Il santuario dei cavalieri
San Vittore e la classe cavalleresca.
Intendo analizzare il rapporto che intercorse in epoca
medievale tra il culto per i santi Vittore e Corona di Feltre, il santuario e
la classe dei cavalieri.
Un primo elemento che mette in rapporto i cavalieri ed il
santuario è la natura del santo titolare. San Vittore è un miles christianus, un santo
soldato, e la classe cavalleresca ebbe un comprensibile trasporto per il
culto dei santi militari (Similes cum similibus congregantur.) ed affidandosi
ad essi in modo preferenziale (Similia similibus curantur). Si tratta di un
normale processo identificatorio che fa si che il personaggio assurga ad
emblema mitico di una data categoria. Tale emblema o simbolo ha il compito di
rendere evidente e di celebrare il ruolo del gruppo, e di definirne in un certo
senso l'etica.
L'idea di un guerriero cristiano, anzi di un santo guerriero, era assolutamente
controversa nella chiesa, al punto che persino l'abate Bernardo da Chiaravalle,
che in seguito avrebbe sostenuto con vigore l'ordine del Tempio[1],
aveva mostrato non poca ostilità nei riguardi di quella strana creatura che era
l'ordine monastico militare apparso all'orizzonte. Tuttavia le necessità della
guerra con l'islam ed il retaggio germanico, avevano preparato il terreno.
Gregorio VII aveva con naturalezza definito "soldati di Cristo" coloro che combattevano per la causa della
chiesa, non riferendosi come in passato ai monaci, intenti nelle loro battaglie
spirituali contro i mali del mondo, ma ai militi di spada che praticavano l'arte della guerra non più, o non solo,
come metafora di quella spirituale. Dunque l'idea del guerriero di Cristo ebbe adito, e il miles christianus martire ne fu il modello e l'icona[2].
Il "tipo" cultuale ha radici assai antiche che impongono qualche
considerazione. La nascita del fenomeno dei santi
militari fu sicuramente favorita dal fatto che molti martiri avevano
realmente fatto parte, persino con alti gradi, delle legioni romane. La figura
affonda in realtà le sue radici nel mito precristiano,
La genesi del tipo
del santo soldato o del miles christi era avvenuta nel
sincretico "brodo" di superstizioni e di credenze filosofiche e
religiose della romanità orientale e occidentale[3]
tardo-antica; i santi finivano con l'occupare, per somiglianza e
sovrapponibilità di attributi, la nicchia
funzionale che prima era appartenuta agli eroi e ai numi pagani di varia
matrice, grecoromana, orientale o germanica[4].
I prodromi più diretti si riscontrano nell'età tardoantica con la figura del
dio Mitra[5].
Tra le funzioni principali quelle taumaturgiche, ma anche quelle che
identificatorie che celebravano i ruoli e le funzioni sociali e tra queste
quella del difensore in armi. La
chiesa aveva saputo assimilare ed integrare nei propri riti molti degli aspetti
cultuali pagani demitizzandoli e cristianizzandoli, ma, al contrario, le
narrazioni agiografiche popolari avevano deformato le vicende storiche dei santi, spesso povere e
prive di suggestione, piegandole alle esigenze del secolo, e creato le
necessarie leggende, trasformando i protagonisti in meri personaggi mitico-leggendari,
più adatti ad assolvere la funzione di identificare,
rappresentare e celebrare le categorie sociali, le comunità e i gruppi di potere
interni ad esse[6]. Il
complesso narrativo garantiva giustificazione e sostegno, attraverso icone,
metafore e simboli, al sistema sociale e permetteva l'incontro tra il bisogno
di protezione dei dominati con quello dei dominanti-difensori di consacrarsi nel ruolo mantenendo o
ampliando ogni "diritto" connesso.
Il santo soldato
ebbe pertanto, con il ruolo di intercessore
celeste, quello di simbolo della
protezione divina e, in quest'ultima veste, egli rappresentò anche la funzione regale di origine divina. Si venne a
comporre nella cultura della cristianità una fitta trama di leggende e di
"icone" mistico-guerriere. Per fare qualche esempio, dall'oriente
bizantino giunsero la figure dell'arcangelo Michele[7]
e dei santi Teodoro[8],
Giorgio di Lydda, Eustachio e Demetrio con una nutrita schiera di altri meno
noti. In Francia ebbe spicco Martino di Tours[9],
in Austria Floriano di Lorch e in altri paesi europei ebbero fortuna Uberto ed
Osvaldo. In Italia centrale San Galgano [10],
mentre in tutta Europa san Giorgio divenne il simbolo del movimento
cavalleresco cristiano. Nell'arco alpino ebbe rilievo la vicenda di Maurizio e
della Legione Tebea[11],
e quella di Faustino e Giovita[12].
Nondimeno la regione padana conobbe il fiorire dei culti militari di Liberale
di Altino[13], di
Fermo e Rustico mentre a Venezia, ducato orientale, in luogo di San Marco vi
era, prima del IX secolo, la chiesa dedicata al santo soldato Teodoro[14],
patrono delle milizie bizantine.
Anche Belluno anticamente venerava come patrono un martire
soldato, il santo Joatà, che, forse per l'influenza dei franchi e per l'ascesa
del potere episcopale fu accompagnato e poi sostituito dalla più versatile
figura di Martino, il quale rendeva soddisfatti ad un tempo, con la sua tripla
veste di cavaliere, di vescovo e di "francese", sia i pugnatores, sia gli oratores, sia la predominante stirpe franca.
Al culto dei santi militari avrebbero dato un deciso
impulso prima le invasioni islamiche, che minacciando la cristianità
v'introducevano il concetto, prima del tutto sconosciuto, di Guerra Santa e, in seguito, le spedizioni in Oltremare del XI secolo,
le cosiddette "crociate", che incentivarono notevolmente l'ideale del
guerriero cristiano al punto che la Militia Christi si sarebbe dovuta, bene
o male, concretare proprio in quell'epoca, nell'interpretazione data dai pellegrini armati che raggiungevano, con
voti e povertà di mezzi, la Terra Santa e, in seguito nel XII secolo, con
maggior determinazione e metodo, dagli ordini crociati, soprattutto dei templari.
[1] I "Paupers Commilitones Christi Templique
Salomonis" detti comunemente Templari, secondo i maggiori studiosi,
ebbero dall'abate cisterciense Bernardo di Chiaravalle, con i favori e il
sostegno (il discorso "una nuova cavalleria è apparsa sulla terra…")
la nuova regola da lui ispirata. Ai templari, primi interpreti dell'ideale
sarebbero seguiti altri: i Crociferi e i Francescani, prima, e i gesuiti poi, che
s'ispirarono dichiaratamente alla Militia
Christi. Anche Giovanna d'Arco ebbe a rinverdire il mito del milite di Cristo, unendolo, nel suo
caso, a quello altrettanto fortunato della vergine.
[2] Appellativo per san
Vittore che fu un soldato romano cristiano. Nonostante il santo soldato mal si prestasse ad una seppur reattiva guerra santa cristiana, casi del genere,
pur se isolati, apparvero in Occidente. Si pensi al caso di Sant'Iago Matamoros, forzatura evidente
del personaggio originario, che fu causata però dalla particolare situazione
della reconquista.
[3] In particolare la società
veneta sperimentava, nel medioevo, l'incontro tra la cultura dell'Impero
romano-germanico, carolingio ed ottoniano, e quella dell'Impero
romano-orientale, direttamente presente sulle coste adriatiche e in laguna.
Costante nella storia veneta, quest'incontro tra i due universi coeredi della
romanità, si fece tuttavia più insistente con l'intensificarsi degli scambi
commerciali e dei pellegrinaggi che, dalle Fiandre e dal Brabante, si muovevano
lungo il cammino di Augusta,
attraversavano la regione danubiana, toccavano Trento, Feltre e Treviso per
raggiungere la via romea o gli
imbarchi veneziani da cui partire verso Oltremare.
È sullo snodo fisico e culturale di quest'incontro tra oriente ed occidente che
si colloca il santuario di feltrino e il culto dedicato ai martiri Vittore e
Corona.
[4] Nel mondo ellenico e
romano spiccano le figure mitiche degli eroi Eracle, Teseo, Perseo, e degli dèi
Ares-Marte e Atena. In quello germanico tribale dell'età precristiana erano
centrali le divinità di Votan-Odino e
di Thor, entrambi dèi guerrieri e
ottimi rappresentati della bellicosa cultura germanica.
[5] Si tratta del culto misterico di origine persiana che,
giunto a Roma, ha in parte sostituito quelli classici, marziali ed apollinei.
Mitra è l'eroe solare che ha sconfitto il toro primordiale facendo scaturire la
vita nel cosmo. Nel III secolo d.C. il mitraismo aveva conquistato i vertici
dell'Impero e non era stato possibile evitare lo scontro ideologico con l'altra
religione in ascesa: il cristianesimo. In effetti, si trattava di un culto
conforme ed integrato con quello per il princeps
divino, l'imperatore divinizzato (e accostato/identificato con il sol invictus), che proponeva un'etica
eroica, consona agli ambienti militari e per questo in essi favorevolmente
accolto e sostenuto. Sconfitto il mitraismo, la chiesa ne avrebbe parzialmente
raccolto l'eredità. Recuperandone gli elementi più "assimilabili", la
chiesa permise, consapevolmente o meno, che in sé sopravvivesse qualche aspetto
ideale della religione rivale. Il mito dell'eroe solare rimase, infatti, nella
figura dello stesso Gesù Cristo.
[6] I casi di Giorgio e di
Martino sono ottimi esempi: il personaggio leggendario prende il sopravvento su
quello storico. Non stupisce che Liberale da Altino, pur non essendo mai stato
un soldato, sia invece rappresentato come tale.
[7] Di origine ebraica,
Michele è il vero prototipo del santo guerriero cristiano. Secondo la leggenda,
il culto per san Michele che giunse nel Gargano nel 490, è legato alla comparsa
di un toro e ad una caverna: elementi tipici della leggenda mitraica. La
venerazione accomunò bizantini e longobardi.
[8] Teodoro di Amasea-Teodoro
Stratelate, fu eletto patrono delle armate bizantine.
[9] Martino di Tours prima
milite poi vescovo, al tempo dei merovingi fu visto principalmente come uomo
d'armi e fu eletto patrono dell'esercito franco e della Francia intera.
[10] La leggenda del santo si
collega straordinariamente a quella arturiana a causa di una spada piantata
nella roccia.
[11] Maurizio e compagni della
legione tebea (o Martiri Acauniensi),
sarebbero stati, secondo Eucherio, vescovo di Lione, dei legionari resi martiri
da Massimiano ad Agaunum (St. Maurice) nel Vallese. Con Maurizio, capo della
legione, si ricordano altri martiri della legione: Essuperio, Candido e
Vittore. Orso e Vittore uccisi a Soluthurn. Innocenzo e Vitale, Maurizio.
Giorgio e Tiberio, prima scampati al massacro, come Secondo e Valeriano, e che
avrebbero cristianizzato il territorio di Pinerolo, conoscendo poi il martirio.
Infine, Defendente e compagni, sempre appartenuti alla stessa legione, che
furono martirizzati presso Marsiglia. Secondo la tradizione, sarebbero stati
uccisi seimilaseicento fratelli cristiani. Ancor Maurizio è il patrono delle
truppe alpine italiane e francesi.
[12] Un esempio chiaro della
natura dei miti agiografici in argomento. Anche se non appare del tutto chiaro
se Giovita sia un uomo o una donna, la tradizione leggendaria capitale li
rappresenta ambedue maschi. Tuttavia, e qui si entra nel vivo della questione
trattata, per alcuni autori, si trattava di due militi romani con una vicenda
del tutto accostabile a quella di Melezio, di Vittore e a quelle di Maurizio e
della legione tebea. Altri invece li ritengono piuttosto due chierici: Faustino
un presbitero e Giovita un diacono. L'iconografia risente notevolmente della
doppia identificazione. Sembra di assistere ad una autentica lotta tra le due
differenti rappresentazioni: nella pala della "comunione di sant'Apollonio"
del Romanino (1516-20), in S.M. in Calchera, si ritiene di riconoscere i
martiri sia nei due cavalieri che in ginocchio attendono il corpo di Cristo
dalle mani del vescovo Apollonio, sia nei due ecclesiastici che assistono nella
liturgia il santo titolare; nel duomo nuovo, sull'arca del vescovo Apollonio
(1510), appaiono prima in tenuta militare e poi in veste liturgica, nell'atto
di ricevere ciascuno la rispettiva ordinazione, presbiterale e diaconale, da
parte di Apollonio. Gli esempi di questo "duello" iconografico sono
molti e anche prestigiosi, visto che coinvolgono, tra gli altri, i nomi di
artisti quali il già citato Romanino, il Carpaccio, Palma il Giovane e Giovanni
Battista Tiepolo. Dal sacofago di Apollonio si intuisce che la narrazione leggendaria
avrebbe risolto il problema della doppia rappresentazione: i due sarebbero
stati prima militi e poi sarebbero diventati, per mano di Sant'Apollonio, due
ecclesiastici. In loro si possono dunque riconoscere in definitiva sia i
militi, sia diaconi, sia, infine, i presbiteri. Sono venerati a Brescia nella
chiesa di San Giorgio, di loro si narra la passione fatta di lunghi e ripetuti
tormenti, alla maniera delle passiones
di Vittore e Corona e di Melezio di Tavio.
[13] Secondo la leggenda sorta
pare nel X° secolo Liberale sarebbe stato un altinate nato in una famiglia
dell'Ordo Equester ovvero un "cavaliere". Tanto bastò a creare in
tempo adatto l'idea che Liberale fosse un cavaliere
in senso medievale. Istruito nella fede dal protovescovo di Altino Eliodoro
(IV-V secolo) Liberale si era appassionato allo studio delle cose sacre e
praticava la preghiera e la carità. Molto legato alla figura del vescovo
Eliodoro, si opponeva alle angherie degli ariani. Visse da eremita fino alla
sua morte avvenuta il 27 aprile di un anno intorno al 400. I suoi resti furono
trasportati a Treviso forse a metà del V secolo. Già dal XII secolo, Liberale
fu eletto patrono del libero comune trevisano e nel 1199 fu scelto come
protettore del costruendo forte di Castelfranco. Se anticamente era
rappresentato alla maniera dei diaconi, dal XIV secolo è ormai raffigurato con
clamide di soldato e l'immagine più diffusa lo ritrae in veste militare con
vessillo crociato alla maniera di Maurizio. Nella Pieve di Sant'Andrea, presso
Serravalle di Ceneda, un santo soldato è ugualmente identificato come Liberale
da Altino o Vittore (di Feltre).
[14] Oggi se ne vede l'effige
col drago sulla colonna in piazzetta san Marco.
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