posso assurgere
alle vette del sapere e della fama: il Rosso da Feltre è un esempio. Nicolò
Causonio studiò a Padova con tanto successo da divenire appunto un dotto
assai rinomato |
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La peste |
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1530 a Belluno 1575-76 a Trento, Verona, Padova, Mantova, Venezia,
Vicenza, Milano, Brescia. Feltre non è intaccata, ma il Trentino è in parte diocesi
di Feltre. Qua e là il contado dei tre distretti è contaminato e vi sono dei
morti. La peste del '75 si diffonde da Trento verso Verona dove muore un
quinto degli abitanti, a Mantova, a Venezia che tra il '75 e il '77 perde
51000 persone (27%). Vicenza con 1908 morti, Milano con 17.329, Brescia con
20.000 morti. La peste è una costante nella vita della gente. Non è mai
dimenticata ma è spesso taciuta, evitata e rimossa col pensiero. La peste condiziona nel senso che tiene sveglio il senso
di precarietà della vita e fa pensare ad un investimento nella
discendenza. |
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La morte |
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Si pensa alla morte al punto da provvedere alla propria
sepoltura fin da giovani. La famiglia nobile si preoccupa di avere in chiesa
la propria tomba in una cappella di cui vuole lo iurispatronato. Un luogo
importante per la morte è l'antica chiesa di Ognissanti che conserva nel
titolo nella collocazione e nel residuo anche se non antico altare delle
anime purganti le tracce della sua antica funzione di basilica cimiteriale.
Presso la chiesa di Santo Stefano, la confraternita della morte eseguiva
preghiere e messe per i defunti su commissione sia privata che pubblica. Il
Maggior Consiglio infatti aveva il patronato sulla cappella e curava che
l'attività di suffragio vi fosse costantemente tenuta. I popolani sono sepolti presso le chiese nei cimiteri
posti entro le mura cittadine e nel centro del paese. A Belluno la piazza del
duomo è costituita dal cimitero e così attorno alla cattedrale di Feltre. La
morte e il morire sono un fatto vicino e quotidiano. Si muore in casa ma solo
se si ha parenti o amici che ospitano, altrimenti si muore negli ospitali, a
Santa Maria del Prato, a Ognissanti, a San Paolo. Si muore per malattia, per
guerra, per vecchiaia, per incidente sul lavoro. I morti sono sepolti in
condizioni di gran promiscuità con i vivi, le chiese sono cimiteri dentro e
fuori e gli odori dei cadaveri emanano dalle lastre tombali. La cattedrale è
praticamente circondata dal cimitero, ma le tombe non mancano neppure nel
cuore stesso della città, presso la chiesa di Santo Stefano. Il senso della
morte è molto diverso da oggi. Del resto nel 1510 l'eccidio doveva aver
lasciato, come molti altri drammatici eventi una indelebile impronta emotiva
nei sopravvissuti. Le pievi sono dotate di cimitero, a volte è un semplice
giardino che attornia la chiesa, senza neppure croci o segnacoli, come nel
caso di Cesio. |
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Le feste |
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Festa è principalmente intesa come festa sacra. Tuttavia,
non mancano gli aspetti o pagani o più semplicemente materialisti. Festa è la
Pasqua. Feste sono le ricorrenze dei vari santi, tra i quali spiccano i Santi Vittore e Corona. San Vito, se
si tiene fede agli statuti cittadini (il palio), san Giacomo, ecc. per San
Bartolomeo si tiene una fiera, così per san Vittore… Poi vi è il carnevale. A
Belluno la festa con la corsa dei tori e un palio e le feste patronali tra le
quali spicca la Festa di San Martino. In caso di feste religiose, più che il clero, è una
complessa liturgia, ormai quasi barocca, fatta di gesti e di consuetudini
secolari che conduce la regia degli eventi. Le feste civili sono sempre
sacralizzate. Non vi è una precisa distinzione (moderna) tra sacro e profano,
cosicché fatti ed eventi di carattere politico (legati al governo veneto o al
suo podestà) o più schiettamente popolari, sono connotati dal sentimento e
dalla ritualità religiosi. Anche la sconfitta dei nemici, come i turchi può
dar luogo nella città a feste più o meno spontanee. In tal caso si mescolano
elementi religiosi e laici. Un solenne Te
Deum accompagna spesso i momenti felici della comunità, anche quando sono
felici solo per modo di dire. Al contrario il libera nos precede le catastrofi, o le evita. La fiera è l'occasione per il grande mercato annuale.
Prodotti che non sempre sono reperibili con gran facilità sono esposti e
venduti: bestie, attrezzi, granaglie e così via… si aspetta la fiera per
"incontrare" e i produttori e venditori della campagna meno vicina
e di altre città. giungono dalle ville e dalle pievi. Molti contadini e
l'animazione diventa memorabile. Probabilmente il controllo si faceva più
scrupoloso su merci, prodotti e persone. Molti miserabili approfittavano
della ressa per elemosinare e i malfattori per derubare. |
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I nobili |
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I nobili sono cittadini o campagnoli? La società è divisa in tre ordini: nobili (cittadini del
consiglio), cittadini (cittadini del popolo), cui vanno aggiunti gli
ecclesiastici e i villani. [C.V. III, p. 129]. Vi sono numerosi tentativi
della plebe di avere più voce nella cosa pubblica. Due sono i tipi di origine
nobiliari: uno patrizio ed uno
comunemente detto feudale. Il primo
è tipicamente cittadino, si tratta dei discendenti dei patres o fondatori
della patria (città patria). Il secondo in realtà sarebbe meglio definito
come vassallatico-militare. Si
tratta allora dei discendenti dei conquistatori germanici e dei milites che
furono naturalmente associati alla loro signoria terriera sia feudale che
allodiale. Nel Cinquecento la distinzione sembra avere ormai poca importanza,
ma durante il secolo precedente vi furono manovre consistenti della
repubblica di Venezia affinché i nobili di origine vassallatica si
trasformassero de facto in cittadini. Sono loro e i preti che portano con la
loro presenza la città campagna e viceversa. |
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La campagna |
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I villaggi sono fatti di corti. Ogni corte è un caseggiato
autonomo, chiuso in se stesso come un castello rurale, legato spesso a
qualche padrone terriero. Il centro dei villaggi principali è costituito
sempre meno da case in paglia e di legno, e comincia, specie nelle zone più
frequentate dai mercanti, ad avere case in pietra e addirittura palazzetti. I borghi sono abitati dai mercanti e dagli artigiani,
nonché da liberi professionisti tra i quali notai e medici. Ma anche la città
vede le stesse categorie pur essendo molto più abitata da nobili. Il
paesaggio campestre è costellato di campi, chiesette, ville padronali. Si
vedono inoltre i ruderi dei castelli che la Serenissima ha voluto fossero
abbattuti. I nobili in campagna occupano le loro dimore che sono, ancora,
piuttosto sobrie ed eleganti, delle fattezze di case di campagna con portici
eleganti, ma funzionali com'è ad Arten, o ai Lusa, lontane dei fasti dei due
secoli successivi. Boscaioli, pastori e allevatori, ma soprattutto
agricoltori popolano le campagne. Sono
poveri, contadini nelle zone più impervie e coloni in quelle più appetibili
dai nobili, nel fondovalle e in zona soliva. Vivono spesso in condizioni di
indigenza, che le carestie rendono drammatica. Le famiglie sono numerose e il
gruppo del villaggio tende a prevalere sulla famiglia. |
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