venerdì 22 luglio 2022

Il comitato vescovile di Feltre

C'è stata un'epoca in cui a Feltre ha avuto sede un'autorità di carattere regionale. È durata pochi secoli e tuttavia, in quei secoli ha impresso il carattere dell’odierna feltrinità. Tale epoca fu quella in cui si compì la parabola dei vescovi conti.  Dell'eredità ricevuta dal suo antico comitato vescovile la città tardomedievale e moderna si è dimostrata  una ben debole amministratrice non avendo potuto o saputo far fronte alle numerose sopraffazioni e mutilazioni che si sono susseguite nel tempo e che hanno determinato la fine del vescovado. Fine culminata con la soppressione della diocesi voluta dal Vaticano e dal vescovo Maffeo Ducoli nel 1986. [1]. L'identità feltrina, o quel che ne resta, è tuttavia un'eredità del dominio dei vescovi conti.

Ad onore degli storici che se ne curano va detto che è tutt'altro che semplice studiare la complicata istituzione del comitato vescovile feltrino. Il periodo ha lasciato ben poche testimonianze documentarie. Poche, almeno, rispetto ad altre realtà geografiche e alla stessa età moderna feltrina. A complicare gli sulla materia vi è il fatto che gli istituti giuridici legati ai poteri (pubblici e privati) di quel tempo sono spesso puramente teorici; l'applicazione del diritto era condizionata, infatti, dalle congiunture e dai rapporti esistenti tra le varie forze in campo. Inoltre nella figura dei vescovi conti si ebbe una fusione di poteri di natura e di origine diverse, tanto che anche la sola esplorazione di essi richiede oggi molta cautela.

I vescovi conti feltrini furono legati alle più eminenti figure del loro tempo: l'imperatore, il papa e il patriarca di Aquileia, ma nelle loro vicende fu altrettanto determinante la presenza di altri protagonisti: la piccola nobiltà locale, i cittadini, le comunità rurali e soprattutto quegli anarchici[2] potentati familiari che oggi usiamo chiamare "Signorie". La storia dei vescovi conti è inevitabilmente la storia degli imperatori e dei papi che li hanno nominati, consacrati ed investiti. È la storia delle città e del loro ambivalente rapporto con l'impero e con la chiesa. È la storia delle signorie e della bassa feudalità, dei cavalieri, dei preti dei nobili, dei cittadini e dei rurali. 

Le fortune dei vescovi conti dipesero, dunque, da una complessa e dinamica rete di poteri e da quelle forze che li attorniavano; con il mutare degli equilibri sociali e strategici, essi dovettero ricercare continuamente nuove stabilità e nuove alleanze. Ecco perché è così difficile tracciare una e una sola identità ideale dei vescovi conti: in realtà essi furono cangianti e capaci di grandi adattamenti. Ed ecco perché è preferibile tracciarne un ritratto attraverso i tanti volti concreti che la storiografia ci tramanda.

Nel Feltrino il dominio dei vescovi si protrasse formalmente fin oltre il secolo XIV, ma già almeno dalla seconda metà del Duecento i Caminesi[3] avevano saputo approfittare di ogni fessura nel rapporto tra vescovi, feudatari minori, città e impero, per costruire una salda signoria di fatto. Seppero cioè sovrapporre gradualmente il proprio potere a quello dei vescovi fino a sostituirlo del tutto. In seguito, signori e potentati[4] più solidi di quello vescovile feltrino - bellunese, ormai abbandonato dagli imperatori, presero il sopravvento e nel XV secolo, con l'ingresso di Feltre nella repubblica veneziana, si chiuse del tutto la parabola dei vescovi conti.

Uno scenario del potere

Volendo delineare il tipo di funzioni e di poteri assunti ed esercitati dai vescovi conti feltrini, mi pare insufficiente ricorrere, come in genere si usa, alle due sole categorie del religioso e del temporale e preferisco distinguerli meglio, come segue, in poteri di natura:

·         Ecclesiale

·         Politica

·         Militare

·         Giuridica giurisdizionale

·         Amministrativa patrimoniale pubblica

·         Amministrativa patrimoniale privata

I poteri più antichi

La figura del vescovo è antica e deriva dagli apostoli. Si tratta di un ruolo prettamente ecclesiale e in questo senso il potere vescovile si manifesta principalmente nel battezzare i fedeli e nell'ordinare i diaconi e i presbiteri, nell'assegnare loro le chiese e le funzioni, nel dirigere la vita pastorale della diocesi. Il presiedere la comunità cristiana, però, dava al vescovo un'autorità impareggiabile: egli, infatti, organizzava l'azione pastorale e caritativa, sosteneva iniziative culturali e di alfabetizzazione, e indirizzava la morale della comunità, da cui scaturiva anche un certo diritto pubblico. I vescovi del periodo "precomitale" erano quindi già dotati di larghe prerogative "politiche" che derivavano loro dall'autorità religiosa, ma anche dal consistente patrimonio amministrato.

Il territorio del vescovo era ed è la diocesi. Quella feltrina comprendeva in antico l'attuale Feltrino[5], l'intero territorio del Primiero, il Tesino e la Valsugana sino alle porte di Trento, ossia alle pievi di Pergine e di Calceranica[6].

Le strutture della chiesa vescovile furono principalmente tre: la cattedrale, le pievi e le cappelle vescovili. Il centro della diocesi era la cattedrale. Per analogia con altre sedi diocesane e desumendo dai titoli delle chiese ancora esistenti, si può tranquillamente ipotizzare che anche a Fltre esistesse in antico un quartiere cattedrale che comprendeva una basilica maggiore, una basilica minore, un battistero e una domus episcopi. Più tardi era stata edificata anche la domus canonica, poiché, in epoca carolingia, si era stabilito che presso ogni cattedrale risiedesse un capitolo di clero "canonico"[7]: un vero manipolo di chierici che facevano della cattedrale una centrale operativa per il controllo della liturgia e di ogni esigenza pastorale. Parte integrante della cattedrale, la prima domus episcopalis, poteva essere stata eretta, presso le basiliche, già nel V secolo, in seguito alla fondazione della Diocesi. Nel 781, il vescovo Endrighetto da Corte aveva disposto un lascito di 380 lire e 13 ducati per edificare una casa episcopale. In seguito alle aggressioni dei trevisani del 1153 e del 1176 tale edificio avrebbe perso d'importanza tanto che già nel 1177 il vescovo Drudo l'aveva concesso in beneficio a Rambaldo da Romagno[8]. Tantopiù che nel 1179 la città aveva ottenuto dall’imperatore Federico di trasferirsi e di fortificarsi sul colle. Dopo il 1220, allorché i trevisani ebbero a infliggere nuove distruzioni all'area della cattedrale[9], i vescovi trasferirono la loro residenza intra moenia. La nuova sede fu dapprima presso la torre del duomo, nei pressi dell’attuale piazzetta Odoardi, poi con Adalgerio da Villalta, nella seconda metà del Duecento, l’episcopio fu costruito in un’area più adatta alla difesa, presso l'attuale via del Paradiso. Nonostante le vicende belliche la cattedrale rimase invece al suo posto, e con il X° secolo risorta in forme romaniche divenne il centro culturale ed artistico del territorio di Feltre[10]. Perduto l'antico battistero poligonale, dal ‘300 al ‘400 subì numerosi interventi di ampliamento e di decorazione degli edifici rimasti, voluti perlopiù dai vescovi o dal capitolo.

Struttura fisica ed organigramma simili a quello della cattedrale, ma di misura ridotta, erano presenti anche presso le pievi, il cui piviere era talora molto vasto.

Le chiese non erano allora necessariamente dipendenti dal vescovo, perciò una preoccupazione dei vescovi in materia spirituale fu spesso di poter nominare preti nelle chiese periferiche. Si trattava di un effetto del medesimo principio su cui si fondava la chiesa imperiale: i signori laici, in tutta Europa, istituivano conventi, chiese e cappelle, nonché nominavano e stipendiavano dei preti. La chiesa "imperiale" e quella "privata" o di "signoria" entravano in aperta concorrenza con quella vescovile, così come accadeva con  le abbazie dalle quali dipendevano non soltanto monaci e monasteri, ma perfino cappelle, che più o meno legittimamente si accollavano la cura d'anime di un certo territorio.

Anche se è vero che ancora nel XIV-XV secolo avveniva la fondazione di chiese di borgo e di villa talora in contrasto con i Pievani, i vescovi feltrini avevano in generale un’autorità assoluta nel disporre delle sedi ecclesiali, almeno presso le pievi[11]. E i pievani erano nello spirituale la longa manus del vescovo come i villici o i milites secundi lo erano nel temporale. Secondo un modello analogo a quello vassallatico essi agivano alla stregua di vescovi minori, potendo battezzare e circondarsi talora di chierici alla maniera delle collegiate.

Tra le pievi feltrine si possono elencare Santa Maria di Servo, San Pietro di Lamon, Santa Maria di Cesio, Santa Maria di Formegan[12], San Siro di Seren, con le sei pievi di Valsugana: Santa Maria di Borgo, Sant’Ermete di Calceranica, San Giacomo di Grigno[13] e quelle di Pergine[14] e di  Ivano-Strigno[15], Santa Maria di Pieve Tesino[16], e l’importante Santa Maria di Primiero. Vi erano anche delle cappelle importanti quali Vignui, Pedavena, e in Valsugana Vigolo Vattaro, Levico, Roncegno e Telve. Anche le pievi di Arsiè e di Fonzaso insistevano su terre che appartenevano in all’agro feltrino e pertanto dovevano essere state in origine nella diocesi della medesima città. Tuttavia furono infeudate da Berengario al vescovo di Padova che le trasformò indebitamente e illegittimamente nei suoi territori diocesani, furbamente confondendo a suo vantaggio, e a svantaggio sia di Feltre sia del buon diritto e della pastorale, le prerogative del vescovo con quelle del feudatario.

Le fondazioni monastiche che, come s'è detto, erano in genere un forte concorrente dell'autorità vescovile, nel Feltrino non ebbero uno sviluppo tale da minare l'autorità dei vescovi. In effetti, abbondarono in città gli ordini mendicanti e i monasteri femminili, ma il territorio ebbe invece ben poche fondazioni monastiche. In Valsugana non ve ne fu alcuna, escludendo il monastero di San Pietro in Valdo, esistente forse nel XII in Pergine, e l’ospitale di Ospedaletto[17]. In Primiero vi fu il solo ospedale, poi monastero benedettino, di San Martino. In epoca piuttosto tarda il solo monastero di Vedana, controllato dai canonici bellunesi che fu di certo la presenza più rilevante nel comitato.

Va detto che i vescovi del periodo comitale lasciarono numerosi vuoti nel loro impegno pastorale. Ciò si deve principalmente proprio al potere temporale concesso ai vescovi, che fu tanto appetibile da condurre molti uomini di scarsa propensione cristiana e pastorale ad occuparne indegnamente il seggio. L’amministrazione della vita pastorale fu spesso povera e piuttosto lasciata al clero: decano e arcidiacono, capitolo e pievani. Tuttavia anche da parte di costoro vi fu spesso una preoccupazione di tipo prevalentemente amministrativo, tranne che nei casi di allarmante eresia. Il potere regale era un sufficiente garante e bastava a determinare una pur forzosa adesione del popolo alla chiesa. Inoltre la sete di sacro e di spiritualità fu così intensa in quei secoli, e tale fu la spontaneità dei movimenti religiosi ed ascetici, che non vi fu mai il bisogno di motivare al sacro, quanto piuttosto di gestirne gli eccessi.

I poteri comitali, honor et districtus

Al tempo di Carlo Magno le città in genere erano sedi di un comitatus. Si trattava sostanzialmente di provincie amministrative e militari del Sacro Romano Impero che comprendevano, oltre la città, il territorio circostante[18]. Spesso il territorio del comitato corrispondeva all'incirca a quello del municipium romano e della diocesi cristiana. Come il comitatus anche il municipium era, infatti, una sorta di circoscrizione soggetta a una città ed era analogo per molte ragioni anche alla diocesi, il territorio ecclesiale guidato da un vescovo.

Ogni comitato era affidato ad un conte che rappresentava l’imperatore in ogni cosa ed era tenuto a governarla secondo le leggi dell'impero. Il Conte era un miles di alto rango, un " compagno" dell'imperatore al quale il sovrano affidava il governo di un comitatus e in particolare il compito di provvedere

·         Alla difesa militare del comitato e degli abitanti dalle violenze dei nemici, dei criminali e dei ribelli,

·         All'amministrazione della giustizia,

·         Alla riscossione dei tributi per il mantenimento dello stato.

Le questioni civili ed economiche erano lasciate in genere ai cives e ai proprietari terrieri, i quali, spesso capeggiati dal vescovo si arrangiavano nel governo delle città e delle campagne.

Per chiarezza va detto che in origine il conte era una sorta di pubblico funzionario e non possedeva il comitato, ma lo governava soltanto. Ben altra cosa erano i feudi: fondi con i quali il conte era compensato del suo ufficio e che potevano trovarsi sia all’interno che all’esterno del comitato da questi governato. Il comitatus non era un feudo, bensì un distretto pubblico dall'estensione generalmente molto più grande; per questo è scorretto dire che “il comitato di Feltre fu un feudo vescovile o imperiale“. La confusione è giustificata dal fatto che, in epoca successiva alla morte di Carlo, furono concessi dei feudi in forma ereditaria[19], altrettanto avvenne per il titolo di conte. Furono dunque chiamate contee le piccole o grandi terre possedute dai signori che, pur non esercitando più la funzione di conte, ne avevano comunque ereditato il titolo; le contee di questo tipo, nonostante il nome, erano in realtà feudi o allodi e non comitati.

Il comitato di Feltre era iscritto entro la marca Aquileiense, poi Foroiuliense, poi Veronese e Trevigiana. Per marca si deve intendere, infatti, una regione di confine, costituita da territori particolarmente esposti agli attacchi dei nemici e, per questo, raccolti in un'unità difensiva. In essa si trovava rafforzato il sistema difensivo, ovvero l'esercito e i castelli. A garantire l'unità del territorio era un miles dai poteri particolari detto "marchese", a costui l'imperatore dava di presiedere e, in caso di guerra, di comandare a tutti gli effetti, i conti e i sudditi della marca.

Durante l’impero ottoniano molti comitati furono affidati ai vescovi. Ne è nato il termine "vescovo conte" con il quale la storiografia tradizionale indica i vescovi che, come quello di Feltre, di Bressanone e di Trento, avevano ottenuto concessioni di giurisdizione temporale e militare su territori che di solito coincidevano con la loro diocesi. Di recente la storiografia più aggiornata è prudente nell’uso di tale definizione perché è fuorviante, infatti, i vescovi ottenevano poteri comitali, ma in genere non il titolo di conte. Inoltre troviamo usato più volte in modo analogo il titolo di princeps (principe) per designare i vescovi dotati di signoria sui comitati imperiali.

Innanzi tutto il conte era, come s'è detto, il rappresentante dell’imperatore, vale a dire della regalità cristiana. Ora, la regalità cristiana terrena doveva rispecchiare quella divina del Cristo. Il re era dunque immagine del Cristo nell'esercizio delle sue prerogative regali. A quei tempi il ministero regale si esplicava sostanzialmente nella difesa e nel giudizio. La raccolta delle risorse finanziarie e materiali e l’amministrazione civile, erano, in sostanza, marginali, almeno nella visione ideologica più pura e primitiva[20]. Tale fu la funzione e la natura della regalità, tale dunque quella del conte che ne fu il braccio nel particolare.

Per quanto detto, i poteri comitali in senso proprio dovevano limitarsi alle sole questioni militari e giurisdizionali, ma avevano inevitabili riverberi nella pubblica amministrazione, patrimoniale e finanziaria. La figura del vescovo conte, inoltre, univa in modo indissolubile anche i poteri derivanti dall'ecclesiale, ivi compresi quelli "politici", con la capacità insita di condizionare le vicende storiche ben oltre i limiti, già ampi, delle prerogative istituzionalmente concesse ad un conte. E d'altra parte, il vescovo conte era di regola anche un grande possessore di terre allodiali e feudali nelle quali esercitava una signoria personale, che poco centrava col suo ruolo di vescovo o di conte e inoltre, come per ogni altro grande possessore, tanto patrimonio generava una ancor più consistente capacità politica.

Se dunque al conte spettava la nomina di giudici e capitani, l'influenza del vescovo conte si dimostrava ben più estesa. Il Cambruzzi riferisce che a Feltre, ancora nel Trecento, epoca di declino del potere vescovile, egli eleggeva uno dei due giurati e i savi della città l’altro, a lui spettavano i capitanati di Primiero[21], di Borgo e di Agordo col suo distretto, le podestarie del Primiero, della Valsugana e di Cesana con le loro giurisdizioni, le castaldie e le mariganzie di Feltre e di Belluno. Anche la vita amministrativa cittadina era dunque condizionata dal vescovo e assai prima e assai di più che dal conte laico.

In genere il vescovo delegava all’amministrazione economica del contado dei gastaldi, detti anche villici e vicedomini. Al villico era spesso demandata anche la giurisdizione civile mentre il vescovo conservava per sé quella penale. Alle dipendenze dei villici vi erano dei funzionari chiamati decani, le cui funzioni dovevano essere pressoché amministrative, e di controllo. Il decano doveva sovrintendere alla degania, una sorta di circoscrizione amministrativa probabilmente a carattere più fondiario che politico o comunitario pastorale. Le comunità locali esprimevano invece il marigo o mariga, o marzolo[22]: una sorta di capo che presiedeva la comunità regoliera, sovrintendeva al corretto uso delle terre comuni e poteva sentenziate in materia di polizia rurale. In origine la carica, detta marighezza o mariganzia, doveva essere attribuita dai capifamiglia della regola o della villa, ma successivamente era divenuta una concessione vescovile (comitale), ed avveniva perciò in forma di investitura vassallatica. Ai villici, degani, marighi e ai milites secundi, homines, ecc. erano concesse varie investiture sulle montagne e sui diritti di riscuotere le decime di case e di terre nelle ville. Con il passare dei secoli, molte di tali concessioni divennero puramente formali e le montagne, le marighezze e le decime si trasformarono in beni e rendite propri delle famiglie investite. Il vescovo si limitava a far pagare uno scudo d'oro per ogni atto d'investitura e a riscuotere una tassa[23]. Tutte queste figure di infimo rango vassalatico costituirono quella bassa feudalità che subentrerà al potere vescovile e si renderà in seguito protagonista della microstoria del territorio[24]. Il potere dei vescovi è insieme il motore generante le attese di autonomia delle comunità civiche e rurali e insieme il loro freno. Un freno tale da impedire in Feltre e Belluno, e negli altri centri soggetti ai comitati, lo sviluppo di realtà comunali completamente laiche ed autonome. Tuttavia esse emergono, anche se in forma aristocratica: come nel caso delle famiglie Romagno, Lusa e Corte che assegnavano gli uffici della comunità. La città di Feltre creava in epoca tarda i capitani in Primiero, alla Rocchetta, e alla Chiusa di san Vittore, alla Scala e al Covolo; nominava i due giudici di Borgo Valsugana, ed un altro a Solagna e Cismon. Pur con la conferma del capitano generale, il comune feltrino nel XIV è in grado di nominare il podestà in Primiero sostituendolo al villico vescovile. Già nei primi del Duecento il comune di Primiero[25] è già un’istituzione organizzata a solida ed è composto dalle quattro regole di Imer, di Mezzano, di Tonadico e di Transacqua e Siror, guidate dai marzoli[26], che finiscono col contrapporsi al feudo vescovile che circonda e ingloba la pieve.

Il vescovo di Feltre esercitava la giurisdizione spirituale in un territorio non del tutto coincidente con quello comitale. Arsiè e Fonzaso, come Sospirolo e Cesana e Zumelle sono soggetti al potere comitale dei vescovi, ma non a quello spirituale. In Primiero e nella Valsugana orientale coincidono i territori del temporale e dello spirituale. Così pure è in Tesino e nel Primiero.

Il patrimoniale: rendite, allodi e feudi

Le rendite vescovili sono tante e hanno un’ambigua natura: sono da annoverarsi tra le rendite di carattere feudale del vescovo conte, o tra quelle amministrative del comitato o piuttosto tra quelle della curia diocesana? Si tratta delle mude, le gabelle, i livelli, gli affitti, le rendite, le acque, i monti, e la metà di tutte le condannagioni della città. Vi sono poi i privilegi e le immunità, tra i quali l’autonomia dal comune e la possibilità di giudicare la propria famiglia. I possedimenti allodiali o feudali del vescovo sono dislocati, dentro e fuori del comitato e della diocesi, comprendendo per esempio Maser, Mussolente, Polcenigo, Cesana ed altri castelli.

I vescovi conti di Feltre

I prodromi: il periodo "precomitale"

Fontejo

Costantino aveva concesso alle chiese di possedere dei beni terrieri ed immobiliari, cosicché, per le donazioni dei possessores privati, accresciute, durante le lunghe guerre gotiche, anche da coloro che intendevano porre i loro beni sotto il patronato della chiesa, il vescovo disponeva di un ampio patrimonio fondiario ed immobiliare. In seguito Giustiniano aveva devoluto grandi proprietà della casa imperiale alle curie cattoliche, aveva inoltre assegnato importanti compiti pubblici ai vescovi, già peraltro riconosciuti come patrizi romani. Compiti civili e giurisdizionali, ma anche militari. Aveva loro attribuito, infatti, il potere di intervenire sulla nomina dei governatori delle province[27], e la facoltà di dotarsi di uomini in armi per la difesa dalla chiesa.

Intorno al 610 nasce probabilmente il ducato longobardo di Ceneda, il secondo dopo Cividale. Ed è questo il nuovo quadro istituzionale che coinvolge il vescovado feltrino con quelli di Opitergium, di Ceneta e di Bellunum. Belluno era un distretto giurisdizionale (iudiciaria), amministrativo (castaldia) e militare (capitanato). Feltre doveva avere le medesime caratteristiche di Belluno. I due centri erano soggetti al ducato cenedese. Ma il carattere del ducato longobardo doveva essere essenzialmente militare e riguardare prevalentemente i longobardi. I romani, almeno in parte, continuavano a reggersi ancora con antichi istituti giuridici e amministrativi, ancorché logorati dalle guerre e dalle dominazioni[28].

In questo periodo è interessante soffermarsi sulla figura di Fontejo. È un vescovo dal nome romano, il primo di cui si abbia notizia dopo il famoso e leggendario Prosdocimo. Intervenne ai sinodi patriarcali di Grado e di Marano o vi mandò un suo delegato. Fu interessato e partecipe rispetto alle vicende storiche della regione, antilongobardo si trovò a convivere con quella gente in casa. La sua fu una posizione ovviamente difficile e non è ancora del tutto chiaro lo scenario reale entro il quale egli si mosse. Stando alle notizie generali sulle condizioni vissute dai vescovi dell'epoca e alle poche che lo riguardano direttamente, Fontejo possedeva terre e castelli e poteva farne dono ai propri fedeli; interveniva in materia giudiziaria, se non altro in ambito romano, e poteva disporre di una sua milizia, vescovile o cittadina, a tutela della chiesa. L’embrione del futuro potere comitale dei vescovi feltrini era già abbondantemente delineato.

La forza dei vescovi della regione aquileiese è espressa anche politicamente, ne dà atto la vicenda dei tre capitoli cui Fontejo partecipa con convinzione: il patriarcato si dissocia dal vescovo di Roma e agisce con sicurezza e autonomia nei confronti dell’imperatore Maurizio. I vescovi sono mediatori tra il mondo longobardo, popolo dai mille voltafaccia politico-religiosi, quello dei Franchi e l’Impero Romano. Anche da questo ruolo di mediatori essi traggono vigore e autorevolezza. Fontejo come gli altri vescovi del tempo, sperò invano che il dominio longobardo avesse a finire, e che fosse presto sostituito o da quello romano, legittimo, o da quello franco, se non altro stabilmente cattolico.

Endrighetto da Corte

Nel 774 Carlo magno, definitivamente sconfitti i Longobardi di Desiderio, si fa incoronare re d'Italia[29]. Seguendo la già consolidata tradizione romano-cristiana, in continuità ideologica con Costantino, Teodosio e Giustiniano, Carlo ritiene di regnare in veste di difensore della chiesa. I poteri che egli affida al vescovo, testimoniano tanto il ruolo che si voluto dare, quanto la fiducia che egli ripone nell’apparato ecclesiale. Il riconoscimento per la sua "devozione" alla chiesa gli giunge nel natale dell’800, quando a Roma papa Leone III lo incorona imperatore dei Romani. Il titolo gli fu poi riconosciuto col trattato di Aquisgrana nel 811 - 812 anche dall’imperatore d’Oriente Michele Rangabe. Con la morte di Carlo avvenuta nel 814 inizia tuttavia il disfacimento dell’impero.

Carlo magno aveva suddiviso il territorio imperiale in comitati e Feltre era uno di questi[30]. Ogni comitato era sottoposto ad un conte, cui però si affiancava in ruolo complementare il vescovo. E il vescovo, l’unico nel comitato a non essere sottoposto all’autorità del conte, appare nelle intenzioni di Carlo come l’altro braccio della sua stessa regalità cristiana. Alla coppia conte e vescovo, investiti di ogni autorità sulla città e sul comitato, fa contrappunto l'analoga coppia dei missi dominici: un vescovo e un conte investiti del ruolo di ispettori e supervisori tanto nell’amministrativo, quanto nel militare e nel religioso.

L'azione di Carlo non lascia dubbi circa l’importanza dei vescovadi. Il sovrano apre, infatti, un periodo di rinnovamento nelle cattedrali, nelle quali vuole rinforzare la presenza dei preti canonici e dispone che siano dotate di scuole per l’insegnamento del latino e delle arti. Attento alle sorti del patriarcato di Aquileia, di cui Feltre è suffraganea, nel 787 vi nomina patriarca il suo compagno di corte Paolino, appena prima di occupare direttamente, nel 789, la Venezia Giulia e l’Istria[31]. Nel 812 stabilisce i confini tra le chiese metropolitane di Salisburgo e di Aquileia e finanzia il patriarca Massenzio affinché questi possa riportare la vecchia sede del patriarcato aquilejense all’antico splendore.

Durante il dominio di Carlo è da evidenziare la presenza del vescovo Endrighetto da Corte. È lui che nel 781 dispose un lascito di 380 lire e 13 ducati per far edificare, presso il complesso delle basiliche, una domus episcopi. Non fu la prima, che doveva essere sorta in seguito alla fondazione della Diocesi, ben prima di Fontejo, ma la donazione di Endrighetto può essere intesa invece come il probabile segno di un rinnovo del vescovado o, meglio, di una rinascita dopo le dure vicende del dominio longobardo.

Visto nell'ambito dell'ideologia carolingia, Endrighetto deve aver sostenuto il ruolo sopra accennato di braccio ecclesiastico del potere imperiale-comitale in Feltre. Non fu quindi un vescovo conte, ma il suo ruolo, non minore rispetto a quello avuto dai suoi predecessori di epoca longobarda o goto-bizantina, doveva già comprendere molti di quegli elementi caratteristici del potere che più tardi sarà proprio dei cosiddetti vescovi conti.

Amato

La morte di Carlo comportò una sostanziale anarchia dei vassalli che si aggravò col tempo. L’epoca, segnata da numerose violenze e prepotenze, fu caratterizzata anche dal fenomeno di un diffuso incastellamento. Nel 864 Carlo il Calvo ordina ai conti con un capitolare la distruzione dei castelli dei signori locali. È una reazione del potere centrale, la cui efficacia è però assai modesta. Molti maschi privati nascono, infatti, col pretesto, peraltro comprensibile e giustificato, di resistere alle numerose violenze degli Ungari e degli Slavi che, tra il 900 e il 955, sono un’autentica peste per tutta l’Europa, e alle infinite scaramucce locali.

Intanto le cariche e i beneficia diventavano de facto e persino de jure ereditari. Nel 877, con il capitolare di Quierzy-sur-Oise, Carlo il Calvo si impegnava, pur con riserve, ad investire il figlio del conte defunto delle cariche e degli honores detenuti dal padre. Iniziava un periodo di signorie locali, anarchiche e indipendenti, refrattarie al potere centrale e al diritto pubblico. Signorie di banno la cui caratteristica principale fu l’usurpazione dei diritti, e la trasformazione dei feudi in allodi e signorie.

Vittime di tale catastrofe civile sono le popolazioni inermi delle città e delle campagne, vessate dalle prepotenze e dagli abusi dei grandi possessori, dei vassalli autocefali. Vittime anche le chiese, i vescovadi e i monasteri, che tuttavia sanno attuare una miglior difesa e che raccolgono attorno a sé numerosi consensi, anche di molti possessores minori che si pongono sotto la pur debole tutela della chiesa.

Amato e gli altri vescovi di quest’epoca non devono aver avuto vita facile. Cessato il potere imperiale, in un clima di totale incertezza e di perenne conflitto, la loro figura, indebolita e priva di mezzi idonei e di protettori sinceri, dev’essere stata però l’unica luce in un mare di tenebre. Una luce se non altro di diritto e di legalità. Poco si conosce di Amato se non che si occupò di questioni meramente ecclesiali: nel 826 intervenne al Concilio di Mantova, accanto ai vescovi Massenzio di Aquileja, Anselmo di concordia, Domenico di Padova, Teodato di Treviso, Franconio di Vicenza e Alberto di Belluno, per determinare la sede metropolitana tra Grado e Aquileia. È difficile sapere quale fosse l’autorità civile esercitata dai vescovi in questa fase storica, ma s'intuisce che almeno in campo politico essa dovette essere considerevole.

Il vescovo conte

Alberto e Benedetto da Pedavena

Divenuto nel 919 re di Germania, Enrico di Sassonia ricevette l’appoggio dai vescovi che cercavano di contrastare la disastrosa situazione creata dall’anarchia e dallo strapotere dei signori laici. Situazione, come già detto, indirettamente favorita dalle invasioni degli Ungari e degli Slavi. Enrico, forte dell’appoggio dei vescovi, avvia la riunificazione del suo regno.

Nel 936 in Aquisgrana è incoronato re di Germania il figlio di Enrico, Ottone I. Molti dei grandi signori, duchi, marchesi e conti, sono già diventati funzionari del regno. I poteri di costoro sono già stati limitati e ad essi sono già affiancati, come ai tempi di Carlo, numerosi vescovi. E costoro sono già ormai dei veri concorrenti, poiché egli li investe del titolo e del ruolo comitale. È effettivamente nata la figura del vescovo conte. Nel 948 Ugo il grande e Luigi IV di Francia si lasciavano giudicare da un sinodo di vescovi convocato da Ottone. Si era gradualmente costituita in Europa un’egemonia di Ottone di Germania. Il re sassone accarezza quindi l’idea di far rinascere il Sacro Romano Impero. Per questo nel 951Ottone I di Sassonia giunge in Italia e si proclama re dei franchi e dei longobardi, ossia re d’Italia. Nel 954 l’Europa è scossa di nuovo dalle terribili incursioni degli Ungari; l’anno successivo Ottone li affronta e li sconfigge definitivamente costringendoli a ritirarsi presso l’attuale Ungheria. Le molte vittorie e la sua avveduta politica di riordino sono ben accolte, cosicché nel 961, invocato da papa Giovanni, egli scende a Roma attraversando un’Italia a lui favorevole. Attraversa la valle dell’Adige concedendo beneficia e privilegia ai suoi sostenitori sempre più numerosi. Il 2 febbraio del 962 a Roma è incoronato imperatore del Sacro Impero Romano-germanico. Subito egli afferma la supremazia dell’imperatore sul papato, tanto che nel 966 impone ai romani e alla chiesa il papa Giovanni XIII.

Vista la comune ostilità dei signori laici, subita sia dall’impero sia dagli enti ecclesiastici, specialmente dai vescovadi, e visto il conseguente comune interesse ad indebolirne il potere, Ottone sceglie di rafforzare strategicamente il potere dei vescovi. Egli concede a molti vescovi i poteri comitali di districtus (piena giurisdizione) sulla città e sul territorio circostante, limitando grandemente i poteri del conte laico, dove esso ancora esisteva. L’azione era gradita anche dalle città che sempre più si proponevano, soprattutto in Italia, come le vere antagoniste del potere signorile e che nei vescovadi potevano riconoscersi. Dunque Ottone è favorevole alla “diade” città-vescovo e ne riceve uguale favore. Ottone inizia inoltre una politica di controllo delle zone meridionali dell’impero e protende il suo interesse verso il mediterraneo; nel contempo impone la propria autorità sul papato sottoponendolo di fatto e di diritto alla sua autorità. L’intera politica di Ottone è indirizzata al progresso delle città vescovili, anche sul piano economico e mercantile, e al controllo, sempre più stretto, dei vescovi sul contado[32]. Dallo stretto controllo dei due regni e del papato, dalla produttività dei latifondi e dalla fedeltà delle città regie e vescovili, ma soprattutto dall’appoggio dei grandi ecclesiastici, vescovi e abati, dipese la fortuna dell’impero ottoniano.

Tra i vescovi "ottoniani" nel 961 c'è quello di Feltre, Alberto[33], che partecipa con altri vescovi alla consacrazione della cattedrale di Parenzo, voluta dall’imperatore per assolvere un voto.

Secondo il Cambruzzi Ottone avrebbe concesso o confermato alle famiglie Lusa, Porta, Rainoni e Corte il diritto di eleggere tra i loro membri i consoli di Feltre il più vecchio de’ quali aveva il titolo di conte, e un pretore, ma più tardi, sempre secondo lo storico, per meglio governarsi, le città italiane costituirono li loro vescovi nel temporale principi e signori, concedendo ad essi il titolo di conti che il più vecchio dei consiglieri godeva. Così pure seguì in Feltre, dove finora conservano li vescovi questo titolo di conte. Difficile crederlo. Più facilmente, Alberto avrebbe ricevuto direttamente da Ottone I la giurisdizione comitale su Feltre, in quel quadro di riforma che puntava forse a controllare la marca veronese e il regno d’Italia attraverso le città e i comitati di Feltre, di Belluno, di Trento e Bressanone.

Nel 982 il vescovo Giovanni di Belluno imperversava con i suoi armati anche nel Feltrino, conquistando con le armi i castelli di Pietra Bullada, di Lusia e di Fonzaso. Egli era un milite di origine bavarese, divenuto vescovo forse per convenienza; il suo comportamento ne tradisce la natura puramente guerresca. Forse non si tratta di un vero vescovo conte, ma è sicuramente l'esempio del rischio insito nella soluzione ottoniana dei "vescovi conti". Quella di Giovanni fu una signoria ambigua, posta a cavallo tra due epoche e due diverse idee del potere pubblico. Giovanni in realtà non lottò né per estendere il comitato bellunese, difficilmente gli sarebbe stato possibile, né per ampliare la diocesi, cosa ancor più difficile, bensì per assoggettare a sé fondi e castelli di natura feudale, in altre parole: per estendere la signoria personale del vescovo di Belluno.

Nel 990 ad Alberto succedette Benedetto da Pedavena. Il suo dev'essere stato un episcopato già dotato ormai di tutti i caratteri derivanti dai poteri comitali pienamente acquisiti.

Enrico II si appoggia sempre più agli ecclesiastici, ma entra nel merito della gestione dei loro patrimoni, che vede compromessa dalla frequente immoralità: una buona chiesa era condizione essenziale e irrinunciabile per un buon impero. In verità Enrico promuove anche la classe dei secundi milites e quella dei cives, donando loro poteri e privilegi a scapito dei vescovi, con lo stesso intento che ebbe Ottone nei riguardi dei grandi signori laici del suo tempo. Ciò aveva favorito la nascita attorno ai vescovi di una curia vassallorum che non avrebbe tardato a creare dei problemi all’autorità comitale vescovile. Infatti, i secundi milites e i cives più volte ebbero ad allearsi per meglio insidiare i poteri dei conti, laici o ecclesiastici che fossero. Inoltre, anche Enrico II, come Ottone I, cercò di attuare una politica di egemonia sull’Europa mediterranea attraverso il controllo del papato[34].

Coloro che ricevevano beni e poteri dall’imperatore a costui dovevano certamente obbedienza e fedeltà. Tale condizione creava un evidente imbarazzo nei chierici e nei vescovi, tenuti per la loro condizione, allo stesso tempo, all'obbedienza verso la gerarchia ecclesiale. Il sempre più frequente disaccordo tra i due poteri ingenerava difficoltà enormi e poneva in crisi nella figura del vescovo conte. La scelta degli ecclesiastici di rango era tuttavia ormai finalizzata a scopi patrimoniali e politici e non certamente al bene delle anime[35]. La chiesa e i suoi quadri era diventata un affare interno alla gerarchia laica e militare: la chiesa doveva essere, come in oriente, una chiesa imperiale[36].

Richerio e Regizzone

L’imperatore germanico Corrado II di Franconia il Salico, eletto alla morte di Enrico II nel 1024, istituisce a nord della marca di Verona i tre ducati o principati ecclesiastici di Trento, Bressanone e Feltre. Egli investe in Italia come in Germania il suo potere sui valvassori a danno tuttavia dei grandi vassalli, vescovi compresi, e dei cives che gli si rendono inevitabilmente nemici. La sua, almeno in Italia, fu una politica fallimentare che diede forza alle componenti meno controllabili della società, e alle più prepotenti, poiché si trattava di un ritorno in sordina alla situazione affrontata molto più efficacemente e in senso opposto da Ottone I.

Nel 1027 Corrado stabilisce[37] e conferma i termini del vescovado di Trento e, direttamente o indirettamente, i confini delle circoscrizioni diocesana e comitale di Feltre. A Novaledo è posto il confine tra il comitato feltrino e quello di Trento, ma quasi tutta la Valsugana è in diocesi di Feltre. Riserva l’autorità civile, giuridica e amministrativa al vescovo di Feltre sulla Valsugana orientale e conferma la già scontata giurisdizione religiosa fino alla chiesa di S. Desiderio nel luogo chiamato Campolongo.

Nel 1031 il vescovo di Feltre Regizzone interviene alla consacrazione della basilica di Santa Maria e dei santi Ermacora e Fortunato di Aquileia riedificata dal vescovo Poppone[38], dopo la distruzione dovuta agli Ungari.

Odorico da Fallero e Arpone da Vidor

L’imperatore germanico Enrico III, succeduto a Corrado II nel 1039, costituisce un consilium, formato da vassalli e ministeriali, che doveva accelerare il livellamento della feudalità, compresa quella ecclesiastica, ed aumentare di conseguenza rapidamente il controllo centrale dell’impero. L’azione di Enrico III si concentrò ancora una volta sul medesimo problema: indebolire i vescovadi ribelli facendo leva sui cives e sui valvassori, secondo l’opera già avviata dal suo predecessore. Appoggiò i monasteri ritenendoli giustamente più affidabili dei vescovadi e alternativi sul piano dell’azione moralizzatrice. Nel 1046 Enrico scende in Italia, ottiene l’appoggio del patriarca di Aquileia e in genere dei vescovi suffraganei. Giunto a Roma diviene imperatore. La sua riforma della chiesa, atta a indebolire i vescovi indegni e ribelli, a lungo termine ha come risultato paradossale l’ascesa dell’autorità papale. Il papato però non si limitò ad un’azione moralizzatrice superficiale, andò a fondo, colpendo proprio la chiesa imperiale, ritenuta la prima causa dell’impurità denunciata dallo stesso imperatore. La riforma ora marciava in direzione contraria agli interessi dell’impero: solo il papa doveva poter nominare i vescovi. Nel 1054 l’affermazione sempre più forte dell’autorità papale provocava lo scisma tra le chiese greche e le chiese latine. Ciononostante Enrico non abbandonò l’appoggio al papato che dotò di nuove terre da governare.

Nel 1045-1046 è vescovo di Feltre Macilino che partecipa al Concilio di Pavia. In tale sede pare si sia decretato che il vescovo di Verona doveva prendere posto alla destra del patriarca di Aquileia. È forse il segno dell'accresciuta autorità del vescovo di Verona, secondo nella Marca Veronese (già aquileiese), al vescovo metropolitano.

Intorno al 1047 l’imperatore Enrico III nomina Odorico[39] da Faller vescovo e "principe" di Feltre.

Nel 1075 Gregorio VII vieta ai laici di investire i vescovi e abati pena la scomunica e ai metropoliti, pena la deposizione, di consacrare chiunque fosse investito dai laici. Era l’inizio della lotta per le investiture. Nel 1076 i vescovi imperiali scomunicavano e deponevano Gregorio, e questi a sua volta li scomunicava, e con loro scomunicava lo stesso imperatore Enrico IV.

Nel quadro di un’azione volta a recuperare alleanze presso i potentati ecclesiali, si nota che nel 1077 l’imperatore concede al patriarca di Aquileia il diritto di coniare le monete. L’effetto voluto non tarda ad arrivare: nel 1080, al Concilio di Bressanone indetto da Enrico IV, dei ventisette vescovi presenti ben diciannove sono italiani. L’isolamento in cui l’imperatore era caduto in Italia è terminato. Nel concilio Gregorio è accusato di aver rotto il rapporto tra regno e chiesa e di aver gettato la cristianità nel caos, al suo posto è creato papa Clemente III. In tale occasione Enrico IV, conferma al vescovo di Feltre il titolo di conte e la giurisdizione temporale sul comitato.

Nel 1116 Enrico IV è a Treviso e nel 1117 il vescovo di Feltre Arpone da Vidor è a rendergli omaggio. Nello stesso periodo, l’imperatore si porta a Feltre.

Nel momento in cui si avvia la “Prima Crociata” Arpone sfrutta l’ascesa della classe cavalleresca, da cui forse proviene, e con un atto di lungimiranza propagandistica fonda il santuario di San Vittore. Il luogo è destinato a celebrare le imprese dei milites e le reliquie sono un biglietto da visita di grande effetto sulla popolazione.

La lotta per le investiture si fa logorante e, per distendere la situazione, nel 1122 si giunge al concordato di Worms tra Enrico V e Callisto II: è riconosciuta al vescovo la duplice funzione temporale e spirituale. L’elezione del vescovo è cosa ecclesiale, ma l’imperatore concederà i benefici al nuovo vescovo, non prima di sei mesi dalla sua elezione. Nel concilio Laterano del 1123 è ulteriormente definita la situazione: il primato della chiesa romana sulle chiese particolari, il divieto ai monaci di avere cura d’anime. E un principio fondamentale: la chiesa è dei preti, i preti sono dei vescovi, i vescovi sono del papa.

Gilberto da Pedavena

Nel 1135 è vescovo di Feltre Gilberto da Pedavena, che nel 1140 interviene al fianco di Pellegrino di Aquileia alla consacrazione della chiesa di San Gregorio in Verona[40]. Del 1142 è l’attestazione nel diploma di Corrado III dei poteri detenuti dal vescovo di Feltre, in cui si vieta a chiunque di usurpare i diritti della chiesa di Feltre, in quel momento retta appunto da Gilberto[41]. Un ulteriore diploma del 1144 conferma le funzioni pubbliche detenute dai vescovi feltrini.

Due opposti: Adamo e Drudo

Federico I il Barbarossa, mostrò fin dall’inizio del suo regno l’intenzione di "aggiustare" gli affari dell’impero in Italia: di piegare i comuni e il papato alle sue regole, di eliminare o limitare al massimo le interferenze di Bisanzio[42], di bloccare nel sud l’espansionismo normanno. Nel 1155 il Barbarossa attraversa l’Italia ed è incoronato imperatore.

Suo vassallo o sostenitore è Adamo, il vescovo di Feltre, che aderisce all’antipapa Vittore IV, di nomina imperiale. Ottone vescovo di Belluno, che è di parte avversa all’imperatore, o è semplicemente fedele al papa Alessandro III, è tolto dal vescovado del quale è investito il Patriarca Pellegrino[43]. Nel 1159 Adamo è investito della contea di Cesana e, nel 1162 circa, in occasione della presa di Milano, ospita l’imperatore nella sua casa feltrina. In tale occasione Federico concede Asolo al vescovo di Treviso e conferma a Adamo i privilegi, le decime e i benefici della sua chiesa.

Adamo è ovviamente ghibellino e i partigiani guelfi subiscono l'esilio. Cosicché nel 1169 papa Alessandro, ascoltando le richieste dei guelfi feltrini esiliati, nomina per Feltre un nuovo vescovo, Drudo da Camino, in opposizione al vescovo imperiale Adamo. Adamo non demorde e incarica un milite Guglielmo Camposampiero Tempesta di Treviso di scacciare dalle terre del Feltrino i guelfi, in cambio lo investe del contado di Cesana.

Nel 1173 Adamo muore e Drudo ha campo libero per la sede vescovile di Feltre; così nel 1174 egli entra nel Feltrino venendo a patti coi ghibellini e bandisce i capi di entrambe le fazioni. Nel 1175 però permette il ritorno in Feltre del solo capo dei guelfi, Rambaldo da Romagno. La disparità di trattamento subita dai ghibellini fa riesplodere la guerra civile.

È questo anche il periodo delle guerre con i trevisani che nel 1176 danneggiano la città e incendiano la cattedrale. Il vescovo Drudo è sostanzialmente guelfo, orientato ad un freddo rapporto con l’impero. Le questioni di famiglia dei caminesi sono già inoculate nella politica di Drudo che, per favorire i caminesi in una contesa su Zumelle contro una lega di Bellunesi e Cenedesi, nel 1178, provoca addirittura una rivolta dei cives feltrini[44]. Drudo continua a tessere trame contro i trevisani per il bene della sua famiglia, anche a danno dei feltrini che ormai sembrano essere soltanto un suo bene, alla maniera di una signoria privata. Nel 1177 Drudo investe Rambaldo da Romagno addirittura della casa vescovile, vicina alla cattedrale, già fabbricata dal vescovo Endrighetto nell’anno 781, con obbligo di contribuire in natura alla mensa del vescovo. D’altra parte i Trevisani insidiano il Feltrino, anche perché questo è sottoposto ad un vescovo caminese.

Con la pace di Costanza del 1183 l’imperatore “concede” alle città italiane la libera elezione dei consoli, la riscossione delle regalie intramurarie ed extramurarie sotto pagamento di una soma, ma imponeva un tributo e l’investitura quinquennale ai consoli eletti. Feltre non è tra le città che ricevono questo statuto. Segno della distratta politica del Drudo? O piuttosto del suo pervicace disegno di perseguire gli interessi di una signoria familiare che avrebbe poco vantaggio sia dall’autonomia comunale che dall’impero. in ogni caso, un diploma dato da Federico I al vescovo Drudo conferma l’esercizio del potere signorile sulla Val Sugana, compresa nel comitato di Feltre solo fino a Novaledo.

I beni delle chiese[45] di Feltre e di Belluno sono spesso minacciati dai trevisani. Nel 1187 il vescovo di Belluno, non riuscendo a riavere i castelli occupati dai trevisani chiede al patriarca di convocare un sinodo dei suffraganei. In tale sinodo fu stabilito che gli usurpatori e i violatori dei beni delle chiese fossero scomunicati. Nel 1189 Drudo tenta di imporre la propria volontà anche su Vedana, un ospedale costruito all’interno del comitato feltrino per volontà del capitolo bellunese, e da questo dato ai monaci[46].

Torresino da Corte, Filippo e Ottone

Tra il 1191 e il 1206 sono ininterrotti gli scontri tra i vescovadi feltrino, bellunese e cenedese, appoggiati dai padovani e dal patriarcato, e i trevisani che tentano di imporre sulla marca una signoria cittadina. Le lotte col comune di Treviso spingono agli esordi del Duecento all’unificazione delle diocesi di Feltre e di Belluno, resasi effettiva nel 1204 allorché, morto il vescovo bellunese Anselmo da Breganze, quello feltrino, Torresino da Corte[47], unifica nella sua persona le diocesi di Feltre e di Belluno. Seguirà una consistente alienazione dei beni vescovili esterni al comitato e alla diocesi, con lo scopo di restaurare l’assetto patrimoniale delle due chiese molto provate dalle lunghe lotte con Treviso. Anche alcune collette ed esazioni nel Primiero, ad Agordo e forse in Valsugana sono cedute alle comunità locali o ad altri soggetti, tramite un pagamento.

Nel 1207 Torresino è inviato dal papa quale nunzio presso l’imperatore Filippo, che sarà poi assassinato nell’anno seguente, al fine di sostenere la causa di Ottone VI anch’egli imperatore. Nel 1208 il vescovo Torresino succube dei caminesi, scaccia i ghibellini da Feltre e li spoglia dei loro beni.

Il vescovo Filippo abate della Pomposa, succeduto a Torresino, è ancora un amico dei caminesi, cede loro altri beni dei vescovadi e li investe di feudi e castelli, ufficialmente per appianare ulteriormente i debiti ancora presenti nei bilanci delle due chiese e per affidare loro la difesa degli interessi vescovili contro i trevigiani. I cives bellunesi si opposero a tante concessioni fatte a favore dei caminesi e provocarono una sentenza del legato papale che dichiarò nulle le investiture fatte ai da Camino. Ciononostante inevitabilmente si riaccese la guerra con Treviso che si protrasse, pur con alterne vicende, per tutto il pontificato di Filippo. In compenso il vescovo cercò di rappacificare la città permettendo ai ghibellini di rientrare in patria e di ricostruire le case distrutte.

Nel 1225 morto Filippo, i canonici di Feltre e di Belluno eleggono vescovo un canonico torinese di nome Ottone, oppure, secondo altre fonti, il feltrino Belvederio dei Rambaldoni. Comunque sia a questo vescovo tocca in sorte un'acuta fase di discordie armate tra guelfi e ghibellini, guerre fomentate dal rancore dei ghibellini più volte repressi dai vescovi guelfi e filocaminesi. Ciò mentre Ezzelino da Romano inizia la sua ascesa. Dal 1235 al 1241 è vescovo delle due diocesi il ghibellino Eleazaro da Castello di Belluno Nel 1241 è eletto vescovo Alessandro da Foro: è un ghibellino, amico dell’imperatore e del suo vicario Ezzelino, nemico invece dei Caminesi, che hanno Guecello podestà di Belluno, (alleato con il podestà di Feltre Visconte dei Visconti). I cives sembrano confidare nei Caminesi e nel 1245 Bianchino da Camino prende il controllo delle due città scacciandone il vescovo, che si rifugia presso Ezzelino per morire due anni dopo. Tale è il controllo della signoria caminese che, alla morte di Alessandro, ottiene l’elezione a vescovo di Tiso[48] da Camino, troppo giovane per la carica, ma per il quale è fatta una sanatoria. Costui in realtà ebbe a reggere la chiesa concordiese perché Ezzelino, presa Feltre nel 1247, gli impedì di prendere effettivo possesso delle due chiese. Appoggiati da Ezzelino e da Federico II i ghibellini rientrarono a Feltre e nel 1249 anche Belluno si diede ad Ezzelino.

Adalgerio da Villata

Nel 1257 si tiene l’elezione del friulano Adalgerio da Villalta. Già canonico aquileiese segna con la sua presenza una rinforzata alleanza di Feltre e di Belluno con il Patriarca di Aquileia; è tuttavia un vescovo amico dei guelfi eletto in contrasto con Eleazaro e Alessandro. Alla morte di Ezzelino avvenuta a Cassano d’Adda il 29 settembre 1259, Feltre e Belluno sono sciolte dal dominio dei da Romano e il vescovo guelfo può impossessarsi delle due chiese. Di nuovo i ghibellini sono costretti all’esilio e i loro beni sono dati al comune cittadino. Ritornano dunque i Caminesi che spingono il vescovo alla vecchia politica: l’alleanza con Padova e l’investitura di un Caminese, Rizzardo, del capitanato di Feltre e di Belluno. Con giuramento d’obbedienza e fedeltà al capitano da parte dei cittadini! È un vero ribaltamento di prospettiva: il capitano ormai si configura come un signore sostanziale cui manca solo il formale riconoscimento dell’autorità imperiale. Nel 1260 pur in conformità a quanto stabilito dal vescovo Villalta, è il capitano Rizzardo che dichiara podestà e rettore della città, il padovano Giovanni Papafava. Nel 1265 Adalgerio da Villalta investe del ruolo di capitano di Feltre e di Belluno Gerardo da Camino.

I francescani: Iacopo Casalio e Alessandro Novello

Il Villalta muore nel 1290 circa e al suo posto è eletto un troppo giovane e inidoneo Guecellone o Gerardo da Camino, imposto ai due capitoli dal padre il signore e capitano Gerardo da Camino; stavolta non giunge alcuna sanatoria dal papa che invece nel 1292 nomina al suo posto un francescano di Valenza Monferrato, tale Iacopo Casalio. Costui cerca di riprendere in mano il governo dei comitati e delle diocesi, di nominare podestà, rettori e capitani. Sei anni più tardi quindi, nel 1298, "qualcuno" provvede all’assassinio del vescovo da Casale.

È dunque eletto vescovo ancora un francescano, Alessandro Novello[49] da Piacenza che giunge da San Francesco in Treviso. Il 3 aprile 1299, nel palazzo vescovile di Feltre, Alessandro investe Francesco di Castellalto del feudo di Telve. Il papa sembra riporre molta fiducia in questo vescovo tanto che lo incarica di arbitrare in diverse contese giuridiche e patrimoniali, anche in diocesi non sue. Alessandro vedendosi stretto tra gli Scaligeri in ascesa, i Caminesi ancora agguerriti nonostante l'incipiente declino, i trentini e il conte di Gorizia si risolve di stringere alleanza con la città dalla quale proviene ovvero con Treviso. Nel 1313 Guecellone da Camino è scacciato da Treviso e dalle altre città che domina. La signoria dei da Camino pare in piena crisi; in tale occasione Alessandro Novello stringe alleanza con i trevisani. Per tutto il suo pontificato egli è coinvolto nelle interminabili contese della marca in cui, con alterne vicende, si scontrano Caminesi, padovani, scaligeri e trevisani, spesso con sorprendenti capovolgimenti di alleanze. Forse anche per questo egli dovette cedere altri beni quale quello della Motta, dato nel 1318 a un Doglioni, per rimpinguare le casse vescovili.

Nel 1320, alla morte del vescovo Alessandro, Guecello da Camino, confortato da un’ormai stretta alleanza con gli scaligeri e da una nuova con i trevisani, si dichiara signore di Feltre e di Belluno e toglie i rettori posti dal vescovo.

Il neoeletto vescovo Manfredo di Collalto può giungere a Feltre soltanto nel 1321 alla morte di Guecello assassinato da un suo omonimo parente. Il vescovo peraltro morì a Belluno per trama dello stesso Caminese appena giunto.

Gorgia Lusa

Mentre i capitoli delle due cattedrali eleggono l’arcidiacono di Feltre Gorgia Lusa, il papa avignonese Giovanni nomina il domenicano fra Gregorio Surense vescovo di Feltre e di Belluno. Ma il patriarca di Aquileia perora la causa del Lusa che aveva difeso la città dal Caminese. Nel 1322 è nominato vescovo Gregorio dei Tauri che, morendo nel 1326, lascia la cattedra a Gorgia Lusa, già eletto a suo tempo. Nel 1327 Gorgia Lusa, diviene dunque vescovo di Feltre e Belluno. Non può essere che "amico" degli Scaligeri, i quali nel 1324 si sono resi signori di Feltre e di Belluno e spadroneggiano su tutta la marca.

Nel 1331 all’arrivo di Giovanni re di Boemia, figlio dell’imperatore Enrico VI, molte città tra le quali Feltre si sbrigano a giurargli fedeltà. Successivamente, nel 1337 i figli di Giovanni re di Boemia, Carlo marchese di Moravia, divenuto nel 1346 anche imperatore, e Giovanni duca di Carinzia e conte di Tirolo, rivendicano le città di Ceneda, Feltre e Belluno, già tenute dal padre. Sconfitti i Della Scala e prese con le armi Feltre e Belluno, si fanno investire dal vescovo Gorgia Lusa dei capitanati delle due città, ottenendo così il controllo militare su rocche, torri e castelli pubblici. Sono gli ultimi atti dell’ormai svuotata autorità vescovile.

Nel 1347 il vescovo investe i Collalto dell’avogaria del vescovado, già esercitata dai Caminesi dai Rambaldoni e dai Roncen. I Collato terranno per secoli tale incombenza coi benefici derivanti.

Nel 1348 si registra un tremendo terremoto cui segue la peste. L'evento è di gravi proporzioni, restano molto danneggiate anche le città di Feltre e di Belluno. L'anno successivo, il 7 ottobre 1349, Carlo IV investe della giurisdizione di Primiero il marchese di Soragna Bonifacio Lupi togliendo così, di fatto, il Primiero dal comitato feltrino[50]. 

Il declino

Enrico di Waldeck e Giacomo Goblin da Bruna

Il declino dei vescovi conti corrisponde a quello degli imperatori. Sono malati di provvisorietà e soggetti al mutare degli eventi, come dell’umore dei principi, non più in grado né di attuare una politica lungimirante di sostegno ai loro vecchi vassalli, né del resto dotati delle necessarie risorse per mutare il corso degli eventi. Con la crisi dell'autorità imperiale tramonta la funzione comitale dei vescovi, i quali restano ancorati sempre più alla loro primigenia funzione ecclesiale.  

Alla morte del Lusa nel 1350, diviene vescovo di Feltre e di Belluno il cavaliere teutonico Enrico di Waldeck[51]. Al Waldeck l’imperatore aveva concesso la giurisdizione sulla contea di Cesana obbligando i conti e la popolazione ad ubbidirgli. Sembra il tentativo imperiale di riconquistare la zona. Il vescovo Teutonico muore già nel 1353, gli succede il moravo Jacopo Goblin da Brünn[52], altro uomo indubbiamente gradito all’imperatore Carlo IV di Boemia che, infatti, nel 1354 lo raggiunge a Feltre. è in tale occasione che l’imperatore visita il santuario di San Vittore con le annesse fortificazioni, fa concessioni e accoglie in Feltre ambasciatori di varie città e signorie. Successivamente si reca a Milano e a Roma dove ottiene le corone di re d’Italia e d’imperatore romano. Al ritorno si ferma nuovamente al santuario da cui fa trarre il teschio di Vittore che porta con sé.  Carlo concede alla città dei non precisati privilegi e conferma i nobili al governo cittadino e nelle loro prerogative di potere. Ancora si coglie ancora un rapporto diretto tra imperatore e cives e nobili minori, indice della diminuita funzione dei vescovi conti. Il potere imperiale che sembra rinnovare la sua presenza nella regione si nota anche dal fatto che il fratello di Carlo, Nicola, è allora il patriarca di Aquileia. Il vescovo, perduta definitivamente la giurisdizione su Cesana, riacquistata per poco, riceve in cambio quella sull’Alpago.

La presenza dell'imperatore tuttavia è effimera, e appena venuta meno forte scoppiano nuovi disordini. Nel 1356 la guerra tra i veneziani e il re d’Ungheria Sigismondo, appoggiato in loco dai Carraresi e dal patriarca sconvolge nuovamente la marca. La Valsugana è tormentata dai Carraresi e dalle truppe degli Scaligeri e del marchese di Brandeburgo. Ormai pressoché autonomi rispetto ai vescovi i castelani prendono posizione: Xico di Caldonazzo, capeggia la sua resistenza ai Carraresi.

La guerra lascia il segno poiché è chiaro che nella regione la parte imperiale è tenuta con efficacia dai Carraresi. E i Carraresi hanno già posto a Feltre il loro podestà. La lontananza dell’Imperatore e la potenza dei da Carrara, che hanno saggiamente preparato il terreno, tutto conduce nel 1361 ad un evento straordinario. La città, per homines et commune, si dà al totale dominio[53] di Francesco da Carrara, capitano per il Sacro Romano Impero e signore di Padova e del suo distretto, e ai suoi successori in perpetuo. In sostanza Francesco Carrara di Padova è signore di Feltre. Medesima è la sorte di Belluno.

Antonio Nasserio

Nel 1369, morto il vescovo da Bruna, il Carrarese fa nominare dai capitoli di Feltre e di Belluno un suo uomo, Antonio Nasserio di Montagnana. A costui, come facilmente s’intuisce non potevano rimanere che i beni allodiali e feudali, i beneficia e i privilegia che non avevano a che fare col reale esercizio del ruolo comitale. Nei primi anni settanta si riaccese la guerra tra Carraresi e veneziani, con l’entrata in campo del duca d’Austria a fianco di questi ultimi. La guerra portò dunque nel 1373 alla presa di Feltre e di Belluno da parte del duca Leopoldo. Un rovesciamento delle alleanze condusse i carraresi e gli austriaci a combattere assieme i veneziani, che nel 1375 assediano Feltre e distruggono i borghi fuori le mura. La guerra si protrae snervante, senza tregue consistenti. Nel 1383 le truppe carraresi saccheggiano il Feltrino.

La guerra tra Carraresi e veneziani volge al termine, e i Carrara chiedono di definire la situazione dei domini secondo le alleanze e gli accordi tenuti. Per questo nel 1386 il duca d’Austria Leopoldo "restituisce" Feltre al da Carrara, ma tiene per se la Valsugana che resta così smembrata nel temporale da Feltre.

Il comitato di Feltre è oramai un ente mutilo, se non inesistente, e neanche sempre più viva l’idea che un conte abbia a governarlo, ma questo era già evidente nell’atto di sottomissione al Carrarese sottoscritto dai cittadini.

Nel 1388, con la medesima formula, i cives feltrini si sottomettono alla trionfante signoria di Giangaleazzo Visconti di Milano. Al vescovo Nasserio non resta che il suo ruolo spirituale: nel 1389 consacra la chiesa di san Vittore. Fa inoltre redigere un inventario dei beni del vescovado. 

Al Nasserio succede nel 1393, per elezione dei capitoli congiunti, il francescano minore piemontese Alberto di San Giorgio. Il titolo di conte resta, ma la funzione è ormai lontana. Così è anche per il monaco benedettino Giovanni Capogallo di Viterbo (o di Orvieto), consigliere del Visconti e da lui imposto nel 1398, che giunge in città soltanto nel 1400, dopo il termine della peste che l’aveva afflitta.

Enrico Scarampi

Morto nel 1402 il duca di Milano, nel 1404 i nobili e il popolo di Feltre sono liberi di assoggettarsi nuovamente. Il Capogallo aveva ottenuto di essere trasferito nella più sicura e soddisfacente città di Novara. A Feltre, era destinato dallo stesso Visconti, che prima di morire ne aveva preparato l’arrivo, un uomo di grandi capacità, Enrico Scarampi di Asti. Principe e consigliere del sacro Romano Impero, lo Scarampi è dotato di senso politico ed è introdotto nelle questioni dell’impero e del papato, ma la situazione che incontra a Feltre nel 1406, quando rassegnato entra nelle sue chiese, è assai penosa per il suo ruolo. La città, dandosi stavolta alla repubblica dei veneziani, è ormai uscita dall’impero. La repubblica è da sempre bizantina, marittima e mercantile, e perciò è estranea per sua stessa natura al modello imperiale, vassallatico e feudale. Ciò sancisce in modo più che definitivo la morte del comitato, anche come pura e semplice idea.

La conferma del destino di Feltre e di Belluno e l’infrangersi di ogni speranza imperiale e vescovile si ha nel 1420 quando il Feltrino diviene definitivamente un distretto della Repubblica di Venezia. In quel periodo anche Aquileia cade sotto il dominio veneziano: si conclude così anche ufficialmente, il potere temporale dei vescovi e dei patriarchi, che conservano tuttavia quello spirituale.

Scarampi sarà vescovo di Feltre e di Belluno, fino al 1440.

 

Bibliografia minima.

·         Cambruzzi - Vecellio, Storia di Feltre. Tip. P. Castaldi Feltre ed., Feltre, 1874.

·         Pellin, Storia di Feltre, "P.C.F." Feltre, 1943

·         G. Argenta, I vescovi di Feltre e di Belluno dal 1204 al 1462, I.B.R.S.C. Belluno, 1986

·         G. Argenta, I vescovi di Belluno dal 170 al 1204, I.B.R.S.C. Belluno, 1981

·         aa.vv Diocesi di Belluno  e Feltre. Giunta Regionale del Veneto, Gregoriana Lib. Ed., Noventa Padovana, 1996

·         G. Granello, (a c.) Federico IV d'Asburgo e la contea vescovile di Feltre. "Città di Feltre" - DBS, Feltre, 2001

 

M. Balen



[1] Tali interventi sono stati imposti da autorità indipendenti dalla città, e tuttavia sono ancor oggi, ingiustificabili sul piano politico ancorché pastorale ed umano.

[2] Anarchici o autocefali di fatto, anche quando si presentarono formalmente sottomessi ad autorità maggiori, come quella dell'imperatore o del papa.

[3] I caminesi, infatti, erano capitani generali e avvocati della chiesa, ovvero i difensori dei diritti ecclesiastici. L'esercizio del capitanato consisteva nel comando militare della zona per la quale erano stati investiti; gli avvocati godevano inoltre, ad interim, dei poteri di vicariato comitale (visconti).

[4] Carraresi, Scaligeri e Visconti.

[5] Probabilmente comprese le pievi di Arsiè e di Fonzaso e forse anche quella di Lentiai.

[6] Il confine è presso la Madonna di Pinè. Coincidono i confini diocesani con quelli del municipium, oppure si deve pensare ad una comunità rimasta fedele alla chiesa matrice, quella di Feltre in questo caso?

[7] Erano chierici, non necessariamente presbiteri, che vivevano in comunità secondo una regola di tipo monastico. L'istituto dei canonici ebbe particolare fortuna nel 816 quando il Concilio di Aix-la-Chappelle estese sostanzialmente lo spirito della regola di Chrodegang a tutte le cattedrali dell'impero.  Le cariche principali del capitolo dei canonici erano quelle del decano e dell’archidiacono, vi erano poi i curati, il sacrista, il precettore, i mansionari, i rettori delle chiese dipendenti dal capitolo, gli altaristi, preti non titolati e diaconi.

[8] Con obbligo di contribuire in natura alla mensa vescovile.

[9] Restavano danneggiati o distrutti l'episcopio, il castello dei canonici nonché parte della chiesa maggiore: "sdegnati però i trevigiani non vollero partire senza lasciare qualche segno di rigorosa vendetta contro de' feltrini, onde a 25 di marzo, che fu il mercoledì santo, attaccato il fuoco al vescovado, che era vicino alla chiesa cattedrale, ove di presente si trova fabbricata la chiesa col monastero di san pietro; quasi del tutto fu consumato assieme col castello delle canoniche. Indi entrato il fuoco nella chiesa maggiore, si abbruciò in buona parte, restando in quest'incendio divorate molte reliquie di santi, che ivi si conservavano con gran venerazione." In tale occasione la torre era servita ai feltrini che difendevano la fortificazione della cattedrale a respingere l'attacco trevisano:  essi dalla sua sommità "fulminarono i trivigiani e li costrinsero a levare l'assedio della città."[Cambruzzi]

[10] Della chiesa romanica, più volte distrutta e ricostruita, rimangono la cripta (composta però con elementi architettonici Romani, bizantini ed altomedievali), buona parte dell’antico abside quadrato, poi trasformato in presbiterio nel XV° secolo, ed una monolitica cattedra episcopale del XIII° secolo

[11] Lo evidenziano i registri dell’archivio vescovile.

[12] Poi sostituita forse da santa Giustina

[13] Datata al 1438 (?)

[14] Citata nel 1083

[15] Esistente nel 1375, forse presso il castello, ma precedente di fondazione, poi spostata a Strigno.

[16] Molto antica (?) 1184 Lucio III plebs SINI (?) Pieve Tesino 1208

[17] L'ospedale era forse retto dai templari o dai Benedettini o da organizzazioni o da confraternite locali, poi diventò un priorato sine cura.

[18] Nel "comitatus" si trovano la città, alcuni centri minori (villaggi, pievi…) castelli, talvolta monasteri, "curtis", feudi e allodi.

[19] Cosicché  diventarono in sostanza degli allodi.

[20] Tuttavia saranno al contrario gli aspetti patrimoniali, il vero centro degli interessi nel tardo periodo dei comitati vescovili

[21] Prima del 1331

[22] In Primiero.

[23] Pari al 10% del prezzo di vendita di uno di questi privilegi.

[24] Tra i più importanti i da Caldonazzo. Feltre ebbe appunto un'aristocrazia costituita perlopiù da genti di tale provenienza.

[25] Dopo il suo smembramento dal comitato pare che il comune di Primiero esca più autonomo e rafforzato.

[26] Ossia dei caporegola.

[27] Prammatica sanzione.

[28] Editto di Rotari.

[29] L'incoronazione a re d'Italia è sostanzialmente a re dei Longobardi: Carlo è dunque formalmente il successore di Desiderio.

[30] Tale fatto conferma l'opinione che il ducato di Ceneda non sia stata che una sorta di regione militare, una circoscrizione tutta conclusa nel suo ruolo di apparato difensivo: sovrastruttura incapace di mutare gli assetti profondi del territorio e di lasciare segni cospicui, se si eccettua l’anomala permanenza delle terre di Mel e di Cesana nella diocesi di Ceneda. Il municipium romano era dunque rimasto in vigore pur sotto le vesti della iudiciaria o castaldia, anche nel periodo longobardo.

[31] Nel 796 il concilio provinciale di Cividale è stabilito il celibato dei preti.

[32] Un effetto di ciò è il rapido fenomeno dell'urbanesimo che si nota intorno al Mille.

[33] Altrimenti "Teoperto".

[34] Il controllo esercitato dall'imperatore sul papato ebbe anche lo scopo di ridare alla figura del vescovo di Roma un senso universale, altrimenti sempre più ripiegato in una politica localistica e particolare.

[35] Lo scandalo era così stigmatizzato: aurum dedi et episcopatum comparavi.

[36] Ciò provocò la rivoluzionaria riforma cluniacense.

[37] Con il diploma del 1027, il cui originale è perduto.

[38] Con Poppone inizia una successione di patriarchi tedeschi.

[39] Il nome "Odorico" fa pensare ad un vescovo di origine germanica, parimenti a molti patriarchi del tempo.

[40] Poi nominata di Sant’Elena e congiunta della cattedrale.

[41] Altrimenti "Guberto".

[42] Il basileos aveva posto in Ancona un contingente militare e stringeva alleanza con i genovesi.

[43] Più tardi il vescovo di Belluno riesce a rientrare nei favori di Federico e ad essere nuovamente ripristinato nel ruolo.

[44] In tale occasione i feltrini costringono il vescovo Drudo a inviare il loro sindaco a Treviso per scusarsi dei patti loro ostili tramati dal vescovo.

[45] Per chiese si intende enti ecclesiali? O beni degli ecclesiastici ancorché allodiali e privati? Oppure dei comitati vescovili?

[46] Il vescovo di Ceneda darà ragione ai canonici bellunesi. 

[47] Vescovo di Feltre dal 1202.

[48] Tisone.

[49] Noto per la "diffalta" citata nella Divina Commedia.

[50] Il Primiero tuttavia resta nella diocesi feltrina.

[51] Principe nel dipl. imp. del 1351

[52] Principe nel dipl. imp. del 1358

[53] "statuimus […] quod […] Franciscus de Carraria, civitatis et districtus Paduae, …dominus generalis terrae civitatis Feltri et totius districtus et civitatis; et quod in dicta terra comitatu seu districtu ejusdem habeta et habere debeat plenum, merum et mixtum et purum imperium, liberum arbitrium et gladii potestatem, ad integram ordinationem et jurisdictionem …"

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