Il
Palio di Feltre
la storia
Il pregresso trecentesco
Il 1363 i feltrini si sottomettono alla signoria di
Francesco Da Carrara, vicario, capitano e signore della città e del distretto
di Padova pro Sacro Romano Imperio.
Il periodo della signoria carrarese è funestato da numerose vicende di guerra
che, con i Da Carrara, coinvolgono i duchi d'Austria e la Repubblica Veneziana.
Il carrarese, impegnato nella guerra contro i veneziani, finisce col cedere
Feltre e Belluno ai duchi d'Austria, suo prezioso alleato, in cambio di
sostegno militare. Più volte i veneziani e il Carrarese tentano di occupare e
di acquistare al loro dominio le città di Feltre e di Belluno, cosicché i
mercenari dei due potentati compiono alterne incursioni e saccheggi nel
Feltrino, giungendo ad incendiare i borghi della città. Il continuo intervento
di Leopoldo d'Austria preserva le città di Feltre e di Belluno da questi primi
tentativi di espansione veneziana verso le alpi. Tuttavia nel 1386 il duca cede
Feltre al Carrarese per 60.000 ducati.
Nel 1388 però una lega tra il Visconti e i veneziani
conduce alla dissoluzione della signoria carrarese e Feltre passa rapidamente
ai milanesi. In questa occasione è registrata nel libro III degli Statuti
Cittadini di Feltre una disposizione circa la celebrazione del nuovo dominio.
Dev'essere resa solenne la festività di sant'Ambrogio quae fuit in septimo die mensis
decembris, die 1388,…nel quale la città si diede al dominio Visconteo. Il
testo normativo decreta una solenne processione di tutti gli ordini della
città, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di
Ognissanti e che siano portate candele e solenni oblazioni, e conclude: Et in dicto die ponatur pallium ducatorum
quindecim auri ad quod curratur equestre[1]. È il primo accenno normativo circa il palio
di Feltre.
Il palio del Quattrocento
Nel 1402, tuttavia, il Visconti muore. Prontamente il
carrarese Francesco Novello chiede alla vedova del duca di Milano la
restituzione di Feltre. I feltrini, timorosi di essere ripresi dal Da Carrara,
implorano aiuti dalla duchessa che, non essendo in grado di sostenere
l'impegno, si limita a sciogliere la città dal giuramento di fedeltà
lasciandola libera di autogovernarsi.
Il carrarese muove guerra alla signoria dei Visconti e la
duchessa inviando ai veneziani i suoi ambasciatori, tra i quali il nuovo
vescovo di Feltre Enrico Scarampi, ne chiede l'aiuto. Promette in dono alla
Serenissima le città di Feltre e di Belluno, ma l'ambasceria non ha esito
positivo. I vicentini assediati dai Carraresi e privati dell'aiuto di Milano
risolvono di offrire la loro città alla Repubblica. I veneziani accettano,
soccorrono Vicenza e la guerra con i Da Carrara si fa inevitabile. Mentre,
confederati con i Gonzaga di Mantova, i veneziani ottengono le prime vittorie
sui Da Carrara, nel 1404, i bellunesi ed i feltrini offrono il dominio della
propria città alla repubblica.
Ancora una volta gli statuti feltrini registrano una
disposizione concernente la memoria del fatto. Con una formula, identica a
quella usata per il dominio visconteo, è decretato che "ogni anno a venire
sia celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del
1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne
processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e
religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti con l'offerta di
candele e di solenni oblazioni". Anche stavolta: Et in dicta die ponatur unum bravium ducatorum quindecim auri ad quod
curratur equester[2].
Circa l'evento storico
Il palio di Feltre ha dunque due cenni normativi antichi
documentati, il primo dei quali risale alla fine del Trecento. È un periodo
infelice per Feltre, quello in cui avvengono i fatti che sono all'origine della
celebrazione. Nel corso del Trecento il vescovado e la città di Feltre avevano
perduto l'autorità temporale prima sul Primiero e poi sulla Valsugana. La
signoria dei vescovi feltrini era stata gradualmente cancellata, a favore dei
capitani, dei nobili cittadini e soprattutto dei signori di altre città. I
cittadini, eredi di una situazione di continue dipendenze, di lotte e di
patimenti, timorosi dell'avvento di una nuova signoria carrarese, venendo meno
la protezione viscontea, non seppero far altro, come i vicentini, che offrire
la propria città al dominio della repubblica di San Marco.
Sappiamo in realtà che quest'atto di spontanea dedizione
fu effimero: già nel 1411 i feltrini cedevano alle armi di Sigismondo
d'Ungheria e si davano al suo dominio, e in modo del tutto analogo, umilmente
si sottomettevano nel 1420 al dominio veneto che, sempre con le armi, li aveva
conquistati. Questo non fa che confermare la terribile fragilità dei popoli
della marca in quei secoli.
Con la sua entrata nella Repubblica, Feltre cessava
definitivamente[3]
di appartenere al Sacro Romano Impero, dando così un taglio netto col suo
passato. Nell'identità feltrese diminuiva la componente alpina e mitteleuropea e
aumentava quella veneta - veneziana..
Circa la storicità della manifestazione
I sopraccennati documenti che testimoniano del palio di
Feltre, non ne descrivono lo svolgimento né assicurano che sia stato mai
effettivamente corso; pongono invece la gara al margine della festa vera e
propria che è costituita piuttosto dalla solenne processione e dalla messa.
D'altra parte una gara equestre[4] era una manifestazione
tanto comune a quel tempo che il bisogno di darne particolare documentazione
doveva essere minimo.
La reiterazione della formula nell'atto statutario fa
tuttavia ritenere che l'evento fosse cosa stabile, e quindi avesse
effettivamente e normalmente luogo. Un accenno indiretto circa il palio forse
esiste ancora in un'epoca più recente. Nel 1797, con i repubblicani francesi
che avevano in possesso la città, si
abolirono le feste che ricordavano la spontanea dedizione di Feltre alla
repubblica Veneta…[5] A quali feste si riferiva
lo storico se non a quelle accennate dagli antichi statuti, solo allora
soppressi? Anche se di ciò non vi è certezza, il palio poteva essere stato
abolito proprio in quell'occasione.
Il palio del Novecento
Nel 1979 in occasione di un centenario del Vittorino da
Feltre, fu deciso di ripristinare l'antica manifestazione.
L'anno seguente la rievocazione della donazione di Feltre
a Venezia iniziava realmente i suoi primi passi. Nonostante non vi fossero
indicazioni storiche di alcun tipo circa i protagonisti della gara, fu deciso
di far concorrere dei quartieri[6]. Furono dunque organizzati
quattro Quartieri cui si attribuì un'araldica, furono confezionati stendardi e
costumi. Fu creata una serie di gare che, oltre alla corsa equestre, doveva
comprendere anche una gara di tiro con l'arco, il tiro con la fune, la
staffetta e il tiro con gli anelli.
La mancanza di un percorso di gara, costrinse però in
molti degli anni successivi a sospendere la corsa dei cavalli, ripresa solo in
tempi più recenti e fortunati. Il palio era costituito in origine da un drappo
rosso sul quale stavano simbolicamente cuciti quindici ducati dorati. A questo
più tardi fu aggiunto un drappo dipinto da un artista. Drappo che rimane di
proprietà del Quartiere vincitore.
In venticinque anni di vita, il Palio è stato
"aggiustato" da più e più regie diverse succedutesi nel tempo.
Arricchendosi di numerosi elementi, più o meno utili, più o meno eleganti.
Enrico Scarampi
Nel 1398 il duca di Milano aveva imposto ai feltrini,
quale loro vescovo, un suo consigliere, il monaco benedettino Giovanni
Capogallo di Viterbo o di Orvieto. Il Capogallo era però giunto in città
soltanto nel 1400, al termine di un'epidemia di peste.
Morto nel 1402 il duca di Milano, nel 1404 i nobili e il
popolo di Feltre sono "liberi" di assoggettarsi nuovamente.
Nel 1404, mentre il Capogallo aveva ottenuto il
trasferimento nella più sicura e soddisfacente città di Novara, a Feltre era
stato anzitempo destinato dallo stesso Visconti un nobile astigiano, tale
Enrico Scarampi. Uomo di grandi capacità, principe e consigliere del sacro
Romano Impero, lo Scarampi è dotato di senso politico ed è introdotto nelle
questioni dell’impero e del papato. Tuttavia la situazione che incontra a
Feltre nel 1406, quando finalmente rassegnato entra nelle sue chiese, è per lui
assai penosa. La città, dandosi stavolta alla repubblica dei veneziani, è ormai
uscita dall’impero.
Venezia, che è da sempre bizantina, marittima e
mercantile, è profondamente estranea al sistema imperiale, vassallatico e
feudale. Venezia tratta con le città e non più con le chiese. Sono le città,
ovvero i cives, che si costituiscono vassalli di una "dominante". In
tal modo scompare in modo più che definitivo l'idea stessa del comitato
vescovile feltrino. Quando, nel 1420 il Feltrino è ripreso con le armi dai
veneziani, si ha la conferma del destino "veneto" di Feltre e di
Belluno e l’infrangersi di ogni speranza imperiale e vescovile.
Feltre perde ogni speranza di recuperare le terre di
Valsugana e di Primiero, e diventa un piccolo distretto della serenissima
Repubblica. In quel periodo anche Aquileia cade sotto il dominio veneziano: si
conclude così anche ufficialmente, il potere temporale dei vescovi e dei
patriarchi, che conservano tuttavia quello spirituale.
Venezia e la marca
veneta
Per lunghi secoli, fin dall'età dei longobardi, la Laguna
veneta e la città che da essa si era formata, erano state un mondo a parte,
estraneo alla vita della marca. Venezia era un pezzo di Bisanzio adagiato
presso le coste venete, Oriente in tutto, tranne che nella collocazione
geografica. Mentre la terraferma aveva vissuto le vicende del continente,
subendole o partecipandovi con protagonismo, la laguna si era estraniata,
mantenendo con l'Europa un rapporto quasi esclusivamente commerciale.
Il Trecento, il
secolo degli scismi papali, il secolo
del grande terremoto, il secolo della
grande peste, il secolo delle
signorie e dei conflitti crudi e diffusi, si concludeva anche per Venezia
in modo poco sereno. La marca, per i veneziani l'entroterra, punto di mercato e
di snodo delle merci dirette in Europa era un luogo turbolento, soggetto a
signorie dinamiche e aggressive, a potentati di grande calibro quali l'impero,
il regno di Francia e il papato.
Venezia, sempre più isolata, si rende conto di non contare
nulla sullo scacchiere italiano. Per la Repubblica diventa necessario dunque
mutare i rapporti politici nel continente ed inserirsi con peso ed autorità nelle
questioni italiane. Ciò permetterà alla città di controllare il proprio mercato
interno e di difendere la prorpia economia com maggior garanzia di successo.
Dal Trecento al tardo Quattrocento la politica
continentale di Venezia si fa oltremodo aggressiva, fino alla reazione dura e
implacabile del 1509 ovvero della Guerra di Cambrai. La città lagunare tra il
1403 e il 1420 acquistò un vasto territorio nell'entroterra. Nel 1404 si
dettero a Venezia sia Feltre che Belluno.
Venezia sa dunque approfittare dei numerosi conflitti che
tormentano la marca, della morte del Visconti, dell'impopolarità dei Carraresi,
per imporre il proprio dominio. Per far ciò fa uso oltre che dell'esercito,
anche di una sottile diplomazia, convincendo i cittadini, in particolare i mercanti,
dei vantaggi che avrebbero tratto per la loro città in caso di sottomissione
alla Repubblica.
In effetti, il dominio veneziano fu incentrato sui centri
urbani e sul ceto cittadino, ne furono svantaggiati i nobili feudali e le
campagne, che dovettero assoggettarsi ancor più alla città e mutare di natura.
Segno di tale politica fu la distruzione dei castelli privati e la
fortificazione della città.
il pallio
Il termine deriva da pallium.
Si trattava di un mantello, una sopravveste portata da oratori e filosofi
nell'antica Grecia. Era costituito da un ampio lenzuolo, di lino o di lana,
quadrato o rettangolare, fissato al collo o sulle spalle con una fibbia.
Corrispondeva più o meno alla toga
dei romani.
In epoca romana il pallium
era usato dagli attori che recitavano nelle rappresentazioni di argomento o
ambientazione greci e che per queste erano dette palliatae. Nella chiesa il termine indica un paramento specifico
dei patriarchi, dei vescovi metropoliti e del papa, si tratta in questo caso di
una lunga sciarpa bianca rettangolare decorata con crocette nere, portata
attorno al collo e pendente sul petto e sulla schiena.
In antico e nel medioevo il termine indicava
indifferentemente un mantello, una coperta da letto, un tendaggio o un arazzo.
Il premio di un mantello o di una "pezza" di stoffa, un pallio
appunto, un drappo di tessuto colorato, offerto al vincitore di una gara,
indicò in epoca tardo medievale la gara[7].
I
quartieri DEL PALIO
Nel
medioevo la città fu divisa in quattro parti poste ciascuna sotto il patronato
di una famiglia. Nascevano così i quartieri di Port’Oria, Santo Stefano, Duomo
e Castello ai quali gli statuti cittadini del Cinquecento davano forma
giuridica moderna e definizione geografica[8]. Aboliti nel periodo
napoleonico, i quartieri sono rinati con il palio riassumendo i vecchi nomi, ma
rinnovando spirito e funzione. I cittadini dei quartieri rappresentano l'anima
e il corpo del Palio moderno. Studiano e confezionano gli abiti, ricercano e
allenano i campioni: gli atleti, gli arcieri e i fantini, allestiscono
l’occorrente per i cortei, le gare e le cene.
Port’Oria
Il nome deriva dalla porta cittadina
orientale. Da Port’Oria a Porta Pusterla il quartiere si estende a sud-est
della città e, con il Borgo Ruga e le contrade di Semeda e Tortesen e
dell'antico Ospitale di San Paolo, comprende le “ville” di Anzù, Cellarda,
Nemeggio, Pont, Villapaiera, Canal e Sanzan.
L’insegna araldica: arma d’oro all’aquila bicipite nera. Dovrebbe trattarsi dell'arma
dell'antica famiglia feltrina degli Aviano,. Di sicuro ricorda gli stemmi
imperiali.
Duomo
Il nome indica che nel quartiere si
trova la mole dell'antica cattedrale d'origine paleocristiana. Esso comprende
la zona sud occidentale della città, da Porta Pusterla a Porta Imperiale con il
borgo della Cattedrale, le contrade di Sant'Avvocato (via Garibaldi) e delle
Tezze, le “ville” di Mugnai, Tomo e Villaga.
L’insegna araldica: arma d’azzurro alla fascia d’oro caricata in capo d’una stella ad otto
punte dello stesso e in punta di tre bande pure d’oro. È lo stemma
dell'antica famiglia dei Bellati. I Bellati possedevano numerose case in città
e nelle campagne del Feltrino e del Trevisano. Il loro palazzo più noto si
trova in via Mezzaterra ed è caratterizzato dalla suggestiva facciata a prua di
nave che costituisce forse l'elemento più notevole della sinuosa via che
conduce alla piazza.
Castello
Comprende il Castello di Alboino e la parte nord orientale della città, con i
borghi di Ognissanti e dell'Uniera e le “ville” di Arson, Cart, Lasen, Umin,
Grum, Vellai, Vignui, Villabruna e Zermen.
L’insegna araldica: arma d’azzurro al leone d’oro. Lo stemma del castello è quello
della nobile famiglia dei Gazzi che abitava le case porticate che chiudono ad
oriente la piazza maggiore.
Santo
Stefano
Il nome deriva dalla bella ed antica (e
oggi purtroppo scomparsa) chiesa di Santo Stefano che sorgeva verso sera in
Piazza Maggiore. Si espande nella parte nord occidentale della città e
comprende le “ville” di Foen, Lamen e Pren.
L’insegna araldica: arma di rosso al corno da caccia d’oro. Il palazzo dei nobili Dal
Corno, che hanno dato lo stemma al quartiere, sorgeva ancora nel secolo scorso
a metà di via Mezzaterra, sul lato nord, presso la casa degli
Aldovini-Mezzanotte. Fu purtroppo demolito, ma dei Dal Corno ci resta la
testimonianza della chiesetta gotica della Trinità che si eleva sulle mura
orientali della città.
Michele Balen
[1] E in detto giorno sia posto un premio di
quindici ducati d’oro affinché si corra con i cavalli. Cambruzzi in
"Cambruzzi-Vecellio, Storia di Feltre." A. Forni ed.
[2]
Statuta Civitatis Feltriae.
[3] In
realtà vi rientra nell'Ottocento dopo il trattato di Campoformio e con il Regno
Lombardo-Veneto
[4] Erano
famosi i Veneti, nella Roma imperiale, per essere ottimi allevatori di cavalli
ed altrettanto bravi cavalcatori. La tradizione equestre non solo non si spense
nel medioevo, ma dovette godere semmai di accresciuta fortuna testimoniata
dall'indiscussa importanza attribuita nel medioevo alla cavalleria. Lo stile di
questa cultura è ben rappresentato dal torneo,
la giostra dei cavalieri. Gioco che, pur ampiamente avversato per la sua futile
violenza dai vescovi e dai principi, seppe resistere nei secoli. Ma
nell'autunno del medioevo si vide l'affermarsi delle città e della borghesia, e
la stessa nobiltà feudale e cavalleresca finì con l'assumere un carattere
cittadino, trasformandosi in pura aristocrazia. In questo quadro di mutata
temperie culturale, il più antico e pacifico gioco della corsa equestre
sostituì i cruenti tornei cavallereschi, che erano, del resto, il retaggio di
una classe militare in lenta, ma inesorabile caduta.
[5] A.
Vecellio in "Cambruzzi-Vecellio, Storia di Feltre." A. Forni ed.
Anche per le altre notizie storiche citate.
[6]
Realmente esistenti in passato, i quartieri di Feltre sono di origine
medievale. Erano denominati "del domo", "del castello", "de
port'Oria", e "de santo
Stefano", e fungevano da circoscrizioni di voto per il Maggior
Consiglio della città. Furono aboliti durante il regime repubblicano francese
nel 1797.
[7]
Analogamente all'uso che oggi si ha di chiamare una gara col nome del
premio…coppa UEFA, coppa dei Campioni…
[8] Nel
secondo libro, rub.36-39, degli "Statuti della Città di Feltre",
1551; così come per le dodici contrade in cui era divisa la città.
Nessun commento:
Posta un commento