C'è stata un'epoca in cui a Feltre ha avuto sede un'autorità di carattere regionale. È durata pochi secoli e tuttavia, in quei secoli ha impresso il carattere dell’odierna feltrinità. Tale epoca fu quella in cui si compì la parabola dei vescovi conti. Dell'eredità ricevuta dal suo antico comitato vescovile la città tardomedievale e moderna si è dimostrata una ben debole amministratrice non avendo potuto o saputo far fronte alle numerose sopraffazioni e mutilazioni che si sono susseguite nel tempo e che hanno determinato la fine del vescovado. Fine culminata con la soppressione della diocesi voluta dal Vaticano e dal vescovo Maffeo Ducoli nel 1986. [1]. L'identità feltrina, o quel che ne resta, è tuttavia un'eredità del dominio dei vescovi conti.
Ad onore degli storici che se ne curano va detto
che è tutt'altro che semplice studiare la complicata istituzione del comitato vescovile feltrino. Il periodo
ha lasciato ben poche testimonianze documentarie. Poche, almeno, rispetto ad altre
realtà geografiche e alla stessa età moderna feltrina. A complicare gli sulla materia vi è il fatto che gli istituti giuridici legati ai poteri (pubblici e privati) di
quel tempo sono spesso puramente teorici; l'applicazione del diritto era
condizionata, infatti, dalle congiunture e dai rapporti esistenti tra le varie forze in
campo. Inoltre nella figura dei vescovi conti si ebbe una fusione di poteri di natura e di origine
diverse, tanto che anche la sola esplorazione di essi richiede oggi molta cautela.
I vescovi
conti feltrini furono legati alle più eminenti figure del loro tempo:
l'imperatore, il papa e il patriarca di Aquileia, ma nelle loro vicende fu
altrettanto determinante la presenza di altri protagonisti: la
piccola nobiltà locale, i cittadini, le comunità rurali e soprattutto quegli
anarchici[2] potentati familiari che
oggi usiamo chiamare "Signorie".
La storia dei vescovi conti è inevitabilmente la storia degli imperatori e dei
papi che li hanno nominati, consacrati ed investiti. È la storia delle città e
del loro ambivalente rapporto con l'impero e con la chiesa. È la storia delle
signorie e della bassa feudalità, dei cavalieri, dei preti dei nobili, dei cittadini e dei rurali.
Le fortune dei vescovi conti dipesero, dunque, da una complessa e dinamica rete di poteri e da quelle forze che li attorniavano; con
il mutare degli equilibri sociali e strategici, essi dovettero ricercare continuamente nuove
stabilità e nuove alleanze. Ecco perché è
così difficile tracciare una e una sola identità ideale dei vescovi conti: in
realtà essi furono cangianti e capaci di grandi adattamenti. Ed ecco perché è
preferibile tracciarne un ritratto attraverso i tanti volti concreti che la
storiografia ci tramanda.
Nel Feltrino il dominio dei vescovi si protrasse formalmente fin oltre il secolo XIV, ma già almeno dalla seconda metà del Duecento i Caminesi[3] avevano saputo approfittare di ogni fessura nel rapporto tra vescovi, feudatari minori, città e impero, per costruire una salda signoria di fatto. Seppero cioè sovrapporre gradualmente il proprio potere a quello dei vescovi fino a sostituirlo del tutto. In seguito, signori e potentati[4] più solidi di quello vescovile feltrino - bellunese, ormai abbandonato dagli imperatori, presero il sopravvento e nel XV secolo, con l'ingresso di Feltre nella repubblica veneziana, si chiuse del tutto la parabola dei vescovi conti.
Uno scenario del potere
Volendo delineare il tipo di funzioni e di poteri
assunti ed esercitati dai vescovi conti feltrini, mi pare insufficiente
ricorrere, come in genere si usa, alle due sole categorie del religioso e del temporale e preferisco distinguerli meglio, come segue, in poteri
di natura:
·
Ecclesiale
·
Politica
·
Militare
·
Giuridica giurisdizionale
·
Amministrativa patrimoniale pubblica
·
Amministrativa patrimoniale privata
I poteri più antichi
La figura del vescovo è antica e deriva dagli
apostoli. Si tratta di un ruolo prettamente ecclesiale e in questo senso il
potere vescovile si manifesta principalmente nel battezzare i fedeli e
nell'ordinare i diaconi e i presbiteri, nell'assegnare loro le chiese e le
funzioni, nel dirigere la vita pastorale della diocesi. Il presiedere la
comunità cristiana, però, dava al vescovo un'autorità impareggiabile: egli,
infatti, organizzava l'azione pastorale e caritativa, sosteneva iniziative
culturali e di alfabetizzazione, e indirizzava la morale della comunità, da cui
scaturiva anche un certo diritto pubblico. I vescovi del periodo
"precomitale" erano quindi già dotati di larghe prerogative
"politiche" che derivavano loro dall'autorità religiosa, ma anche dal
consistente patrimonio amministrato.
Il territorio del vescovo era ed è la diocesi. Quella feltrina comprendeva in
antico l'attuale Feltrino[5], l'intero territorio del
Primiero, il Tesino e la Valsugana sino alle porte di Trento, ossia alle pievi
di Pergine e di Calceranica[6].
Le strutture della chiesa vescovile furono
principalmente tre: la cattedrale, le pievi e le cappelle vescovili. Il centro
della diocesi era la cattedrale. Per analogia con altre sedi diocesane e
desumendo dai titoli delle chiese ancora esistenti, si può tranquillamente
ipotizzare che anche a Fltre esistesse in antico un quartiere cattedrale che
comprendeva una basilica maggiore, una basilica minore, un battistero e una domus episcopi. Più tardi era stata
edificata anche la domus canonica,
poiché, in epoca carolingia, si era stabilito che presso ogni cattedrale
risiedesse un capitolo di clero "canonico"[7]: un vero manipolo di
chierici che facevano della cattedrale una centrale operativa per il controllo
della liturgia e di ogni esigenza pastorale. Parte integrante della cattedrale,
la prima domus episcopalis, poteva
essere stata eretta, presso le basiliche, già nel V secolo, in seguito alla
fondazione della Diocesi. Nel 781, il vescovo Endrighetto da Corte aveva
disposto un lascito di 380 lire e 13 ducati per edificare una casa episcopale.
In seguito alle aggressioni dei trevisani del 1153 e del 1176 tale edificio
avrebbe perso d'importanza tanto che già nel 1177 il vescovo Drudo l'aveva
concesso in beneficio a Rambaldo da Romagno[8]. Tantopiù che nel 1179 la
città aveva ottenuto dall’imperatore Federico di trasferirsi e di fortificarsi
sul colle. Dopo il 1220, allorché i trevisani ebbero a infliggere nuove distruzioni
all'area della cattedrale[9], i vescovi trasferirono la
loro residenza intra moenia. La nuova
sede fu dapprima presso la torre del duomo, nei pressi dell’attuale piazzetta
Odoardi, poi con Adalgerio da Villalta, nella seconda metà del Duecento, l’episcopio
fu costruito in un’area più adatta alla difesa, presso l'attuale via del
Paradiso. Nonostante le vicende belliche la cattedrale rimase invece al suo
posto, e con il X° secolo risorta in forme romaniche divenne il centro
culturale ed artistico del territorio di Feltre[10]. Perduto l'antico
battistero poligonale, dal ‘300 al ‘400 subì numerosi interventi di ampliamento
e di decorazione degli edifici rimasti, voluti perlopiù dai vescovi o dal
capitolo.
Struttura fisica ed organigramma simili a quello della
cattedrale, ma di misura ridotta, erano presenti anche presso le pievi, il cui
piviere era talora molto vasto.
Le chiese non erano allora necessariamente
dipendenti dal vescovo, perciò una preoccupazione dei vescovi in materia
spirituale fu spesso di poter nominare preti nelle chiese periferiche. Si
trattava di un effetto del medesimo principio su cui si fondava la chiesa
imperiale: i signori laici, in tutta Europa, istituivano conventi, chiese e
cappelle, nonché nominavano e stipendiavano dei preti. La chiesa
"imperiale" e quella "privata" o di "signoria"
entravano in aperta concorrenza con quella vescovile, così come accadeva
con le abbazie dalle quali dipendevano
non soltanto monaci e monasteri, ma perfino cappelle, che più o meno
legittimamente si accollavano la cura d'anime di un certo territorio.
Anche se è vero che ancora nel XIV-XV secolo
avveniva la fondazione di chiese di borgo e di villa talora in contrasto con i
Pievani, i vescovi feltrini avevano in generale un’autorità assoluta nel
disporre delle sedi ecclesiali, almeno presso le pievi[11]. E i pievani erano nello spirituale la longa manus del vescovo come i villici
o i milites secundi lo erano nel temporale. Secondo un modello
analogo a quello vassallatico essi agivano alla stregua di vescovi minori,
potendo battezzare e circondarsi talora di chierici alla maniera delle
collegiate.
Tra le pievi feltrine si possono elencare Santa
Maria di Servo, San Pietro di Lamon, Santa Maria di Cesio, Santa Maria di
Formegan[12],
San Siro di Seren, con le sei pievi di Valsugana: Santa Maria di Borgo,
Sant’Ermete di Calceranica, San Giacomo di Grigno[13]
e quelle di Pergine[14] e di Ivano-Strigno[15], Santa Maria di
Pieve Tesino[16],
e l’importante Santa Maria di Primiero. Vi erano anche delle cappelle
importanti quali Vignui, Pedavena, e in Valsugana Vigolo Vattaro, Levico,
Roncegno e Telve. Anche le pievi di Arsiè e di Fonzaso insistevano su terre che
appartenevano in all’agro feltrino e pertanto dovevano essere state in origine
nella diocesi della medesima città. Tuttavia furono infeudate da Berengario al
vescovo di Padova che le trasformò indebitamente e illegittimamente nei suoi
territori diocesani, furbamente confondendo a suo vantaggio, e a svantaggio sia
di Feltre sia del buon diritto e della pastorale, le prerogative del vescovo
con quelle del feudatario.
Le fondazioni monastiche che, come s'è detto, erano
in genere un forte concorrente dell'autorità vescovile, nel Feltrino non ebbero
uno sviluppo tale da minare l'autorità dei vescovi. In effetti, abbondarono in
città gli ordini mendicanti e i monasteri femminili, ma il territorio ebbe
invece ben poche fondazioni monastiche. In Valsugana non ve ne fu alcuna,
escludendo il monastero di San Pietro in Valdo, esistente forse nel XII in
Pergine, e l’ospitale di Ospedaletto[17]. In Primiero vi fu il
solo ospedale, poi monastero benedettino, di San Martino. In epoca piuttosto
tarda il solo monastero di Vedana, controllato dai canonici bellunesi che fu di
certo la presenza più rilevante nel comitato.
Va detto che i vescovi del periodo comitale
lasciarono numerosi vuoti nel loro impegno pastorale. Ciò si deve
principalmente proprio al potere temporale concesso ai vescovi, che fu tanto
appetibile da condurre molti uomini di scarsa propensione cristiana e pastorale
ad occuparne indegnamente il seggio. L’amministrazione della vita pastorale fu
spesso povera e piuttosto lasciata al clero: decano e arcidiacono, capitolo e
pievani. Tuttavia anche da parte di costoro vi fu spesso una preoccupazione di
tipo prevalentemente amministrativo, tranne che nei casi di allarmante eresia.
Il potere regale era un sufficiente garante e bastava a determinare una pur
forzosa adesione del popolo alla chiesa. Inoltre la sete di sacro e di
spiritualità fu così intensa in quei secoli, e tale fu la spontaneità dei
movimenti religiosi ed ascetici, che non vi fu mai il bisogno di motivare al
sacro, quanto piuttosto di gestirne gli eccessi.
I poteri comitali, honor et
districtus
Al tempo di Carlo Magno le città in genere erano
sedi di un comitatus. Si trattava sostanzialmente
di provincie amministrative e militari del Sacro Romano Impero che
comprendevano, oltre la città, il territorio circostante[18]. Spesso il territorio del
comitato corrispondeva all'incirca a
quello del municipium romano e della
diocesi cristiana. Come il comitatus
anche il municipium era, infatti, una
sorta di circoscrizione soggetta a una città ed era analogo per molte ragioni
anche alla diocesi, il territorio
ecclesiale guidato da un vescovo.
Ogni comitato era affidato ad un conte che rappresentava
l’imperatore in ogni cosa ed era tenuto a governarla secondo le leggi
dell'impero. Il Conte era un miles di
alto rango, un " compagno" dell'imperatore al quale il sovrano
affidava il governo di un comitatus e
in particolare il compito di provvedere
·
Alla difesa militare del comitato e degli abitanti dalle violenze dei nemici, dei criminali
e dei ribelli,
·
All'amministrazione della giustizia,
·
Alla riscossione dei tributi per il mantenimento
dello stato.
Le questioni civili ed economiche erano lasciate in
genere ai cives e ai proprietari
terrieri, i quali, spesso capeggiati dal vescovo si arrangiavano nel governo
delle città e delle campagne.
Per chiarezza va detto che in origine il conte era
una sorta di pubblico funzionario e non possedeva il comitato, ma lo governava
soltanto. Ben altra cosa erano i feudi: fondi con i quali il conte era
compensato del suo ufficio e che potevano trovarsi sia all’interno che
all’esterno del comitato da questi governato. Il comitatus non era un feudo,
bensì un distretto pubblico dall'estensione generalmente molto più grande; per
questo è scorretto dire che “il comitato
di Feltre fu un feudo vescovile o imperiale“. La confusione è giustificata
dal fatto che, in epoca successiva alla morte di Carlo, furono concessi dei
feudi in forma ereditaria[19], altrettanto avvenne per
il titolo di conte. Furono dunque chiamate contee
le piccole o grandi terre possedute dai signori che, pur non esercitando più la
funzione di conte, ne avevano comunque ereditato il titolo; le contee di questo
tipo, nonostante il nome, erano in realtà feudi o allodi e non comitati.
Il comitato di Feltre era iscritto entro la marca Aquileiense, poi Foroiuliense,
poi Veronese e Trevigiana. Per marca si
deve intendere, infatti, una regione di confine, costituita da territori
particolarmente esposti agli attacchi dei nemici e, per questo, raccolti in
un'unità difensiva. In essa si trovava rafforzato il sistema difensivo, ovvero
l'esercito e i castelli. A garantire l'unità del territorio era un miles dai poteri particolari detto
"marchese", a costui l'imperatore dava di presiedere e, in caso di
guerra, di comandare a tutti gli effetti, i conti e i sudditi della marca.
Durante l’impero ottoniano molti comitati furono
affidati ai vescovi. Ne è nato il termine "vescovo conte" con il quale la storiografia tradizionale
indica i vescovi che, come quello di Feltre, di Bressanone e di Trento, avevano
ottenuto concessioni di giurisdizione temporale e militare su territori che di solito coincidevano con la loro diocesi. Di
recente la storiografia più aggiornata è prudente nell’uso di tale definizione
perché è fuorviante, infatti, i vescovi ottenevano poteri comitali, ma in
genere non il titolo di conte. Inoltre troviamo usato più volte in modo analogo
il titolo di princeps (principe) per
designare i vescovi dotati di signoria sui comitati imperiali.
Innanzi tutto il conte era, come s'è detto, il
rappresentante dell’imperatore, vale a dire della regalità cristiana. Ora, la
regalità cristiana terrena doveva rispecchiare quella divina del Cristo. Il re
era dunque immagine del Cristo nell'esercizio delle sue prerogative regali. A
quei tempi il ministero regale si esplicava sostanzialmente nella difesa e nel
giudizio. La raccolta delle risorse finanziarie e materiali e l’amministrazione
civile, erano, in sostanza, marginali, almeno nella visione ideologica più pura
e primitiva[20].
Tale fu la funzione e la natura della regalità, tale dunque quella del conte
che ne fu il braccio nel particolare.
Per quanto detto, i poteri comitali in senso proprio
dovevano limitarsi alle sole questioni militari e giurisdizionali, ma avevano
inevitabili riverberi nella pubblica amministrazione, patrimoniale e
finanziaria. La figura del vescovo conte,
inoltre, univa in modo indissolubile anche i poteri derivanti dall'ecclesiale,
ivi compresi quelli "politici", con la capacità insita di
condizionare le vicende storiche ben oltre i limiti, già ampi, delle
prerogative istituzionalmente concesse ad un conte. E d'altra parte, il vescovo conte era di regola anche un grande
possessore di terre allodiali e feudali nelle quali esercitava una signoria
personale, che poco centrava col suo ruolo di vescovo o di conte e inoltre,
come per ogni altro grande possessore, tanto patrimonio generava una ancor più
consistente capacità politica.
Se dunque al conte spettava la nomina di giudici e
capitani, l'influenza del vescovo conte
si dimostrava ben più estesa. Il Cambruzzi riferisce che a Feltre, ancora nel
Trecento, epoca di declino del potere vescovile, egli eleggeva uno dei due giurati e i savi della città l’altro, a
lui spettavano i capitanati di Primiero[21], di Borgo e di Agordo col suo distretto, le podestarie del Primiero, della
Valsugana e di Cesana con le loro
giurisdizioni, le castaldie e le
mariganzie di Feltre e di Belluno. Anche la vita amministrativa cittadina
era dunque condizionata dal vescovo e assai prima e assai di più che dal conte
laico.
In genere il vescovo delegava all’amministrazione
economica del contado dei gastaldi,
detti anche villici e vicedomini. Al villico era spesso
demandata anche la giurisdizione civile mentre il vescovo conservava per sé
quella penale. Alle dipendenze dei villici vi erano dei funzionari chiamati
decani, le cui funzioni dovevano essere pressoché amministrative, e di
controllo. Il decano doveva sovrintendere alla degania, una sorta di circoscrizione amministrativa probabilmente a
carattere più fondiario che politico o comunitario pastorale. Le comunità
locali esprimevano invece il marigo o
mariga, o marzolo[22]: una sorta di capo che
presiedeva la comunità regoliera, sovrintendeva al corretto uso delle terre
comuni e poteva sentenziate in materia di polizia rurale. In origine la carica,
detta marighezza o mariganzia, doveva essere attribuita dai
capifamiglia della regola o della villa, ma successivamente era divenuta una
concessione vescovile (comitale), ed avveniva perciò in forma di investitura
vassallatica. Ai villici, degani, marighi e ai milites secundi,
homines, ecc. erano concesse varie
investiture sulle montagne e sui diritti di riscuotere le decime di case e di
terre nelle ville. Con il passare dei secoli, molte di tali concessioni
divennero puramente formali e le montagne,
le marighezze e le decime si trasformarono in beni e
rendite propri delle famiglie investite. Il vescovo si limitava a far pagare
uno scudo d'oro per ogni atto d'investitura e a riscuotere una tassa[23]. Tutte queste figure di
infimo rango vassalatico costituirono quella bassa feudalità che subentrerà al
potere vescovile e si renderà in seguito protagonista della microstoria del
territorio[24].
Il potere dei vescovi è insieme il motore generante le attese di autonomia
delle comunità civiche e rurali e insieme il loro freno. Un freno tale da
impedire in Feltre e Belluno, e negli altri centri soggetti ai comitati, lo
sviluppo di realtà comunali completamente laiche ed autonome. Tuttavia esse
emergono, anche se in forma aristocratica: come nel caso delle famiglie
Romagno, Lusa e Corte che assegnavano gli uffici della comunità. La città di
Feltre creava in epoca tarda i capitani in Primiero, alla Rocchetta, e alla
Chiusa di san Vittore, alla Scala e al Covolo; nominava i due giudici di Borgo
Valsugana, ed un altro a Solagna e Cismon. Pur con la conferma del capitano
generale, il comune feltrino nel XIV è in grado di nominare il podestà in
Primiero sostituendolo al villico vescovile. Già nei primi del Duecento il
comune di Primiero[25] è già un’istituzione
organizzata a solida ed è composto dalle quattro regole di Imer, di Mezzano, di
Tonadico e di Transacqua e Siror, guidate dai marzoli[26], che finiscono col
contrapporsi al feudo vescovile che circonda e ingloba la pieve.
Il vescovo di Feltre esercitava la giurisdizione
spirituale in un territorio non del tutto coincidente con quello comitale.
Arsiè e Fonzaso, come Sospirolo e Cesana e Zumelle sono soggetti al potere
comitale dei vescovi, ma non a quello spirituale. In Primiero e nella Valsugana
orientale coincidono i territori del temporale e dello spirituale. Così pure è
in Tesino e nel Primiero.
Il patrimoniale: rendite, allodi e feudi
Le rendite vescovili sono tante e hanno un’ambigua
natura: sono da annoverarsi tra le rendite di carattere feudale del vescovo
conte, o tra quelle amministrative del comitato o piuttosto tra quelle della
curia diocesana? Si tratta delle mude, le gabelle, i livelli, gli affitti, le
rendite, le acque, i monti, e la metà di
tutte le condannagioni della città.
Vi sono poi i privilegi e le immunità, tra i quali l’autonomia dal comune e la
possibilità di giudicare la propria famiglia. I possedimenti allodiali o
feudali del vescovo sono dislocati, dentro e fuori del comitato e della
diocesi, comprendendo per esempio Maser, Mussolente, Polcenigo, Cesana ed altri
castelli.
I vescovi conti di Feltre
I prodromi: il periodo "precomitale"
Fontejo
Costantino aveva concesso alle chiese di possedere
dei beni terrieri ed immobiliari, cosicché, per le donazioni dei possessores privati, accresciute,
durante le lunghe guerre gotiche, anche da coloro che intendevano porre i loro
beni sotto il patronato della chiesa, il vescovo disponeva di un ampio
patrimonio fondiario ed immobiliare. In seguito Giustiniano aveva devoluto
grandi proprietà della casa imperiale alle curie cattoliche, aveva inoltre
assegnato importanti compiti pubblici ai vescovi, già peraltro riconosciuti come
patrizi romani. Compiti civili e giurisdizionali, ma anche militari. Aveva loro
attribuito, infatti, il potere di intervenire sulla nomina dei governatori
delle province[27],
e la facoltà di dotarsi di uomini in armi per la difesa dalla chiesa.
Intorno al 610 nasce probabilmente il ducato
longobardo di Ceneda, il secondo dopo Cividale. Ed è questo il nuovo quadro
istituzionale che coinvolge il vescovado feltrino con quelli di Opitergium, di Ceneta e di Bellunum.
Belluno era un distretto giurisdizionale (iudiciaria),
amministrativo (castaldia) e militare
(capitanato). Feltre doveva avere le
medesime caratteristiche di Belluno. I due centri erano soggetti al ducato
cenedese. Ma il carattere del ducato longobardo doveva essere essenzialmente
militare e riguardare prevalentemente i longobardi. I romani, almeno in parte,
continuavano a reggersi ancora con antichi istituti giuridici e amministrativi,
ancorché logorati dalle guerre e dalle dominazioni[28].
In questo periodo è interessante soffermarsi sulla
figura di Fontejo. È un vescovo dal nome romano, il primo di cui si abbia
notizia dopo il famoso e leggendario Prosdocimo. Intervenne ai sinodi
patriarcali di Grado e di Marano o vi mandò un suo delegato. Fu interessato e
partecipe rispetto alle vicende storiche della regione, antilongobardo si trovò a convivere con quella gente in casa. La
sua fu una posizione ovviamente difficile e non è ancora del tutto chiaro lo
scenario reale entro il quale egli si mosse. Stando alle notizie generali sulle
condizioni vissute dai vescovi dell'epoca e alle poche che lo riguardano
direttamente, Fontejo possedeva terre e castelli e poteva farne dono ai propri
fedeli; interveniva in materia giudiziaria, se non altro in ambito romano, e
poteva disporre di una sua milizia, vescovile o cittadina, a tutela della
chiesa. L’embrione del futuro potere comitale dei vescovi feltrini era già
abbondantemente delineato.
La forza dei vescovi della regione aquileiese è
espressa anche politicamente, ne dà atto la vicenda dei tre capitoli cui Fontejo partecipa con convinzione: il patriarcato
si dissocia dal vescovo di Roma e agisce con sicurezza e autonomia nei
confronti dell’imperatore Maurizio. I vescovi sono mediatori tra il mondo
longobardo, popolo dai mille voltafaccia politico-religiosi, quello dei Franchi
e l’Impero Romano. Anche da questo ruolo di mediatori essi traggono vigore e
autorevolezza. Fontejo come gli altri vescovi del tempo, sperò invano che il
dominio longobardo avesse a finire, e che fosse presto sostituito o da quello
romano, legittimo, o da quello franco, se non altro stabilmente cattolico.
Endrighetto da Corte
Nel 774 Carlo magno, definitivamente sconfitti i
Longobardi di Desiderio, si fa incoronare re d'Italia[29]. Seguendo la già
consolidata tradizione romano-cristiana, in continuità ideologica con
Costantino, Teodosio e Giustiniano, Carlo ritiene di regnare in veste di difensore della chiesa. I poteri che
egli affida al vescovo, testimoniano tanto il ruolo che si voluto dare, quanto
la fiducia che egli ripone nell’apparato ecclesiale. Il riconoscimento per la
sua "devozione" alla chiesa gli giunge nel natale dell’800, quando a
Roma papa Leone III lo incorona imperatore
dei Romani. Il titolo gli fu poi riconosciuto col trattato di Aquisgrana
nel 811 - 812 anche dall’imperatore d’Oriente Michele Rangabe. Con la morte di
Carlo avvenuta nel 814 inizia tuttavia il disfacimento dell’impero.
Carlo magno aveva suddiviso il territorio imperiale
in comitati e Feltre era uno di questi[30]. Ogni comitato era
sottoposto ad un conte, cui però si affiancava in ruolo complementare il
vescovo. E il vescovo, l’unico nel comitato a non essere sottoposto
all’autorità del conte, appare nelle intenzioni di Carlo come l’altro braccio
della sua stessa regalità cristiana. Alla coppia conte e vescovo, investiti di ogni autorità sulla città e sul
comitato, fa contrappunto l'analoga coppia dei missi dominici: un vescovo e un conte investiti del ruolo di
ispettori e supervisori tanto nell’amministrativo, quanto nel militare e nel
religioso.
L'azione di Carlo non lascia dubbi circa
l’importanza dei vescovadi. Il sovrano apre, infatti, un periodo di
rinnovamento nelle cattedrali, nelle quali vuole rinforzare la presenza dei
preti canonici e dispone che siano dotate di scuole per l’insegnamento del
latino e delle arti. Attento alle sorti del patriarcato di Aquileia, di cui
Feltre è suffraganea, nel 787 vi nomina patriarca il suo compagno di corte
Paolino, appena prima di occupare direttamente, nel 789, la Venezia Giulia e
l’Istria[31].
Nel 812 stabilisce i confini tra le chiese metropolitane di Salisburgo e di
Aquileia e finanzia il patriarca Massenzio affinché questi possa riportare la
vecchia sede del patriarcato aquilejense all’antico splendore.
Durante il dominio di Carlo è da evidenziare la
presenza del vescovo Endrighetto da Corte. È lui che nel 781 dispose un lascito
di 380 lire e 13 ducati per far edificare, presso il complesso delle basiliche,
una domus episcopi. Non fu la prima,
che doveva essere sorta in seguito alla fondazione della Diocesi, ben prima di
Fontejo, ma la donazione di Endrighetto può essere intesa invece come il
probabile segno di un rinnovo del vescovado o, meglio, di una rinascita dopo le
dure vicende del dominio longobardo.
Visto nell'ambito dell'ideologia carolingia,
Endrighetto deve aver sostenuto il ruolo sopra accennato di braccio
ecclesiastico del potere imperiale-comitale in Feltre. Non fu quindi un vescovo conte, ma il suo ruolo, non
minore rispetto a quello avuto dai suoi predecessori di epoca longobarda o
goto-bizantina, doveva già comprendere molti di quegli elementi caratteristici
del potere che più tardi sarà proprio dei cosiddetti vescovi conti.
Amato
La morte di Carlo comportò una sostanziale anarchia
dei vassalli che si aggravò col tempo. L’epoca, segnata da numerose violenze e
prepotenze, fu caratterizzata anche dal fenomeno di un diffuso incastellamento.
Nel 864 Carlo il Calvo ordina ai conti con un capitolare la distruzione dei castelli dei signori locali. È una
reazione del potere centrale, la cui efficacia è però assai modesta. Molti maschi privati nascono, infatti, col
pretesto, peraltro comprensibile e giustificato, di resistere alle numerose
violenze degli Ungari e degli Slavi che, tra il 900 e il 955, sono un’autentica
peste per tutta l’Europa, e alle infinite scaramucce locali.
Intanto le cariche e i beneficia diventavano de
facto e persino de jure
ereditari. Nel 877, con il capitolare di Quierzy-sur-Oise, Carlo il Calvo si
impegnava, pur con riserve, ad investire il figlio del conte defunto delle
cariche e degli honores detenuti dal
padre. Iniziava un periodo di signorie locali, anarchiche e indipendenti,
refrattarie al potere centrale e al diritto pubblico. Signorie di banno la cui
caratteristica principale fu l’usurpazione dei diritti, e la trasformazione dei
feudi in allodi e signorie.
Vittime di tale catastrofe civile sono le
popolazioni inermi delle città e delle campagne, vessate dalle prepotenze e
dagli abusi dei grandi possessori, dei vassalli autocefali. Vittime anche le
chiese, i vescovadi e i monasteri, che tuttavia sanno attuare una miglior
difesa e che raccolgono attorno a sé numerosi consensi, anche di molti possessores minori che si pongono sotto
la pur debole tutela della chiesa.
Amato e gli altri vescovi di quest’epoca non devono
aver avuto vita facile. Cessato il potere imperiale, in un clima di totale
incertezza e di perenne conflitto, la loro figura, indebolita e priva di mezzi
idonei e di protettori sinceri, dev’essere stata però l’unica luce in un mare
di tenebre. Una luce se non altro di diritto e di legalità. Poco si conosce di
Amato se non che si occupò di questioni meramente ecclesiali: nel 826
intervenne al Concilio di Mantova, accanto ai vescovi Massenzio di Aquileja,
Anselmo di concordia, Domenico di Padova, Teodato di Treviso, Franconio di
Vicenza e Alberto di Belluno, per determinare la sede metropolitana tra Grado e
Aquileia. È difficile sapere quale fosse l’autorità civile esercitata dai
vescovi in questa fase storica, ma s'intuisce che almeno in campo politico essa
dovette essere considerevole.
Il vescovo conte
Alberto e Benedetto da Pedavena
Divenuto nel 919 re di Germania, Enrico di Sassonia
ricevette l’appoggio dai vescovi che cercavano di contrastare la disastrosa
situazione creata dall’anarchia e dallo strapotere dei signori laici. Situazione,
come già detto, indirettamente favorita dalle invasioni degli Ungari e degli
Slavi. Enrico, forte dell’appoggio dei vescovi, avvia la riunificazione del suo
regno.
Nel 936 in Aquisgrana è incoronato re di Germania il
figlio di Enrico, Ottone I. Molti dei grandi signori, duchi, marchesi e conti,
sono già diventati funzionari del regno. I poteri di costoro sono già stati
limitati e ad essi sono già affiancati, come ai tempi di Carlo, numerosi
vescovi. E costoro sono già ormai dei veri concorrenti, poiché egli li investe
del titolo e del ruolo comitale. È effettivamente nata la figura del vescovo conte. Nel 948 Ugo il grande e
Luigi IV di Francia si lasciavano giudicare da un sinodo di vescovi convocato
da Ottone. Si era gradualmente costituita in Europa un’egemonia di Ottone di
Germania. Il re sassone accarezza quindi l’idea di far rinascere il Sacro
Romano Impero. Per questo nel 951Ottone I di Sassonia giunge in Italia e si
proclama re dei franchi e dei longobardi, ossia re d’Italia. Nel 954 l’Europa è
scossa di nuovo dalle terribili incursioni degli Ungari; l’anno successivo
Ottone li affronta e li sconfigge definitivamente costringendoli a ritirarsi
presso l’attuale Ungheria. Le molte vittorie e la sua avveduta politica di
riordino sono ben accolte, cosicché nel 961, invocato da papa Giovanni, egli
scende a Roma attraversando un’Italia a lui favorevole. Attraversa la valle
dell’Adige concedendo beneficia e privilegia ai suoi sostenitori sempre
più numerosi. Il 2 febbraio del 962 a Roma è incoronato imperatore del Sacro
Impero Romano-germanico. Subito egli afferma la supremazia dell’imperatore sul
papato, tanto che nel 966 impone ai romani e alla chiesa il papa Giovanni XIII.
Vista la comune ostilità dei signori laici, subita
sia dall’impero sia dagli enti ecclesiastici, specialmente dai vescovadi, e
visto il conseguente comune interesse ad indebolirne il potere, Ottone sceglie
di rafforzare strategicamente il potere dei vescovi. Egli concede a molti
vescovi i poteri comitali di districtus
(piena giurisdizione) sulla città e sul territorio circostante, limitando
grandemente i poteri del conte laico, dove esso ancora esisteva. L’azione era
gradita anche dalle città che sempre più si proponevano, soprattutto in Italia,
come le vere antagoniste del potere signorile e che nei vescovadi potevano
riconoscersi. Dunque Ottone è favorevole alla “diade” città-vescovo e ne riceve
uguale favore. Ottone inizia inoltre una politica di controllo delle zone
meridionali dell’impero e protende il suo interesse verso il mediterraneo; nel
contempo impone la propria autorità sul papato sottoponendolo di fatto e di
diritto alla sua autorità. L’intera politica di Ottone è indirizzata al
progresso delle città vescovili, anche sul piano economico e mercantile, e al
controllo, sempre più stretto, dei vescovi sul contado[32]. Dallo stretto controllo
dei due regni e del papato, dalla produttività dei latifondi e dalla fedeltà
delle città regie e vescovili, ma soprattutto dall’appoggio dei grandi
ecclesiastici, vescovi e abati, dipese la fortuna dell’impero ottoniano.
Tra i vescovi "ottoniani" nel 961 c'è
quello di Feltre, Alberto[33], che partecipa con
altri vescovi alla consacrazione della cattedrale di Parenzo, voluta
dall’imperatore per assolvere un voto.
Secondo il Cambruzzi Ottone avrebbe concesso o
confermato alle famiglie Lusa, Porta, Rainoni e Corte il diritto di eleggere
tra i loro membri i consoli di Feltre il
più vecchio de’ quali aveva il titolo di conte, e un pretore, ma più tardi,
sempre secondo lo storico, per meglio governarsi, le città italiane costituirono li loro vescovi nel temporale
principi e signori, concedendo ad essi il titolo di conti che il più vecchio
dei consiglieri godeva. Così pure seguì in Feltre, dove finora conservano li
vescovi questo titolo di conte. Difficile crederlo. Più facilmente, Alberto
avrebbe ricevuto direttamente da Ottone I la giurisdizione comitale su Feltre,
in quel quadro di riforma che puntava forse a controllare la marca veronese e
il regno d’Italia attraverso le città e i comitati di Feltre, di Belluno, di
Trento e Bressanone.
Nel 982 il vescovo Giovanni di Belluno imperversava
con i suoi armati anche nel Feltrino, conquistando con le armi i castelli di
Pietra Bullada, di Lusia e di Fonzaso. Egli era un milite di origine bavarese,
divenuto vescovo forse per convenienza; il suo comportamento ne tradisce la
natura puramente guerresca. Forse non si tratta di un vero vescovo conte, ma è sicuramente l'esempio del rischio insito nella
soluzione ottoniana dei "vescovi conti". Quella di Giovanni fu una
signoria ambigua, posta a cavallo tra due epoche e due diverse idee del potere
pubblico. Giovanni in realtà non lottò né per estendere il comitato bellunese,
difficilmente gli sarebbe stato possibile, né per ampliare la diocesi, cosa
ancor più difficile, bensì per assoggettare a sé fondi e castelli di natura
feudale, in altre parole: per estendere la signoria personale del vescovo di
Belluno.
Nel 990 ad Alberto succedette Benedetto da Pedavena.
Il suo dev'essere stato un episcopato già dotato ormai di tutti i caratteri
derivanti dai poteri comitali pienamente acquisiti.
Enrico II si appoggia sempre più agli ecclesiastici,
ma entra nel merito della gestione dei loro patrimoni, che vede compromessa
dalla frequente immoralità: una buona
chiesa era condizione essenziale e irrinunciabile per un buon impero. In verità Enrico promuove anche la classe dei secundi milites e quella dei cives, donando loro poteri e privilegi a
scapito dei vescovi, con lo stesso intento che ebbe Ottone nei riguardi dei
grandi signori laici del suo tempo. Ciò aveva favorito la nascita attorno ai
vescovi di una curia vassallorum che
non avrebbe tardato a creare dei problemi all’autorità comitale vescovile.
Infatti, i secundi milites e i cives più volte ebbero ad allearsi per
meglio insidiare i poteri dei conti, laici o ecclesiastici che fossero.
Inoltre, anche Enrico II, come Ottone I, cercò di attuare una politica di
egemonia sull’Europa mediterranea attraverso il controllo del papato[34].
Coloro che ricevevano beni e poteri dall’imperatore
a costui dovevano certamente obbedienza e fedeltà. Tale condizione creava un
evidente imbarazzo nei chierici e nei vescovi, tenuti per la loro condizione,
allo stesso tempo, all'obbedienza verso la gerarchia ecclesiale. Il sempre più
frequente disaccordo tra i due poteri ingenerava difficoltà enormi e poneva in
crisi nella figura del vescovo conte. La scelta degli ecclesiastici di rango
era tuttavia ormai finalizzata a scopi patrimoniali e politici e non certamente
al bene delle anime[35]. La chiesa e i suoi quadri era diventata un affare interno
alla gerarchia laica e militare: la chiesa doveva essere, come in oriente, una
chiesa imperiale[36].
Richerio e Regizzone
L’imperatore germanico Corrado II di Franconia il Salico, eletto alla morte di Enrico
II nel 1024, istituisce a nord della marca di Verona i tre ducati o principati ecclesiastici di Trento, Bressanone e Feltre.
Egli investe in Italia come in Germania il suo potere sui valvassori a danno
tuttavia dei grandi vassalli, vescovi compresi, e dei cives che gli si rendono inevitabilmente nemici. La sua, almeno in
Italia, fu una politica fallimentare che diede forza alle componenti meno
controllabili della società, e alle più prepotenti, poiché si trattava di un
ritorno in sordina alla situazione affrontata molto più efficacemente e in
senso opposto da Ottone I.
Nel 1027 Corrado stabilisce[37]
e conferma i termini del vescovado di Trento e, direttamente o indirettamente,
i confini delle circoscrizioni diocesana e comitale di Feltre. A Novaledo è
posto il confine tra il comitato feltrino e quello di Trento, ma quasi tutta la
Valsugana è in diocesi di Feltre. Riserva l’autorità civile, giuridica e
amministrativa al vescovo di Feltre sulla Valsugana orientale e conferma la già
scontata giurisdizione religiosa fino alla
chiesa di S. Desiderio nel luogo chiamato Campolongo.
Nel 1031 il vescovo di Feltre Regizzone interviene
alla consacrazione della basilica di Santa Maria e dei santi Ermacora e
Fortunato di Aquileia riedificata dal vescovo Poppone[38],
dopo la distruzione dovuta agli Ungari.
Odorico da Fallero e Arpone da Vidor
L’imperatore germanico Enrico III, succeduto a
Corrado II nel 1039, costituisce un consilium,
formato da vassalli e ministeriali, che doveva accelerare il livellamento della
feudalità, compresa quella ecclesiastica, ed aumentare di conseguenza
rapidamente il controllo centrale dell’impero. L’azione di Enrico III si
concentrò ancora una volta sul medesimo problema: indebolire i vescovadi
ribelli facendo leva sui cives e sui
valvassori, secondo l’opera già avviata dal suo predecessore. Appoggiò i
monasteri ritenendoli giustamente più affidabili dei vescovadi e alternativi
sul piano dell’azione moralizzatrice. Nel 1046 Enrico scende in Italia, ottiene
l’appoggio del patriarca di Aquileia e in genere dei vescovi suffraganei.
Giunto a Roma diviene imperatore. La sua riforma della chiesa, atta a
indebolire i vescovi indegni e ribelli, a lungo termine ha come risultato
paradossale l’ascesa dell’autorità papale. Il papato però non si limitò ad
un’azione moralizzatrice superficiale, andò a fondo, colpendo proprio la chiesa
imperiale, ritenuta la prima causa dell’impurità denunciata dallo stesso
imperatore. La riforma ora marciava in direzione contraria agli interessi
dell’impero: solo il papa doveva poter nominare i vescovi. Nel 1054
l’affermazione sempre più forte dell’autorità papale provocava lo scisma tra le
chiese greche e le chiese latine. Ciononostante Enrico non abbandonò l’appoggio
al papato che dotò di nuove terre da governare.
Nel 1045-1046 è vescovo di Feltre Macilino che
partecipa al Concilio di Pavia. In tale sede pare si sia decretato che il
vescovo di Verona doveva prendere posto alla destra del patriarca di Aquileia.
È forse il segno dell'accresciuta autorità del vescovo di Verona, secondo nella
Marca Veronese (già aquileiese), al
vescovo metropolitano.
Intorno al 1047 l’imperatore Enrico III nomina
Odorico[39]
da Faller vescovo e "principe" di Feltre.
Nel 1075 Gregorio VII vieta ai laici di investire i
vescovi e abati pena la scomunica e ai metropoliti, pena la deposizione, di
consacrare chiunque fosse investito dai laici. Era l’inizio della lotta per le
investiture. Nel 1076 i vescovi imperiali scomunicavano e deponevano Gregorio,
e questi a sua volta li scomunicava, e con loro scomunicava lo stesso imperatore
Enrico IV.
Nel quadro di un’azione volta a recuperare alleanze
presso i potentati ecclesiali, si nota che nel 1077 l’imperatore concede al
patriarca di Aquileia il diritto di coniare le monete. L’effetto voluto non
tarda ad arrivare: nel 1080, al Concilio di Bressanone indetto da Enrico IV,
dei ventisette vescovi presenti ben diciannove sono italiani. L’isolamento in
cui l’imperatore era caduto in Italia è terminato. Nel concilio Gregorio è
accusato di aver rotto il rapporto tra regno e chiesa e di aver gettato la
cristianità nel caos, al suo posto è creato papa Clemente III. In tale
occasione Enrico IV, conferma al vescovo di Feltre il titolo di conte e la
giurisdizione temporale sul comitato.
Nel 1116 Enrico IV è a Treviso e nel 1117 il vescovo
di Feltre Arpone da Vidor è a rendergli omaggio. Nello stesso periodo,
l’imperatore si porta a Feltre.
Nel momento in cui si avvia la “Prima Crociata”
Arpone sfrutta l’ascesa della classe cavalleresca, da cui forse proviene, e con
un atto di lungimiranza propagandistica fonda il santuario di San Vittore. Il
luogo è destinato a celebrare le imprese dei milites e le reliquie sono un biglietto da visita di grande effetto
sulla popolazione.
La lotta per le investiture si fa logorante e, per
distendere la situazione, nel 1122 si giunge al concordato di Worms tra Enrico
V e Callisto II: è riconosciuta al vescovo la duplice funzione temporale e
spirituale. L’elezione del vescovo è cosa ecclesiale, ma l’imperatore concederà
i benefici al nuovo vescovo, non prima di sei mesi dalla sua elezione. Nel
concilio Laterano del 1123 è ulteriormente definita la situazione: il primato
della chiesa romana sulle chiese particolari, il divieto ai monaci di avere
cura d’anime. E un principio fondamentale: la
chiesa è dei preti, i preti sono dei vescovi, i vescovi sono del papa.
Gilberto da Pedavena
Nel 1135 è vescovo di Feltre Gilberto da Pedavena,
che nel 1140 interviene al fianco di Pellegrino di Aquileia alla consacrazione
della chiesa di San Gregorio in Verona[40]. Del 1142 è l’attestazione
nel diploma di Corrado III dei poteri detenuti dal vescovo di Feltre, in cui si
vieta a chiunque di usurpare i diritti della chiesa di Feltre, in quel momento
retta appunto da Gilberto[41]. Un ulteriore diploma del
1144 conferma le funzioni pubbliche detenute dai vescovi feltrini.
Due opposti: Adamo e Drudo
Federico I il Barbarossa, mostrò fin dall’inizio del
suo regno l’intenzione di "aggiustare" gli affari dell’impero in
Italia: di piegare i comuni e il papato alle sue regole, di eliminare o
limitare al massimo le interferenze di Bisanzio[42], di bloccare nel sud
l’espansionismo normanno. Nel 1155 il Barbarossa attraversa l’Italia ed è
incoronato imperatore.
Suo vassallo o sostenitore è Adamo, il vescovo di
Feltre, che aderisce all’antipapa Vittore IV, di nomina imperiale. Ottone
vescovo di Belluno, che è di parte avversa all’imperatore, o è semplicemente
fedele al papa Alessandro III, è tolto dal vescovado del quale è investito il
Patriarca Pellegrino[43]. Nel 1159 Adamo è
investito della contea di Cesana e, nel 1162 circa, in occasione della presa di
Milano, ospita l’imperatore nella sua casa feltrina. In tale occasione Federico
concede Asolo al vescovo di Treviso e conferma a Adamo i privilegi, le decime e
i benefici della sua chiesa.
Adamo è ovviamente ghibellino e i partigiani guelfi subiscono l'esilio. Cosicché nel
1169 papa Alessandro, ascoltando le richieste dei guelfi feltrini esiliati,
nomina per Feltre un nuovo vescovo, Drudo da Camino, in opposizione al vescovo
imperiale Adamo. Adamo non demorde e incarica un milite Guglielmo Camposampiero
Tempesta di Treviso di scacciare
dalle terre del Feltrino i guelfi, in cambio lo investe del contado di Cesana.
Nel 1173 Adamo muore e Drudo ha campo libero per la
sede vescovile di Feltre; così nel 1174 egli entra nel Feltrino venendo a patti
coi ghibellini e bandisce i capi di entrambe le fazioni. Nel 1175 però permette
il ritorno in Feltre del solo capo dei guelfi, Rambaldo da Romagno. La
disparità di trattamento subita dai ghibellini fa riesplodere la guerra civile.
È questo anche il periodo delle guerre con i
trevisani che nel 1176 danneggiano la città e incendiano la cattedrale. Il
vescovo Drudo è sostanzialmente guelfo, orientato ad un freddo rapporto con
l’impero. Le questioni di famiglia dei caminesi sono già inoculate nella
politica di Drudo che, per favorire i caminesi in una contesa su Zumelle contro
una lega di Bellunesi e Cenedesi, nel 1178, provoca addirittura una rivolta dei
cives feltrini[44].
Drudo continua a tessere trame contro i trevisani per il bene della sua
famiglia, anche a danno dei feltrini che ormai sembrano essere soltanto un suo
bene, alla maniera di una signoria privata. Nel 1177 Drudo investe Rambaldo da
Romagno addirittura della casa vescovile, vicina alla cattedrale, già
fabbricata dal vescovo Endrighetto nell’anno 781, con obbligo di contribuire in
natura alla mensa del vescovo. D’altra parte i Trevisani insidiano il Feltrino,
anche perché questo è sottoposto ad un vescovo caminese.
Con la pace di Costanza del 1183 l’imperatore “concede”
alle città italiane la libera elezione dei consoli, la riscossione delle
regalie intramurarie ed extramurarie sotto pagamento di una soma, ma imponeva
un tributo e l’investitura quinquennale ai consoli eletti. Feltre non è tra le
città che ricevono questo statuto. Segno della distratta politica del Drudo? O
piuttosto del suo pervicace disegno di perseguire gli interessi di una signoria
familiare che avrebbe poco vantaggio sia dall’autonomia comunale che
dall’impero. in ogni caso, un diploma dato da Federico I al vescovo Drudo
conferma l’esercizio del potere signorile sulla Val Sugana, compresa nel
comitato di Feltre solo fino a Novaledo.
I beni delle chiese[45] di Feltre e di
Belluno sono spesso minacciati dai trevisani. Nel 1187 il vescovo di Belluno,
non riuscendo a riavere i castelli occupati dai trevisani chiede al patriarca
di convocare un sinodo dei suffraganei. In tale sinodo fu stabilito che gli
usurpatori e i violatori dei beni delle chiese fossero scomunicati. Nel 1189
Drudo tenta di imporre la propria volontà anche su Vedana, un ospedale
costruito all’interno del comitato feltrino per volontà del capitolo bellunese,
e da questo dato ai monaci[46].
Torresino da Corte, Filippo e Ottone
Tra il 1191 e il 1206 sono ininterrotti gli scontri
tra i vescovadi feltrino, bellunese e cenedese, appoggiati dai padovani e dal
patriarcato, e i trevisani che tentano di imporre sulla marca una signoria
cittadina. Le lotte col comune di Treviso spingono agli esordi del Duecento
all’unificazione delle diocesi di Feltre e di Belluno, resasi effettiva nel
1204 allorché, morto il vescovo bellunese Anselmo da Breganze, quello feltrino,
Torresino da Corte[47], unifica nella sua
persona le diocesi di Feltre e di Belluno. Seguirà una consistente alienazione
dei beni vescovili esterni al comitato e alla diocesi, con lo scopo di
restaurare l’assetto patrimoniale delle due chiese molto provate dalle lunghe
lotte con Treviso. Anche alcune collette ed esazioni nel Primiero, ad Agordo e
forse in Valsugana sono cedute alle comunità locali o ad altri soggetti,
tramite un pagamento.
Nel 1207 Torresino è inviato dal papa quale nunzio
presso l’imperatore Filippo, che sarà poi assassinato nell’anno seguente, al
fine di sostenere la causa di Ottone VI anch’egli imperatore. Nel 1208 il
vescovo Torresino succube dei caminesi, scaccia i ghibellini da Feltre e li
spoglia dei loro beni.
Il vescovo Filippo abate della Pomposa, succeduto a
Torresino, è ancora un amico dei caminesi, cede loro altri beni dei vescovadi e
li investe di feudi e castelli, ufficialmente per appianare ulteriormente i
debiti ancora presenti nei bilanci delle due chiese e per affidare loro la
difesa degli interessi vescovili contro i trevigiani. I cives bellunesi si opposero a tante concessioni fatte a favore dei
caminesi e provocarono una sentenza del legato papale che dichiarò nulle le
investiture fatte ai da Camino. Ciononostante inevitabilmente si riaccese la
guerra con Treviso che si protrasse, pur con alterne vicende, per tutto il
pontificato di Filippo. In compenso il vescovo cercò di rappacificare la città
permettendo ai ghibellini di rientrare in patria e di ricostruire le case
distrutte.
Nel 1225 morto Filippo, i canonici di Feltre e di
Belluno eleggono vescovo un canonico torinese di nome Ottone, oppure, secondo
altre fonti, il feltrino Belvederio dei Rambaldoni. Comunque sia a questo
vescovo tocca in sorte un'acuta fase di discordie armate tra guelfi e
ghibellini, guerre fomentate dal rancore dei ghibellini più volte repressi dai
vescovi guelfi e filocaminesi. Ciò mentre Ezzelino da Romano inizia la sua
ascesa. Dal 1235 al 1241 è vescovo delle due diocesi il ghibellino Eleazaro da
Castello di Belluno Nel 1241 è eletto vescovo Alessandro da Foro: è un
ghibellino, amico dell’imperatore e del suo vicario Ezzelino, nemico invece dei
Caminesi, che hanno Guecello podestà di Belluno, (alleato con il podestà di
Feltre Visconte dei Visconti). I cives sembrano confidare nei Caminesi e nel
1245 Bianchino da Camino prende il controllo delle due città scacciandone il
vescovo, che si rifugia presso Ezzelino per morire due anni dopo. Tale è il
controllo della signoria caminese che, alla morte di Alessandro, ottiene
l’elezione a vescovo di Tiso[48] da Camino, troppo giovane
per la carica, ma per il quale è fatta una sanatoria. Costui in realtà ebbe a
reggere la chiesa concordiese perché Ezzelino, presa Feltre nel 1247, gli
impedì di prendere effettivo possesso delle due chiese. Appoggiati da Ezzelino
e da Federico II i ghibellini rientrarono a Feltre e nel 1249 anche Belluno si
diede ad Ezzelino.
Adalgerio da Villata
Nel 1257 si tiene l’elezione del friulano Adalgerio
da Villalta. Già canonico aquileiese segna con la sua presenza una rinforzata
alleanza di Feltre e di Belluno con il Patriarca di Aquileia; è tuttavia un
vescovo amico dei guelfi eletto in contrasto con Eleazaro e Alessandro. Alla
morte di Ezzelino avvenuta a Cassano d’Adda il 29 settembre 1259, Feltre e
Belluno sono sciolte dal dominio dei da Romano e il vescovo guelfo può
impossessarsi delle due chiese. Di nuovo i ghibellini sono costretti all’esilio
e i loro beni sono dati al comune cittadino. Ritornano dunque i Caminesi che
spingono il vescovo alla vecchia politica: l’alleanza con Padova e
l’investitura di un Caminese, Rizzardo, del capitanato di Feltre e di Belluno.
Con giuramento d’obbedienza e fedeltà al capitano da parte dei cittadini! È un
vero ribaltamento di prospettiva: il capitano ormai si configura come un
signore sostanziale cui manca solo il formale riconoscimento dell’autorità
imperiale. Nel 1260 pur in conformità a quanto stabilito dal vescovo Villalta,
è il capitano Rizzardo che dichiara podestà e rettore della città, il padovano
Giovanni Papafava. Nel 1265 Adalgerio da Villalta investe del ruolo di capitano
di Feltre e di Belluno Gerardo da Camino.
I francescani: Iacopo Casalio e Alessandro Novello
Il Villalta muore nel 1290 circa e al suo posto è
eletto un troppo giovane e inidoneo Guecellone o Gerardo da Camino, imposto ai
due capitoli dal padre il signore e capitano Gerardo da Camino; stavolta non
giunge alcuna sanatoria dal papa che invece nel 1292 nomina al suo posto un
francescano di Valenza Monferrato, tale Iacopo Casalio. Costui cerca di
riprendere in mano il governo dei comitati e delle diocesi, di nominare
podestà, rettori e capitani. Sei anni più tardi quindi, nel 1298,
"qualcuno" provvede all’assassinio del vescovo da Casale.
È dunque eletto vescovo ancora un francescano,
Alessandro Novello[49] da Piacenza che
giunge da San Francesco in Treviso. Il 3 aprile 1299, nel palazzo vescovile di
Feltre, Alessandro investe Francesco di Castellalto del feudo di Telve. Il papa
sembra riporre molta fiducia in questo vescovo tanto che lo incarica di
arbitrare in diverse contese giuridiche e patrimoniali, anche in diocesi non
sue. Alessandro vedendosi stretto tra gli Scaligeri in ascesa, i Caminesi
ancora agguerriti nonostante l'incipiente declino, i trentini e il conte di
Gorizia si risolve di stringere alleanza con la città dalla quale proviene
ovvero con Treviso. Nel 1313 Guecellone da Camino è scacciato da Treviso e dalle
altre città che domina. La signoria dei da Camino pare in piena crisi; in tale
occasione Alessandro Novello stringe alleanza con i trevisani. Per tutto il suo
pontificato egli è coinvolto nelle interminabili contese della marca in cui,
con alterne vicende, si scontrano Caminesi, padovani, scaligeri e trevisani,
spesso con sorprendenti capovolgimenti di alleanze. Forse anche per questo egli
dovette cedere altri beni quale quello della Motta, dato nel 1318 a un
Doglioni, per rimpinguare le casse vescovili.
Nel 1320, alla morte del vescovo Alessandro,
Guecello da Camino, confortato da un’ormai stretta alleanza con gli scaligeri e
da una nuova con i trevisani, si dichiara signore di Feltre e di Belluno e
toglie i rettori posti dal vescovo.
Il neoeletto vescovo Manfredo di Collalto può
giungere a Feltre soltanto nel 1321 alla morte di Guecello assassinato da un
suo omonimo parente. Il vescovo peraltro morì a Belluno per trama dello stesso
Caminese appena giunto.
Gorgia Lusa
Mentre i capitoli delle due cattedrali eleggono
l’arcidiacono di Feltre Gorgia Lusa, il papa avignonese Giovanni nomina il
domenicano fra Gregorio Surense
vescovo di Feltre e di Belluno. Ma il patriarca di Aquileia perora la causa del
Lusa che aveva difeso la città dal Caminese. Nel 1322 è nominato vescovo
Gregorio dei Tauri che, morendo nel 1326, lascia la cattedra a Gorgia Lusa, già
eletto a suo tempo. Nel 1327 Gorgia Lusa, diviene dunque vescovo di Feltre e
Belluno. Non può essere che "amico" degli Scaligeri, i quali nel 1324
si sono resi signori di Feltre e di Belluno e spadroneggiano su tutta la marca.
Nel 1331 all’arrivo di Giovanni re di Boemia, figlio
dell’imperatore Enrico VI, molte città tra le quali Feltre si sbrigano a
giurargli fedeltà. Successivamente, nel 1337 i figli di Giovanni re di Boemia,
Carlo marchese di Moravia, divenuto nel 1346 anche imperatore, e Giovanni duca
di Carinzia e conte di Tirolo, rivendicano le città di Ceneda, Feltre e
Belluno, già tenute dal padre. Sconfitti i Della Scala e prese con le armi
Feltre e Belluno, si fanno investire dal vescovo Gorgia Lusa dei capitanati
delle due città, ottenendo così il controllo militare su rocche, torri e
castelli pubblici. Sono gli ultimi atti dell’ormai svuotata autorità vescovile.
Nel 1347 il vescovo investe i Collalto dell’avogaria
del vescovado, già esercitata dai Caminesi dai Rambaldoni e dai Roncen. I
Collato terranno per secoli tale incombenza coi benefici derivanti.
Nel 1348 si registra un tremendo terremoto cui segue
la peste. L'evento è di gravi proporzioni, restano molto danneggiate anche le
città di Feltre e di Belluno. L'anno successivo, il 7 ottobre 1349, Carlo IV
investe della giurisdizione di Primiero il marchese di Soragna Bonifacio Lupi
togliendo così, di fatto, il Primiero dal comitato feltrino[50].
Il declino
Enrico di Waldeck e Giacomo Goblin da Bruna
Il declino dei vescovi conti corrisponde a quello
degli imperatori. Sono malati di provvisorietà e soggetti al mutare degli
eventi, come dell’umore dei principi, non più in grado né di attuare una
politica lungimirante di sostegno ai loro vecchi vassalli, né del resto dotati
delle necessarie risorse per mutare il corso degli eventi. Con la crisi
dell'autorità imperiale tramonta la funzione comitale dei vescovi, i quali
restano ancorati sempre più alla loro primigenia funzione ecclesiale.
Alla morte del Lusa nel 1350, diviene vescovo di
Feltre e di Belluno il cavaliere teutonico Enrico di Waldeck[51].
Al Waldeck l’imperatore aveva concesso la giurisdizione sulla contea di Cesana
obbligando i conti e la popolazione ad ubbidirgli. Sembra il tentativo
imperiale di riconquistare la zona. Il vescovo Teutonico muore già nel 1353,
gli succede il moravo Jacopo Goblin da Brünn[52], altro uomo
indubbiamente gradito all’imperatore Carlo IV di Boemia che, infatti, nel 1354
lo raggiunge a Feltre. è in tale occasione che l’imperatore visita il santuario
di San Vittore con le annesse fortificazioni, fa concessioni e accoglie in
Feltre ambasciatori di varie città e signorie. Successivamente si reca a Milano
e a Roma dove ottiene le corone di re d’Italia e d’imperatore romano. Al
ritorno si ferma nuovamente al santuario da cui fa trarre il teschio di Vittore
che porta con sé. Carlo concede alla
città dei non precisati privilegi e conferma i nobili al governo cittadino e
nelle loro prerogative di potere. Ancora si coglie ancora un rapporto diretto
tra imperatore e cives e nobili
minori, indice della diminuita funzione dei vescovi conti. Il potere imperiale
che sembra rinnovare la sua presenza nella regione si nota anche dal fatto che
il fratello di Carlo, Nicola, è allora il patriarca di Aquileia. Il vescovo,
perduta definitivamente la giurisdizione su Cesana, riacquistata per poco,
riceve in cambio quella sull’Alpago.
La presenza dell'imperatore tuttavia è effimera, e
appena venuta meno forte scoppiano nuovi disordini. Nel 1356 la guerra tra i
veneziani e il re d’Ungheria Sigismondo, appoggiato in loco dai Carraresi e dal
patriarca sconvolge nuovamente la marca. La Valsugana è tormentata dai
Carraresi e dalle truppe degli Scaligeri e del marchese di Brandeburgo. Ormai
pressoché autonomi rispetto ai vescovi i castelani prendono posizione: Xico di
Caldonazzo, capeggia la sua resistenza ai Carraresi.
La guerra lascia il segno poiché è chiaro che nella
regione la parte imperiale è tenuta con efficacia dai Carraresi. E i Carraresi
hanno già posto a Feltre il loro podestà. La lontananza dell’Imperatore e la
potenza dei da Carrara, che hanno saggiamente preparato il terreno, tutto
conduce nel 1361 ad un evento straordinario. La città, per homines et commune, si dà al totale dominio[53]
di Francesco da Carrara, capitano per il Sacro Romano Impero e signore di
Padova e del suo distretto, e ai suoi successori in perpetuo. In sostanza
Francesco Carrara di Padova è signore di Feltre. Medesima è la sorte di
Belluno.
Antonio Nasserio
Nel 1369, morto il vescovo da Bruna, il Carrarese fa nominare
dai capitoli di Feltre e di Belluno un suo uomo, Antonio Nasserio di
Montagnana. A costui, come facilmente s’intuisce non potevano rimanere che i
beni allodiali e feudali, i beneficia
e i privilegia che non avevano a che
fare col reale esercizio del ruolo comitale. Nei primi anni settanta si
riaccese la guerra tra Carraresi e veneziani, con l’entrata in campo del duca
d’Austria a fianco di questi ultimi. La guerra portò dunque nel 1373 alla presa
di Feltre e di Belluno da parte del duca Leopoldo. Un rovesciamento delle
alleanze condusse i carraresi e gli austriaci a combattere assieme i veneziani,
che nel 1375 assediano Feltre e distruggono i borghi fuori le mura. La guerra
si protrae snervante, senza tregue consistenti. Nel 1383 le truppe carraresi
saccheggiano il Feltrino.
La guerra tra Carraresi e veneziani volge al
termine, e i Carrara chiedono di definire la situazione dei domini secondo le
alleanze e gli accordi tenuti. Per questo nel 1386 il duca d’Austria Leopoldo
"restituisce" Feltre al da Carrara, ma tiene per se la Valsugana che
resta così smembrata nel temporale da Feltre.
Il comitato di Feltre è oramai un ente mutilo, se
non inesistente, e neanche sempre più viva l’idea che un conte abbia a
governarlo, ma questo era già evidente nell’atto di sottomissione al Carrarese
sottoscritto dai cittadini.
Nel 1388, con la medesima formula, i cives feltrini
si sottomettono alla trionfante signoria di Giangaleazzo Visconti di Milano. Al
vescovo Nasserio non resta che il suo ruolo spirituale: nel 1389 consacra la chiesa di
san Vittore. Fa inoltre redigere un inventario dei beni del vescovado.
Al Nasserio succede nel 1393, per elezione dei
capitoli congiunti, il francescano minore piemontese Alberto di San Giorgio. Il
titolo di conte resta, ma la funzione è ormai lontana. Così è anche per il
monaco benedettino Giovanni Capogallo di Viterbo (o di Orvieto), consigliere del
Visconti e da lui imposto nel 1398, che giunge in città soltanto nel 1400, dopo il
termine della peste che l’aveva afflitta.
Enrico Scarampi
Morto nel 1402 il duca di Milano, nel 1404 i nobili
e il popolo di Feltre sono liberi di assoggettarsi nuovamente. Il Capogallo
aveva ottenuto di essere trasferito nella più sicura e soddisfacente città di
Novara. A Feltre, era destinato dallo stesso Visconti, che prima di morire ne
aveva preparato l’arrivo, un uomo di grandi capacità, Enrico Scarampi di Asti.
Principe e consigliere del sacro Romano Impero, lo Scarampi è dotato di senso
politico ed è introdotto nelle questioni dell’impero e del papato, ma la
situazione che incontra a Feltre nel 1406, quando rassegnato entra nelle sue
chiese, è assai penosa per il suo ruolo. La città, dandosi stavolta alla
repubblica dei veneziani, è ormai uscita dall’impero. La repubblica è da sempre
bizantina, marittima e mercantile, e perciò è estranea per sua stessa natura al
modello imperiale, vassallatico e feudale. Ciò sancisce in modo più che
definitivo la morte del comitato, anche come pura e semplice idea.
La conferma del destino di Feltre e di Belluno e
l’infrangersi di ogni speranza imperiale e vescovile si ha nel 1420 quando il
Feltrino diviene definitivamente un distretto della Repubblica di Venezia. In
quel periodo anche Aquileia cade sotto il dominio veneziano: si conclude così
anche ufficialmente, il potere temporale dei vescovi e dei patriarchi, che
conservano tuttavia quello spirituale.
Scarampi sarà vescovo di Feltre e di Belluno, fino
al 1440.
Bibliografia minima.
·
Cambruzzi - Vecellio, Storia di
Feltre. Tip. P. Castaldi Feltre ed., Feltre, 1874.
·
Pellin, Storia di Feltre,
"P.C.F." Feltre, 1943
·
G. Argenta, I vescovi di Feltre e
di Belluno dal 1204 al 1462, I.B.R.S.C. Belluno, 1986
·
G. Argenta, I vescovi di Belluno
dal 170 al 1204, I.B.R.S.C. Belluno, 1981
·
aa.vv Diocesi di Belluno e Feltre. Giunta Regionale del Veneto,
Gregoriana Lib. Ed., Noventa Padovana, 1996
·
G. Granello, (a c.) Federico IV
d'Asburgo e la contea vescovile di Feltre. "Città di Feltre" -
DBS, Feltre, 2001
M. Balen
[1] Tali interventi sono stati
imposti da autorità indipendenti dalla città, e tuttavia sono ancor oggi,
ingiustificabili sul piano politico ancorché pastorale ed umano.
[2] Anarchici o autocefali di fatto, anche quando si
presentarono formalmente sottomessi ad autorità maggiori, come quella
dell'imperatore o del papa.
[3] I caminesi, infatti, erano
capitani generali e avvocati della chiesa, ovvero i difensori dei diritti
ecclesiastici. L'esercizio del capitanato consisteva nel comando militare della
zona per la quale erano stati investiti; gli avvocati godevano inoltre, ad
interim, dei poteri di vicariato comitale (visconti).
[4] Carraresi, Scaligeri e
Visconti.
[5] Probabilmente comprese le
pievi di Arsiè e di Fonzaso e forse anche quella di Lentiai.
[6] Il confine è presso la
Madonna di Pinè. Coincidono i confini diocesani con quelli del municipium, oppure si deve pensare ad
una comunità rimasta fedele alla chiesa matrice, quella di Feltre in questo
caso?
[7] Erano chierici, non
necessariamente presbiteri, che vivevano in comunità secondo una regola di tipo
monastico. L'istituto dei canonici ebbe particolare fortuna nel 816 quando il
Concilio di Aix-la-Chappelle estese sostanzialmente lo spirito della regola di
Chrodegang a tutte le cattedrali dell'impero.
Le cariche principali del capitolo dei canonici erano quelle del decano
e dell’archidiacono, vi erano poi i curati, il sacrista, il precettore, i
mansionari, i rettori delle chiese dipendenti dal capitolo, gli altaristi,
preti non titolati e diaconi.
[8] Con obbligo di contribuire
in natura alla mensa vescovile.
[9] Restavano danneggiati o
distrutti l'episcopio, il castello dei canonici nonché parte della chiesa
maggiore: "sdegnati però i trevigiani non vollero partire senza lasciare
qualche segno di rigorosa vendetta contro de' feltrini, onde a 25 di marzo, che
fu il mercoledì santo, attaccato il fuoco al vescovado, che era vicino alla
chiesa cattedrale, ove di presente si trova fabbricata la chiesa col monastero
di san pietro; quasi del tutto fu consumato assieme col castello delle
canoniche. Indi entrato il fuoco nella chiesa maggiore, si abbruciò in buona
parte, restando in quest'incendio divorate molte reliquie di santi, che ivi si
conservavano con gran venerazione." In tale occasione la torre era servita
ai feltrini che difendevano la fortificazione della cattedrale a respingere
l'attacco trevisano: essi dalla sua
sommità "fulminarono i trivigiani e li costrinsero a levare l'assedio
della città."[Cambruzzi]
[10] Della chiesa romanica,
più volte distrutta e ricostruita, rimangono la cripta (composta però con
elementi architettonici Romani, bizantini ed altomedievali), buona parte
dell’antico abside quadrato, poi trasformato in presbiterio nel XV° secolo, ed
una monolitica cattedra episcopale del XIII° secolo
[11] Lo evidenziano i registri
dell’archivio vescovile.
[12] Poi sostituita forse da
santa Giustina
[13] Datata al 1438 (?)
[14] Citata nel 1083
[15] Esistente nel 1375, forse
presso il castello, ma precedente di fondazione, poi spostata a Strigno.
[16] Molto antica (?) 1184
Lucio III plebs SINI (?) Pieve Tesino 1208
[17] L'ospedale era forse
retto dai templari o dai Benedettini o da organizzazioni o da confraternite
locali, poi diventò un priorato sine cura.
[18] Nel "comitatus" si trovano la città,
alcuni centri minori (villaggi, pievi…) castelli, talvolta monasteri,
"curtis", feudi e allodi.
[19] Cosicché diventarono in sostanza degli allodi.
[20] Tuttavia saranno al
contrario gli aspetti patrimoniali, il vero centro degli interessi nel tardo
periodo dei comitati vescovili
[21] Prima del 1331
[22] In Primiero.
[23] Pari al 10% del prezzo di
vendita di uno di questi privilegi.
[24] Tra i più importanti i da
Caldonazzo. Feltre ebbe appunto un'aristocrazia costituita perlopiù da genti di
tale provenienza.
[25] Dopo il suo smembramento
dal comitato pare che il comune di Primiero esca più autonomo e rafforzato.
[26] Ossia dei caporegola.
[27] Prammatica sanzione.
[28] Editto di Rotari.
[29] L'incoronazione a re
d'Italia è sostanzialmente a re dei Longobardi: Carlo è dunque formalmente il
successore di Desiderio.
[30] Tale fatto conferma
l'opinione che il ducato di Ceneda non sia stata che una sorta di regione
militare, una circoscrizione tutta conclusa nel suo ruolo di apparato
difensivo: sovrastruttura incapace di
mutare gli assetti profondi del territorio e di lasciare segni cospicui, se si
eccettua l’anomala permanenza delle terre di Mel e di Cesana nella diocesi di
Ceneda. Il municipium romano era
dunque rimasto in vigore pur sotto le vesti della iudiciaria o castaldia, anche nel periodo longobardo.
[31] Nel 796 il concilio
provinciale di Cividale è stabilito il celibato dei preti.
[32] Un effetto di ciò è il
rapido fenomeno dell'urbanesimo che si nota intorno al Mille.
[33] Altrimenti
"Teoperto".
[34] Il controllo esercitato
dall'imperatore sul papato ebbe anche lo scopo di ridare alla figura del
vescovo di Roma un senso universale, altrimenti sempre più ripiegato in una
politica localistica e particolare.
[35] Lo scandalo era così
stigmatizzato: aurum dedi et episcopatum
comparavi.
[36] Ciò provocò la
rivoluzionaria riforma cluniacense.
[37] Con il diploma del 1027,
il cui originale è perduto.
[38] Con Poppone inizia una
successione di patriarchi tedeschi.
[39] Il nome
"Odorico" fa pensare ad un vescovo di origine germanica, parimenti a
molti patriarchi del tempo.
[40] Poi nominata di
Sant’Elena e congiunta della cattedrale.
[41] Altrimenti
"Guberto".
[42] Il basileos aveva posto
in Ancona un contingente militare e stringeva alleanza con i genovesi.
[43] Più tardi il vescovo di
Belluno riesce a rientrare nei favori di Federico e ad essere nuovamente
ripristinato nel ruolo.
[44] In tale occasione i
feltrini costringono il vescovo Drudo a inviare il loro sindaco a Treviso per
scusarsi dei patti loro ostili tramati dal vescovo.
[45] Per chiese si intende
enti ecclesiali? O beni degli ecclesiastici ancorché allodiali e privati? Oppure
dei comitati vescovili?
[46] Il vescovo di Ceneda darà
ragione ai canonici bellunesi.
[47] Vescovo di Feltre dal
1202.
[48] Tisone.
[49] Noto per la
"diffalta" citata nella Divina Commedia.
[50] Il Primiero tuttavia
resta nella diocesi feltrina.
[51] Principe nel dipl. imp.
del 1351
[52] Principe nel dipl. imp.
del 1358
[53] "statuimus […] quod […] Franciscus de
Carraria, civitatis et districtus Paduae, …dominus generalis terrae civitatis
Feltri et totius districtus et civitatis; et quod in dicta terra comitatu seu
districtu ejusdem habeta et habere debeat plenum, merum et mixtum et purum
imperium, liberum arbitrium et gladii potestatem, ad integram ordinationem et
jurisdictionem …"
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