venerdì 22 luglio 2022

Il Palio di Feltre

 

Il Palio di Feltre

 

la storia

Il pregresso trecentesco

Il 1363 i feltrini si sottomettono alla signoria di Francesco Da Carrara, vicario, capitano e signore della città e del distretto di Padova pro Sacro Romano Imperio. Il periodo della signoria carrarese è funestato da numerose vicende di guerra che, con i Da Carrara, coinvolgono i duchi d'Austria e la Repubblica Veneziana. Il carrarese, impegnato nella guerra contro i veneziani, finisce col cedere Feltre e Belluno ai duchi d'Austria, suo prezioso alleato, in cambio di sostegno militare. Più volte i veneziani e il Carrarese tentano di occupare e di acquistare al loro dominio le città di Feltre e di Belluno, cosicché i mercenari dei due potentati compiono alterne incursioni e saccheggi nel Feltrino, giungendo ad incendiare i borghi della città. Il continuo intervento di Leopoldo d'Austria preserva le città di Feltre e di Belluno da questi primi tentativi di espansione veneziana verso le alpi. Tuttavia nel 1386 il duca cede Feltre al Carrarese per 60.000 ducati.

Nel 1388 però una lega tra il Visconti e i veneziani conduce alla dissoluzione della signoria carrarese e Feltre passa rapidamente ai milanesi. In questa occasione è registrata nel libro III degli Statuti Cittadini di Feltre una disposizione circa la celebrazione del nuovo dominio. Dev'essere resa solenne la festività di sant'Ambrogio quae fuit in septimo die mensis decembris, die 1388,…nel quale la città si diede al dominio Visconteo. Il testo normativo decreta una solenne processione di tutti gli ordini della città, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti e che siano portate candele e solenni oblazioni, e conclude: Et in dicto die ponatur pallium ducatorum quindecim auri ad quod curratur equestre[1].  È il primo accenno normativo circa il palio di Feltre.

Il palio del Quattrocento

Nel 1402, tuttavia, il Visconti muore. Prontamente il carrarese Francesco Novello chiede alla vedova del duca di Milano la restituzione di Feltre. I feltrini, timorosi di essere ripresi dal Da Carrara, implorano aiuti dalla duchessa che, non essendo in grado di sostenere l'impegno, si limita a sciogliere la città dal giuramento di fedeltà lasciandola libera di autogovernarsi.

Il carrarese muove guerra alla signoria dei Visconti e la duchessa inviando ai veneziani i suoi ambasciatori, tra i quali il nuovo vescovo di Feltre Enrico Scarampi, ne chiede l'aiuto. Promette in dono alla Serenissima le città di Feltre e di Belluno, ma l'ambasceria non ha esito positivo. I vicentini assediati dai Carraresi e privati dell'aiuto di Milano risolvono di offrire la loro città alla Repubblica. I veneziani accettano, soccorrono Vicenza e la guerra con i Da Carrara si fa inevitabile. Mentre, confederati con i Gonzaga di Mantova, i veneziani ottengono le prime vittorie sui Da Carrara, nel 1404, i bellunesi ed i feltrini offrono il dominio della propria città alla repubblica.

Ancora una volta gli statuti feltrini registrano una disposizione concernente la memoria del fatto. Con una formula, identica a quella usata per il dominio visconteo, è decretato che "ogni anno a venire sia celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del 1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti con l'offerta di candele e di solenni oblazioni". Anche stavolta: Et in dicta die ponatur unum bravium ducatorum quindecim auri ad quod curratur equester[2].

Circa l'evento storico

Il palio di Feltre ha dunque due cenni normativi antichi documentati, il primo dei quali risale alla fine del Trecento. È un periodo infelice per Feltre, quello in cui avvengono i fatti che sono all'origine della celebrazione. Nel corso del Trecento il vescovado e la città di Feltre avevano perduto l'autorità temporale prima sul Primiero e poi sulla Valsugana. La signoria dei vescovi feltrini era stata gradualmente cancellata, a favore dei capitani, dei nobili cittadini e soprattutto dei signori di altre città. I cittadini, eredi di una situazione di continue dipendenze, di lotte e di patimenti, timorosi dell'avvento di una nuova signoria carrarese, venendo meno la protezione viscontea, non seppero far altro, come i vicentini, che offrire la propria città al dominio della repubblica di San Marco.

Sappiamo in realtà che quest'atto di spontanea dedizione fu effimero: già nel 1411 i feltrini cedevano alle armi di Sigismondo d'Ungheria e si davano al suo dominio, e in modo del tutto analogo, umilmente si sottomettevano nel 1420 al dominio veneto che, sempre con le armi, li aveva conquistati. Questo non fa che confermare la terribile fragilità dei popoli della marca in quei secoli.

Con la sua entrata nella Repubblica, Feltre cessava definitivamente[3] di appartenere al Sacro Romano Impero, dando così un taglio netto col suo passato. Nell'identità feltrese diminuiva la componente alpina e mitteleuropea e aumentava quella veneta - veneziana..

Circa la storicità della manifestazione

I sopraccennati documenti che testimoniano del palio di Feltre, non ne descrivono lo svolgimento né assicurano che sia stato mai effettivamente corso; pongono invece la gara al margine della festa vera e propria che è costituita piuttosto dalla solenne processione e dalla messa. D'altra parte una gara equestre[4] era una manifestazione tanto comune a quel tempo che il bisogno di darne particolare documentazione doveva essere minimo.

La reiterazione della formula nell'atto statutario fa tuttavia ritenere che l'evento fosse cosa stabile, e quindi avesse effettivamente e normalmente luogo. Un accenno indiretto circa il palio forse esiste ancora in un'epoca più recente. Nel 1797, con i repubblicani francesi che avevano in possesso la città, si abolirono le feste che ricordavano la spontanea dedizione di Feltre alla repubblica Veneta[5] A quali feste si riferiva lo storico se non a quelle accennate dagli antichi statuti, solo allora soppressi? Anche se di ciò non vi è certezza, il palio poteva essere stato abolito proprio in quell'occasione.

Il palio del Novecento

Nel 1979 in occasione di un centenario del Vittorino da Feltre, fu deciso di ripristinare l'antica manifestazione.

L'anno seguente la rievocazione della donazione di Feltre a Venezia iniziava realmente i suoi primi passi. Nonostante non vi fossero indicazioni storiche di alcun tipo circa i protagonisti della gara, fu deciso di far concorrere dei quartieri[6]. Furono dunque organizzati quattro Quartieri cui si attribuì un'araldica, furono confezionati stendardi e costumi. Fu creata una serie di gare che, oltre alla corsa equestre, doveva comprendere anche una gara di tiro con l'arco, il tiro con la fune, la staffetta e il tiro con gli anelli.

La mancanza di un percorso di gara, costrinse però in molti degli anni successivi a sospendere la corsa dei cavalli, ripresa solo in tempi più recenti e fortunati. Il palio era costituito in origine da un drappo rosso sul quale stavano simbolicamente cuciti quindici ducati dorati. A questo più tardi fu aggiunto un drappo dipinto da un artista. Drappo che rimane di proprietà del Quartiere vincitore. 

In venticinque anni di vita, il Palio è stato "aggiustato" da più e più regie diverse succedutesi nel tempo. Arricchendosi di numerosi elementi, più o meno utili, più o meno eleganti.

Enrico Scarampi

Nel 1398 il duca di Milano aveva imposto ai feltrini, quale loro vescovo, un suo consigliere, il monaco benedettino Giovanni Capogallo di Viterbo o di Orvieto. Il Capogallo era però giunto in città soltanto nel 1400, al termine di un'epidemia di peste.

Morto nel 1402 il duca di Milano, nel 1404 i nobili e il popolo di Feltre sono "liberi" di assoggettarsi nuovamente.

Nel 1404, mentre il Capogallo aveva ottenuto il trasferimento nella più sicura e soddisfacente città di Novara, a Feltre era stato anzitempo destinato dallo stesso Visconti un nobile astigiano, tale Enrico Scarampi. Uomo di grandi capacità, principe e consigliere del sacro Romano Impero, lo Scarampi è dotato di senso politico ed è introdotto nelle questioni dell’impero e del papato. Tuttavia la situazione che incontra a Feltre nel 1406, quando finalmente rassegnato entra nelle sue chiese, è per lui assai penosa. La città, dandosi stavolta alla repubblica dei veneziani, è ormai uscita dall’impero.

Venezia, che è da sempre bizantina, marittima e mercantile, è profondamente estranea al sistema imperiale, vassallatico e feudale. Venezia tratta con le città e non più con le chiese. Sono le città, ovvero i cives, che si costituiscono vassalli di una "dominante". In tal modo scompare in modo più che definitivo l'idea stessa del comitato vescovile feltrino. Quando, nel 1420 il Feltrino è ripreso con le armi dai veneziani, si ha la conferma del destino "veneto" di Feltre e di Belluno e l’infrangersi di ogni speranza imperiale e vescovile.

Feltre perde ogni speranza di recuperare le terre di Valsugana e di Primiero, e diventa un piccolo distretto della serenissima Repubblica. In quel periodo anche Aquileia cade sotto il dominio veneziano: si conclude così anche ufficialmente, il potere temporale dei vescovi e dei patriarchi, che conservano tuttavia quello spirituale.

Venezia e la marca veneta

Per lunghi secoli, fin dall'età dei longobardi, la Laguna veneta e la città che da essa si era formata, erano state un mondo a parte, estraneo alla vita della marca. Venezia era un pezzo di Bisanzio adagiato presso le coste venete, Oriente in tutto, tranne che nella collocazione geografica. Mentre la terraferma aveva vissuto le vicende del continente, subendole o partecipandovi con protagonismo, la laguna si era estraniata, mantenendo con l'Europa un rapporto quasi esclusivamente commerciale.

Il Trecento, il secolo degli scismi papali, il secolo del grande terremoto, il secolo della grande peste, il secolo delle signorie e dei conflitti crudi e diffusi, si concludeva anche per Venezia in modo poco sereno. La marca, per i veneziani l'entroterra, punto di mercato e di snodo delle merci dirette in Europa era un luogo turbolento, soggetto a signorie dinamiche e aggressive, a potentati di grande calibro quali l'impero, il regno di Francia e il papato.

Venezia, sempre più isolata, si rende conto di non contare nulla sullo scacchiere italiano. Per la Repubblica diventa necessario dunque mutare i rapporti politici nel continente ed inserirsi con peso ed autorità nelle questioni italiane. Ciò permetterà alla città di controllare il proprio mercato interno e di difendere la prorpia economia com maggior garanzia di successo.

Dal Trecento al tardo Quattrocento la politica continentale di Venezia si fa oltremodo aggressiva, fino alla reazione dura e implacabile del 1509 ovvero della Guerra di Cambrai. La città lagunare tra il 1403 e il 1420 acquistò un vasto territorio nell'entroterra. Nel 1404 si dettero a Venezia sia Feltre che Belluno.

Venezia sa dunque approfittare dei numerosi conflitti che tormentano la marca, della morte del Visconti, dell'impopolarità dei Carraresi, per imporre il proprio dominio. Per far ciò fa uso oltre che dell'esercito, anche di una sottile diplomazia, convincendo i cittadini, in particolare i mercanti, dei vantaggi che avrebbero tratto per la loro città in caso di sottomissione alla Repubblica. 

In effetti, il dominio veneziano fu incentrato sui centri urbani e sul ceto cittadino, ne furono svantaggiati i nobili feudali e le campagne, che dovettero assoggettarsi ancor più alla città e mutare di natura. Segno di tale politica fu la distruzione dei castelli privati e la fortificazione della città.

il pallio

Il termine deriva da pallium. Si trattava di un mantello, una sopravveste portata da oratori e filosofi nell'antica Grecia. Era costituito da un ampio lenzuolo, di lino o di lana, quadrato o rettangolare, fissato al collo o sulle spalle con una fibbia. Corrispondeva più o meno alla toga dei romani.

In epoca romana il pallium era usato dagli attori che recitavano nelle rappresentazioni di argomento o ambientazione greci e che per queste erano dette palliatae. Nella chiesa il termine indica un paramento specifico dei patriarchi, dei vescovi metropoliti e del papa, si tratta in questo caso di una lunga sciarpa bianca rettangolare decorata con crocette nere, portata attorno al collo e pendente sul petto e sulla schiena.

In antico e nel medioevo il termine indicava indifferentemente un mantello, una coperta da letto, un tendaggio o un arazzo. Il premio di un mantello o di una "pezza" di stoffa, un pallio appunto, un drappo di tessuto colorato, offerto al vincitore di una gara, indicò in epoca tardo medievale la gara[7].

I quartieri DEL PALIO

Nel medioevo la città fu divisa in quattro parti poste ciascuna sotto il patronato di una famiglia. Nascevano così i quartieri di Port’Oria, Santo Stefano, Duomo e Castello ai quali gli statuti cittadini del Cinquecento davano forma giuridica moderna e definizione geografica[8]. Aboliti nel periodo napoleonico, i quartieri sono rinati con il palio riassumendo i vecchi nomi, ma rinnovando spirito e funzione. I cittadini dei quartieri rappresentano l'anima e il corpo del Palio moderno. Studiano e confezionano gli abiti, ricercano e allenano i campioni: gli atleti, gli arcieri e i fantini, allestiscono l’occorrente per i cortei, le gare e le cene.

Port’Oria

Il nome deriva dalla porta cittadina orientale. Da Port’Oria a Porta Pusterla il quartiere si estende a sud-est della città e, con il Borgo Ruga e le contrade di Semeda e Tortesen e dell'antico Ospitale di San Paolo, comprende le “ville” di Anzù, Cellarda, Nemeggio, Pont, Villapaiera, Canal e Sanzan.

L’insegna araldica: arma d’oro all’aquila bicipite nera. Dovrebbe trattarsi dell'arma dell'antica famiglia feltrina degli Aviano,. Di sicuro ricorda gli stemmi imperiali.

 

Duomo

Il nome indica che nel quartiere si trova la mole dell'antica cattedrale d'origine paleocristiana. Esso comprende la zona sud occidentale della città, da Porta Pusterla a Porta Imperiale con il borgo della Cattedrale, le contrade di Sant'Avvocato (via Garibaldi) e delle Tezze, le “ville” di Mugnai, Tomo e Villaga.

L’insegna araldica: arma d’azzurro alla fascia d’oro caricata in capo d’una stella ad otto punte dello stesso e in punta di tre bande pure d’oro. È lo stemma dell'antica famiglia dei Bellati. I Bellati possedevano numerose case in città e nelle campagne del Feltrino e del Trevisano. Il loro palazzo più noto si trova in via Mezzaterra ed è caratterizzato dalla suggestiva facciata a prua di nave che costituisce forse l'elemento più notevole della sinuosa via che conduce alla piazza.

 

Castello

Comprende il Castello di Alboino e la parte nord orientale della città, con i borghi di Ognissanti e dell'Uniera e le “ville” di Arson, Cart, Lasen, Umin, Grum, Vellai, Vignui, Villabruna e Zermen.

L’insegna araldica: arma d’azzurro al leone d’oro. Lo stemma del castello è quello della nobile famiglia dei Gazzi che abitava le case porticate che chiudono ad oriente la piazza maggiore.

 

Santo Stefano

Il nome deriva dalla bella ed antica (e oggi purtroppo scomparsa) chiesa di Santo Stefano che sorgeva verso sera in Piazza Maggiore. Si espande nella parte nord occidentale della città e comprende le “ville” di Foen, Lamen e Pren.

L’insegna araldica: arma di rosso al corno da caccia d’oro. Il palazzo dei nobili Dal Corno, che hanno dato lo stemma al quartiere, sorgeva ancora nel secolo scorso a metà di via Mezzaterra, sul lato nord, presso la casa degli Aldovini-Mezzanotte. Fu purtroppo demolito, ma dei Dal Corno ci resta la testimonianza della chiesetta gotica della Trinità che si eleva sulle mura orientali della città.

 

Michele Balen

 



[1] E in detto giorno sia posto un premio di quindici ducati d’oro affinché si corra con i cavalli. Cambruzzi in "Cambruzzi-Vecellio, Storia di Feltre." A. Forni ed.

[2] Statuta Civitatis Feltriae.

[3] In realtà vi rientra nell'Ottocento dopo il trattato di Campoformio e con il Regno Lombardo-Veneto

[4] Erano famosi i Veneti, nella Roma imperiale, per essere ottimi allevatori di cavalli ed altrettanto bravi cavalcatori. La tradizione equestre non solo non si spense nel medioevo, ma dovette godere semmai di accresciuta fortuna testimoniata dall'indiscussa importanza attribuita nel medioevo alla cavalleria. Lo stile di questa cultura è ben rappresentato dal torneo, la giostra dei cavalieri. Gioco che, pur ampiamente avversato per la sua futile violenza dai vescovi e dai principi, seppe resistere nei secoli. Ma nell'autunno del medioevo si vide l'affermarsi delle città e della borghesia, e la stessa nobiltà feudale e cavalleresca finì con l'assumere un carattere cittadino, trasformandosi in pura aristocrazia. In questo quadro di mutata temperie culturale, il più antico e pacifico gioco della corsa equestre sostituì i cruenti tornei cavallereschi, che erano, del resto, il retaggio di una classe militare in lenta, ma inesorabile caduta.

[5] A. Vecellio in "Cambruzzi-Vecellio, Storia di Feltre." A. Forni ed. Anche per le altre notizie storiche citate.  

[6] Realmente esistenti in passato, i quartieri di Feltre sono di origine medievale.  Erano denominati "del domo", "del castello", "de port'Oria", e "de santo Stefano", e fungevano da circoscrizioni di voto per il Maggior Consiglio della città. Furono aboliti durante il regime repubblicano francese nel 1797.  

[7] Analogamente all'uso che oggi si ha di chiamare una gara col nome del premio…coppa UEFA, coppa dei Campioni…

[8] Nel secondo libro, rub.36-39, degli "Statuti della Città di Feltre", 1551; così come per le dodici contrade in cui era divisa la città.

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